Abitur NRW Italienisch 2022 · LK · Haupttermin · fortgeführt

Abiturprüfung Italienisch in Nordrhein-Westfalen 2022, LK · Haupttermin · fortgeführt: 12 Aufgaben mit Lösungen. Mit automatischer Korrektur.

Themen der Prüfung: Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete) · Analyse literarischer Texte (Figuren, Erzählweise, Sprache) · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung) · Stellungnahme und Kommentar (Commentate) · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Aufgabe HT 1 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Klausurteil A

Igiaba Scego, nata e cresciuta a Roma come figlia di un ex ministro somalo, va a trovare in Gran Bretagna il fratello Abdul, che vive lì con la moglie Nura e il figlio Mohamed Deq. Nel passo proposto la famiglia si trova riunita insieme a un cugino, chiamato O, e alla madre della narratrice.

[...]

Tutto cominciò da una mia domanda. Ero l’unica con la bocca libera, senza biscotti da

sgranocchiare e senza aeroplanini che mi tenevano indaffarata. Ancora oggi non so perché

feci quella domanda. Non so se fosse dettata da una semplice curiosità o se fossi diventata

5 il motore inconsapevole di un destino. La domanda non era rivolta a nessuno in particolare,

forse stavo solo interrogando me stessa ad alta voce.

«Come si chiama il cimitero dov’è sepolta nonna Auralla?»

I due uomini e il bambino mi guardarono confusi. Uno sguardo obliquo, un po’ perplesso,

fermo a mezz’aria.

«Allora» insistetti «dov’è sepolta?»

10 Il cugino O fu il primo a cercare una risposta: «Al cimitero Sheikh Sufi, quello con le

tombe azzurre… mi ricordo… mi ricordo… è lì che è sepolta. Sicuro.»

«Ma che dici?» quasi gridò mio fratello Abdul. […] «Tu non ti ricordi niente di Mogadi-

scio… stavi sempre chiuso con i tuoi libri e la tua sapienza. Non vedevi il mondo. Io invece

l’ho girata, Mogadiscio. […] Quelle strade sono state la mia aula. Quella città mi è entrata

15 dentro. Me la ricordo meglio di te. Potrei disegnartela addirittura. Ecco, sì, io di Mogadiscio

ti potrei fare un bel disegno, cugino, proprio ora.»

«Bella idea, papà» disse il bambino, spiazzandoci. «Disegniamo?»

I due uomini guardarono Mohamed Deq come se fosse pazzo. Poi si ricordarono che era

solo un bambino piccolo, piuttosto eccentrico del resto.

20 «No, Deq…» disse il padre.

«No, Deq… » disse lo zio.

«Sì, Deq… » dissi io.

Mio fratello Abdul mi lanciò un’occhiata indecisa. Forse gli faceva pena vedermi in

minoranza. Decise di seguire me e il figlioletto in quella strana pazzia del disegno.

25 «Hai ragione, tesoro, adesso la disegniamo.»

[...]

Mio fratello cominciò a tracciare una linea blu sul foglio immacolato. La via, la colonna,

Maka al Mukarama.

Disegnavamo Maka al Mukarama perché i nostri ricordi stavano sbiadendo. La nostra

30 città era morta dopo la guerra civile; i monumenti distrutti, le strade squarciate, le coscienze

sporcate. Avevamo bisogno di quel disegno, di quelle città di carta per sopravvivere.

Maka al Mukarama era un evento. Era l’arteria pulsante di Mogadiscio, la sua colonna

vertebrale. Era una strada lunga che attraversava la città da parte a parte. I passi dei

mogadisciani volenti o nolenti finivano sempre a Maka al Mukarama.

35 [...]

Dopo due ore di disegno eravamo sfiniti.

Deq no. I suoi occhi ci sembravano dire: «Colorate, colorate ancora.» Tanti colori, tanto

disegno.

“Questa mappa è bellissima”, pensai.

40 Ero orgogliosa. Non lo dimostravo.

«Esiste questa città, mamma?» chiese Deq a Nura.

Cosa dire?

Avrei voluto abbracciare mio nipote e spiegargli che da diciannove anni quella città non

esisteva più. Né quelle scuole, né quelle case, né quei quartieri, né altro.

45 La guerra ha distrutto tutto. Solo macerie. Ora lì ci sono cose diverse. Non quelle della

cartina. Quelle sono solo nei ricordi, nelle vecchie foto, nei racconti, nei siti internet in bianco

e nero. No, non esiste più niente. Ma nessuno ha il coraggio di dirtelo. Sei un bambino. Sei

bello. Nessuna delle persone presenti in questa stanza sa come dire una cosa così terribile a

un bambino così bello.

50 «Esiste questa città?»

Mia madre, giunta dalla stanza accanto, mi guardò. Poi guardò nostro nipote. Guardò mio

fratello, sua moglie. Poi sorrise come lei solo sa fare. Ha i denti bianchissimi.

«Esiste» disse mamma, semplicemente. «Si chiama Mogadiscio.»

Sorrisi.

55 «È la tua città, zia Igiaba?»

Non sapevo cosa rispondere. La domanda era improvvisa. Inaspettata. Contropiede. Non

riuscivo a rientrare nella mia metà campo. Imbarazzo.

Mia madre scosse la testa.

Stava riflettendo.

60 «Non basta» mi disse quasi brontolando.

«Cosa?»

«Questo» e indicò un punto tra lei e l’orizzonte.

«Questo cosa?» chiesi allora un po’ stizzita.

«Maabka, la mappa» le sue parole erano mischiate, lingua madre e italiano. «Non basta

65 per fare la tua città.»

«No? Davvero?» non sapevo dire se la mia era una domanda o un’affermazione.

«Decisamente no. Quella sulla mappa non è la tua città. Non puoi mentire al bambino.»

«Non voglio mentire al bambino. Non potrei mai. Ma…»

«Ma…?»

70 «…»

«Diciamo che lo è in un certo senso. Ma allo stesso tempo non lo è. Capisci, figlia?» e

mi accarezzò dolcemente la testa.

Ancora oggi non so se capii bene le sue parole. Il mio volto era diventato un punto di

domanda sospeso nel vuoto.

75 È la mia città?

Non lo è?

Ero a un crocevia.

Mamma disse altre parole. Non le afferrai tutte. Mi ero distratta. Ma l’ultima frase era un

pugno in pieno volto. Un ko da cui non sapevo se sarei riuscita a rialzarmi. Anzi, in quel

80 momento non volevo rialzarmi. Mamma con la dolcezza solita però mi aveva spronato. Mi

aveva colpito duro, lo sapeva. Ma il suo intento non era quello di distruggermi o umiliarmi.

Mi aveva colpito perché non poteva fare altrimenti. Voleva che io mi svegliassi, che

cominciassi veramente a vivere.

«Devi completare la mappa. Manchi tu lì dentro.» Io non riuscii a reagire.

85 In me era nata una voglia bastarda di mollare. Avrei voluto tanto indugiare nel mio ko.

Non alzarmi. Tergiversare. Meglio stare stesa, finita, sconfitta.

Vegetare.

Meglio?

Qualcosa in fondo alla mia coscienza urlò.

90 «Figlia mia, la devi completare» mi ripeté la mamma.

«Da dove si comincia?» Era quello che avrei voluto chiedere e non chiesi. Sapevo che la

risposta l’avrei dovuta trovare da sola. Mi arenai.

Perché mi succedeva questo?

Sono cosa? Sono chi?

95 Sono nera e italiana.

Ma sono anche somala e nera.

Allora sono afroitaliana? Italoafricana? Seconda generazione? […]

Sono un crocevia, mi sa. Un ponte, un’equilibrista, una che è sempre in bilico e non lo è

mai. Alla fine sono solo la mia storia.

100 [...]

Note:

riga

02 · sgranocchiare · knabbern

02 · indaffarato · beschäftigt

17 · spiazzare qn · jdn aus dem Konzept bringen

28 · Maka al Mukarama · strada principale di Mogadiscio

29 · sbiadire · verblassen

30 · squarciare · zerreißen

32/33 · la colonna vertebrale · Wirbelsäule

36 · sfinito · erschöpft

56 · il contropiede · Konter

60 · brontolare · murren

63 · stizzito · verärgert

80 · spronare · anspornen

85 · mollare · aufgeben

86 · tergiversare · ausweichen

98 · essere in bilico · auf der Kippe stehen

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

1. Riassumete i contenuti principali del testo. (comprensione) [12 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 2 · Analyse literarischer Texte (Figuren, Erzählweise, Sprache)

Klausurteil A

Igiaba Scego, nata e cresciuta a Roma come figlia di un ex ministro somalo, va a trovare in Gran Bretagna il fratello Abdul, che vive lì con la moglie Nura e il figlio Mohamed Deq. Nel passo proposto la famiglia si trova riunita insieme a un cugino, chiamato O, e alla madre della narratrice.

[...]

Tutto cominciò da una mia domanda. Ero l’unica con la bocca libera, senza biscotti da

sgranocchiare e senza aeroplanini che mi tenevano indaffarata. Ancora oggi non so perché

feci quella domanda. Non so se fosse dettata da una semplice curiosità o se fossi diventata

5 il motore inconsapevole di un destino. La domanda non era rivolta a nessuno in particolare,

forse stavo solo interrogando me stessa ad alta voce.

«Come si chiama il cimitero dov’è sepolta nonna Auralla?»

I due uomini e il bambino mi guardarono confusi. Uno sguardo obliquo, un po’ perplesso,

fermo a mezz’aria.

«Allora» insistetti «dov’è sepolta?»

10 Il cugino O fu il primo a cercare una risposta: «Al cimitero Sheikh Sufi, quello con le

tombe azzurre… mi ricordo… mi ricordo… è lì che è sepolta. Sicuro.»

«Ma che dici?» quasi gridò mio fratello Abdul. […] «Tu non ti ricordi niente di Mogadi-

scio… stavi sempre chiuso con i tuoi libri e la tua sapienza. Non vedevi il mondo. Io invece

l’ho girata, Mogadiscio. […] Quelle strade sono state la mia aula. Quella città mi è entrata

15 dentro. Me la ricordo meglio di te. Potrei disegnartela addirittura. Ecco, sì, io di Mogadiscio

ti potrei fare un bel disegno, cugino, proprio ora.»

«Bella idea, papà» disse il bambino, spiazzandoci. «Disegniamo?»

I due uomini guardarono Mohamed Deq come se fosse pazzo. Poi si ricordarono che era

solo un bambino piccolo, piuttosto eccentrico del resto.

20 «No, Deq…» disse il padre.

«No, Deq… » disse lo zio.

«Sì, Deq… » dissi io.

Mio fratello Abdul mi lanciò un’occhiata indecisa. Forse gli faceva pena vedermi in

minoranza. Decise di seguire me e il figlioletto in quella strana pazzia del disegno.

25 «Hai ragione, tesoro, adesso la disegniamo.»

[...]

Mio fratello cominciò a tracciare una linea blu sul foglio immacolato. La via, la colonna,

Maka al Mukarama.

Disegnavamo Maka al Mukarama perché i nostri ricordi stavano sbiadendo. La nostra

30 città era morta dopo la guerra civile; i monumenti distrutti, le strade squarciate, le coscienze

sporcate. Avevamo bisogno di quel disegno, di quelle città di carta per sopravvivere.

Maka al Mukarama era un evento. Era l’arteria pulsante di Mogadiscio, la sua colonna

vertebrale. Era una strada lunga che attraversava la città da parte a parte. I passi dei

mogadisciani volenti o nolenti finivano sempre a Maka al Mukarama.

35 [...]

Dopo due ore di disegno eravamo sfiniti.

Deq no. I suoi occhi ci sembravano dire: «Colorate, colorate ancora.» Tanti colori, tanto

disegno.

“Questa mappa è bellissima”, pensai.

40 Ero orgogliosa. Non lo dimostravo.

«Esiste questa città, mamma?» chiese Deq a Nura.

Cosa dire?

Avrei voluto abbracciare mio nipote e spiegargli che da diciannove anni quella città non

esisteva più. Né quelle scuole, né quelle case, né quei quartieri, né altro.

45 La guerra ha distrutto tutto. Solo macerie. Ora lì ci sono cose diverse. Non quelle della

cartina. Quelle sono solo nei ricordi, nelle vecchie foto, nei racconti, nei siti internet in bianco

e nero. No, non esiste più niente. Ma nessuno ha il coraggio di dirtelo. Sei un bambino. Sei

bello. Nessuna delle persone presenti in questa stanza sa come dire una cosa così terribile a

un bambino così bello.

50 «Esiste questa città?»

Mia madre, giunta dalla stanza accanto, mi guardò. Poi guardò nostro nipote. Guardò mio

fratello, sua moglie. Poi sorrise come lei solo sa fare. Ha i denti bianchissimi.

«Esiste» disse mamma, semplicemente. «Si chiama Mogadiscio.»

Sorrisi.

55 «È la tua città, zia Igiaba?»

Non sapevo cosa rispondere. La domanda era improvvisa. Inaspettata. Contropiede. Non

riuscivo a rientrare nella mia metà campo. Imbarazzo.

Mia madre scosse la testa.

Stava riflettendo.

60 «Non basta» mi disse quasi brontolando.

«Cosa?»

«Questo» e indicò un punto tra lei e l’orizzonte.

«Questo cosa?» chiesi allora un po’ stizzita.

«Maabka, la mappa» le sue parole erano mischiate, lingua madre e italiano. «Non basta

65 per fare la tua città.»

«No? Davvero?» non sapevo dire se la mia era una domanda o un’affermazione.

«Decisamente no. Quella sulla mappa non è la tua città. Non puoi mentire al bambino.»

«Non voglio mentire al bambino. Non potrei mai. Ma…»

«Ma…?»

70 «…»

«Diciamo che lo è in un certo senso. Ma allo stesso tempo non lo è. Capisci, figlia?» e

mi accarezzò dolcemente la testa.

Ancora oggi non so se capii bene le sue parole. Il mio volto era diventato un punto di

domanda sospeso nel vuoto.

75 È la mia città?

Non lo è?

Ero a un crocevia.

Mamma disse altre parole. Non le afferrai tutte. Mi ero distratta. Ma l’ultima frase era un

pugno in pieno volto. Un ko da cui non sapevo se sarei riuscita a rialzarmi. Anzi, in quel

80 momento non volevo rialzarmi. Mamma con la dolcezza solita però mi aveva spronato. Mi

aveva colpito duro, lo sapeva. Ma il suo intento non era quello di distruggermi o umiliarmi.

Mi aveva colpito perché non poteva fare altrimenti. Voleva che io mi svegliassi, che

cominciassi veramente a vivere.

«Devi completare la mappa. Manchi tu lì dentro.» Io non riuscii a reagire.

85 In me era nata una voglia bastarda di mollare. Avrei voluto tanto indugiare nel mio ko.

Non alzarmi. Tergiversare. Meglio stare stesa, finita, sconfitta.

Vegetare.

Meglio?

Qualcosa in fondo alla mia coscienza urlò.

90 «Figlia mia, la devi completare» mi ripeté la mamma.

«Da dove si comincia?» Era quello che avrei voluto chiedere e non chiesi. Sapevo che la

risposta l’avrei dovuta trovare da sola. Mi arenai.

Perché mi succedeva questo?

Sono cosa? Sono chi?

95 Sono nera e italiana.

Ma sono anche somala e nera.

Allora sono afroitaliana? Italoafricana? Seconda generazione? […]

Sono un crocevia, mi sa. Un ponte, un’equilibrista, una che è sempre in bilico e non lo è

mai. Alla fine sono solo la mia storia.

100 [...]

Note:

riga

02 · sgranocchiare · knabbern

02 · indaffarato · beschäftigt

17 · spiazzare qn · jdn aus dem Konzept bringen

28 · Maka al Mukarama · strada principale di Mogadiscio

29 · sbiadire · verblassen

30 · squarciare · zerreißen

32/33 · la colonna vertebrale · Wirbelsäule

36 · sfinito · erschöpft

56 · il contropiede · Konter

60 · brontolare · murren

63 · stizzito · verärgert

80 · spronare · anspornen

85 · mollare · aufgeben

86 · tergiversare · ausweichen

98 · essere in bilico · auf der Kippe stehen

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

2. Analizzate i sentimenti della narratrice nei confronti della Somalia, prendendo anche in considerazione la lingua e lo stile del testo. (analisi) [14 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 3.1 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Klausurteil A

Igiaba Scego, nata e cresciuta a Roma come figlia di un ex ministro somalo, va a trovare in Gran Bretagna il fratello Abdul, che vive lì con la moglie Nura e il figlio Mohamed Deq. Nel passo proposto la famiglia si trova riunita insieme a un cugino, chiamato O, e alla madre della narratrice.

[...]

Tutto cominciò da una mia domanda. Ero l’unica con la bocca libera, senza biscotti da

sgranocchiare e senza aeroplanini che mi tenevano indaffarata. Ancora oggi non so perché

feci quella domanda. Non so se fosse dettata da una semplice curiosità o se fossi diventata

5 il motore inconsapevole di un destino. La domanda non era rivolta a nessuno in particolare,

forse stavo solo interrogando me stessa ad alta voce.

«Come si chiama il cimitero dov’è sepolta nonna Auralla?»

I due uomini e il bambino mi guardarono confusi. Uno sguardo obliquo, un po’ perplesso,

fermo a mezz’aria.

«Allora» insistetti «dov’è sepolta?»

10 Il cugino O fu il primo a cercare una risposta: «Al cimitero Sheikh Sufi, quello con le

tombe azzurre… mi ricordo… mi ricordo… è lì che è sepolta. Sicuro.»

«Ma che dici?» quasi gridò mio fratello Abdul. […] «Tu non ti ricordi niente di Mogadi-

scio… stavi sempre chiuso con i tuoi libri e la tua sapienza. Non vedevi il mondo. Io invece

l’ho girata, Mogadiscio. […] Quelle strade sono state la mia aula. Quella città mi è entrata

15 dentro. Me la ricordo meglio di te. Potrei disegnartela addirittura. Ecco, sì, io di Mogadiscio

ti potrei fare un bel disegno, cugino, proprio ora.»

«Bella idea, papà» disse il bambino, spiazzandoci. «Disegniamo?»

I due uomini guardarono Mohamed Deq come se fosse pazzo. Poi si ricordarono che era

solo un bambino piccolo, piuttosto eccentrico del resto.

20 «No, Deq…» disse il padre.

«No, Deq… » disse lo zio.

«Sì, Deq… » dissi io.

Mio fratello Abdul mi lanciò un’occhiata indecisa. Forse gli faceva pena vedermi in

minoranza. Decise di seguire me e il figlioletto in quella strana pazzia del disegno.

25 «Hai ragione, tesoro, adesso la disegniamo.»

[...]

Mio fratello cominciò a tracciare una linea blu sul foglio immacolato. La via, la colonna,

Maka al Mukarama.

Disegnavamo Maka al Mukarama perché i nostri ricordi stavano sbiadendo. La nostra

30 città era morta dopo la guerra civile; i monumenti distrutti, le strade squarciate, le coscienze

sporcate. Avevamo bisogno di quel disegno, di quelle città di carta per sopravvivere.

Maka al Mukarama era un evento. Era l’arteria pulsante di Mogadiscio, la sua colonna

vertebrale. Era una strada lunga che attraversava la città da parte a parte. I passi dei

mogadisciani volenti o nolenti finivano sempre a Maka al Mukarama.

35 [...]

Dopo due ore di disegno eravamo sfiniti.

Deq no. I suoi occhi ci sembravano dire: «Colorate, colorate ancora.» Tanti colori, tanto

disegno.

“Questa mappa è bellissima”, pensai.

40 Ero orgogliosa. Non lo dimostravo.

«Esiste questa città, mamma?» chiese Deq a Nura.

Cosa dire?

Avrei voluto abbracciare mio nipote e spiegargli che da diciannove anni quella città non

esisteva più. Né quelle scuole, né quelle case, né quei quartieri, né altro.

45 La guerra ha distrutto tutto. Solo macerie. Ora lì ci sono cose diverse. Non quelle della

cartina. Quelle sono solo nei ricordi, nelle vecchie foto, nei racconti, nei siti internet in bianco

e nero. No, non esiste più niente. Ma nessuno ha il coraggio di dirtelo. Sei un bambino. Sei

bello. Nessuna delle persone presenti in questa stanza sa come dire una cosa così terribile a

un bambino così bello.

50 «Esiste questa città?»

Mia madre, giunta dalla stanza accanto, mi guardò. Poi guardò nostro nipote. Guardò mio

fratello, sua moglie. Poi sorrise come lei solo sa fare. Ha i denti bianchissimi.

«Esiste» disse mamma, semplicemente. «Si chiama Mogadiscio.»

Sorrisi.

55 «È la tua città, zia Igiaba?»

Non sapevo cosa rispondere. La domanda era improvvisa. Inaspettata. Contropiede. Non

riuscivo a rientrare nella mia metà campo. Imbarazzo.

Mia madre scosse la testa.

Stava riflettendo.

60 «Non basta» mi disse quasi brontolando.

«Cosa?»

«Questo» e indicò un punto tra lei e l’orizzonte.

«Questo cosa?» chiesi allora un po’ stizzita.

«Maabka, la mappa» le sue parole erano mischiate, lingua madre e italiano. «Non basta

65 per fare la tua città.»

«No? Davvero?» non sapevo dire se la mia era una domanda o un’affermazione.

«Decisamente no. Quella sulla mappa non è la tua città. Non puoi mentire al bambino.»

«Non voglio mentire al bambino. Non potrei mai. Ma…»

«Ma…?»

70 «…»

«Diciamo che lo è in un certo senso. Ma allo stesso tempo non lo è. Capisci, figlia?» e

mi accarezzò dolcemente la testa.

Ancora oggi non so se capii bene le sue parole. Il mio volto era diventato un punto di

domanda sospeso nel vuoto.

75 È la mia città?

Non lo è?

Ero a un crocevia.

Mamma disse altre parole. Non le afferrai tutte. Mi ero distratta. Ma l’ultima frase era un

pugno in pieno volto. Un ko da cui non sapevo se sarei riuscita a rialzarmi. Anzi, in quel

80 momento non volevo rialzarmi. Mamma con la dolcezza solita però mi aveva spronato. Mi

aveva colpito duro, lo sapeva. Ma il suo intento non era quello di distruggermi o umiliarmi.

Mi aveva colpito perché non poteva fare altrimenti. Voleva che io mi svegliassi, che

cominciassi veramente a vivere.

«Devi completare la mappa. Manchi tu lì dentro.» Io non riuscii a reagire.

85 In me era nata una voglia bastarda di mollare. Avrei voluto tanto indugiare nel mio ko.

Non alzarmi. Tergiversare. Meglio stare stesa, finita, sconfitta.

Vegetare.

Meglio?

Qualcosa in fondo alla mia coscienza urlò.

90 «Figlia mia, la devi completare» mi ripeté la mamma.

«Da dove si comincia?» Era quello che avrei voluto chiedere e non chiesi. Sapevo che la

risposta l’avrei dovuta trovare da sola. Mi arenai.

Perché mi succedeva questo?

Sono cosa? Sono chi?

95 Sono nera e italiana.

Ma sono anche somala e nera.

Allora sono afroitaliana? Italoafricana? Seconda generazione? […]

Sono un crocevia, mi sa. Un ponte, un’equilibrista, una che è sempre in bilico e non lo è

mai. Alla fine sono solo la mia storia.

100 [...]

Note:

riga

02 · sgranocchiare · knabbern

02 · indaffarato · beschäftigt

17 · spiazzare qn · jdn aus dem Konzept bringen

28 · Maka al Mukarama · strada principale di Mogadiscio

29 · sbiadire · verblassen

30 · squarciare · zerreißen

32/33 · la colonna vertebrale · Wirbelsäule

36 · sfinito · erschöpft

56 · il contropiede · Konter

60 · brontolare · murren

63 · stizzito · verärgert

80 · spronare · anspornen

85 · mollare · aufgeben

86 · tergiversare · ausweichen

98 · essere in bilico · auf der Kippe stehen

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

Scegliete uno dei due compiti (Compito 3.1 oppure Compito 3.2):

3.1 «Sono un crocevia, mi sa. Un ponte, un’equilibrista, una che è sempre in bilico e non lo è mai. Alla fine sono solo la mia storia.» (r. 98 – 99)

Prendendo spunto da questa frase della narratrice, illustrate quali difficoltà e quali possibilità incontrano nel proprio percorso di integrazione le persone straniere o di origine straniera che vivono in Italia. (commento) [16 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 3.2 · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel

Klausurteil A

Igiaba Scego, nata e cresciuta a Roma come figlia di un ex ministro somalo, va a trovare in Gran Bretagna il fratello Abdul, che vive lì con la moglie Nura e il figlio Mohamed Deq. Nel passo proposto la famiglia si trova riunita insieme a un cugino, chiamato O, e alla madre della narratrice.

[...]

Tutto cominciò da una mia domanda. Ero l’unica con la bocca libera, senza biscotti da

sgranocchiare e senza aeroplanini che mi tenevano indaffarata. Ancora oggi non so perché

feci quella domanda. Non so se fosse dettata da una semplice curiosità o se fossi diventata

5 il motore inconsapevole di un destino. La domanda non era rivolta a nessuno in particolare,

forse stavo solo interrogando me stessa ad alta voce.

«Come si chiama il cimitero dov’è sepolta nonna Auralla?»

I due uomini e il bambino mi guardarono confusi. Uno sguardo obliquo, un po’ perplesso,

fermo a mezz’aria.

«Allora» insistetti «dov’è sepolta?»

10 Il cugino O fu il primo a cercare una risposta: «Al cimitero Sheikh Sufi, quello con le

tombe azzurre… mi ricordo… mi ricordo… è lì che è sepolta. Sicuro.»

«Ma che dici?» quasi gridò mio fratello Abdul. […] «Tu non ti ricordi niente di Mogadi-

scio… stavi sempre chiuso con i tuoi libri e la tua sapienza. Non vedevi il mondo. Io invece

l’ho girata, Mogadiscio. […] Quelle strade sono state la mia aula. Quella città mi è entrata

15 dentro. Me la ricordo meglio di te. Potrei disegnartela addirittura. Ecco, sì, io di Mogadiscio

ti potrei fare un bel disegno, cugino, proprio ora.»

«Bella idea, papà» disse il bambino, spiazzandoci. «Disegniamo?»

I due uomini guardarono Mohamed Deq come se fosse pazzo. Poi si ricordarono che era

solo un bambino piccolo, piuttosto eccentrico del resto.

20 «No, Deq…» disse il padre.

«No, Deq… » disse lo zio.

«Sì, Deq… » dissi io.

Mio fratello Abdul mi lanciò un’occhiata indecisa. Forse gli faceva pena vedermi in

minoranza. Decise di seguire me e il figlioletto in quella strana pazzia del disegno.

25 «Hai ragione, tesoro, adesso la disegniamo.»

[...]

Mio fratello cominciò a tracciare una linea blu sul foglio immacolato. La via, la colonna,

Maka al Mukarama.

Disegnavamo Maka al Mukarama perché i nostri ricordi stavano sbiadendo. La nostra

30 città era morta dopo la guerra civile; i monumenti distrutti, le strade squarciate, le coscienze

sporcate. Avevamo bisogno di quel disegno, di quelle città di carta per sopravvivere.

Maka al Mukarama era un evento. Era l’arteria pulsante di Mogadiscio, la sua colonna

vertebrale. Era una strada lunga che attraversava la città da parte a parte. I passi dei

mogadisciani volenti o nolenti finivano sempre a Maka al Mukarama.

35 [...]

Dopo due ore di disegno eravamo sfiniti.

Deq no. I suoi occhi ci sembravano dire: «Colorate, colorate ancora.» Tanti colori, tanto

disegno.

“Questa mappa è bellissima”, pensai.

40 Ero orgogliosa. Non lo dimostravo.

«Esiste questa città, mamma?» chiese Deq a Nura.

Cosa dire?

Avrei voluto abbracciare mio nipote e spiegargli che da diciannove anni quella città non

esisteva più. Né quelle scuole, né quelle case, né quei quartieri, né altro.

45 La guerra ha distrutto tutto. Solo macerie. Ora lì ci sono cose diverse. Non quelle della

cartina. Quelle sono solo nei ricordi, nelle vecchie foto, nei racconti, nei siti internet in bianco

e nero. No, non esiste più niente. Ma nessuno ha il coraggio di dirtelo. Sei un bambino. Sei

bello. Nessuna delle persone presenti in questa stanza sa come dire una cosa così terribile a

un bambino così bello.

50 «Esiste questa città?»

Mia madre, giunta dalla stanza accanto, mi guardò. Poi guardò nostro nipote. Guardò mio

fratello, sua moglie. Poi sorrise come lei solo sa fare. Ha i denti bianchissimi.

«Esiste» disse mamma, semplicemente. «Si chiama Mogadiscio.»

Sorrisi.

55 «È la tua città, zia Igiaba?»

Non sapevo cosa rispondere. La domanda era improvvisa. Inaspettata. Contropiede. Non

riuscivo a rientrare nella mia metà campo. Imbarazzo.

Mia madre scosse la testa.

Stava riflettendo.

60 «Non basta» mi disse quasi brontolando.

«Cosa?»

«Questo» e indicò un punto tra lei e l’orizzonte.

«Questo cosa?» chiesi allora un po’ stizzita.

«Maabka, la mappa» le sue parole erano mischiate, lingua madre e italiano. «Non basta

65 per fare la tua città.»

«No? Davvero?» non sapevo dire se la mia era una domanda o un’affermazione.

«Decisamente no. Quella sulla mappa non è la tua città. Non puoi mentire al bambino.»

«Non voglio mentire al bambino. Non potrei mai. Ma…»

«Ma…?»

70 «…»

«Diciamo che lo è in un certo senso. Ma allo stesso tempo non lo è. Capisci, figlia?» e

mi accarezzò dolcemente la testa.

Ancora oggi non so se capii bene le sue parole. Il mio volto era diventato un punto di

domanda sospeso nel vuoto.

75 È la mia città?

Non lo è?

Ero a un crocevia.

Mamma disse altre parole. Non le afferrai tutte. Mi ero distratta. Ma l’ultima frase era un

pugno in pieno volto. Un ko da cui non sapevo se sarei riuscita a rialzarmi. Anzi, in quel

80 momento non volevo rialzarmi. Mamma con la dolcezza solita però mi aveva spronato. Mi

aveva colpito duro, lo sapeva. Ma il suo intento non era quello di distruggermi o umiliarmi.

Mi aveva colpito perché non poteva fare altrimenti. Voleva che io mi svegliassi, che

cominciassi veramente a vivere.

«Devi completare la mappa. Manchi tu lì dentro.» Io non riuscii a reagire.

85 In me era nata una voglia bastarda di mollare. Avrei voluto tanto indugiare nel mio ko.

Non alzarmi. Tergiversare. Meglio stare stesa, finita, sconfitta.

Vegetare.

Meglio?

Qualcosa in fondo alla mia coscienza urlò.

90 «Figlia mia, la devi completare» mi ripeté la mamma.

«Da dove si comincia?» Era quello che avrei voluto chiedere e non chiesi. Sapevo che la

risposta l’avrei dovuta trovare da sola. Mi arenai.

Perché mi succedeva questo?

Sono cosa? Sono chi?

95 Sono nera e italiana.

Ma sono anche somala e nera.

Allora sono afroitaliana? Italoafricana? Seconda generazione? […]

Sono un crocevia, mi sa. Un ponte, un’equilibrista, una che è sempre in bilico e non lo è

mai. Alla fine sono solo la mia storia.

100 [...]

Note:

riga

02 · sgranocchiare · knabbern

02 · indaffarato · beschäftigt

17 · spiazzare qn · jdn aus dem Konzept bringen

28 · Maka al Mukarama · strada principale di Mogadiscio

29 · sbiadire · verblassen

30 · squarciare · zerreißen

32/33 · la colonna vertebrale · Wirbelsäule

36 · sfinito · erschöpft

56 · il contropiede · Konter

60 · brontolare · murren

63 · stizzito · verärgert

80 · spronare · anspornen

85 · mollare · aufgeben

86 · tergiversare · ausweichen

98 · essere in bilico · auf der Kippe stehen

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

a scelta (Compito 3.1 oppure Compito 3.2):

3.2 Immaginate la seguente situazione: nel corso del vostro anno in Italia avete preso parte a un incontro con la scrittrice Igiaba Scego dedicato al tema “Cittadini stranieri in Italia”; durante l'incontro sono state tematizzate soprattutto le difficoltà e le opportunità che gli immigrati trovano nel loro percorso di integrazione nella società.

Scrivete per la homepage della vostra scuola italiana un testo in cui illustrate i temi centrali della discussione e esprimete anche la vostra opinione. (produzione libera) [16 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Klausurteil B

Flüchtlinge als Chance: Eine Problemstadt macht vor, was „Wir schaffen das“ bedeutet

Altena zählte lange zu den Problemstädten; keine andere Kommune im Westen Deutschlands verlor in den letzten Jahren so viele Einwohner. Mit dem Beschluss von 2015, über das Pflichtmaß hinaus Flüchtlinge aufzunehmen, begann ein neuer Abschnitt. Mittlerweile wird Altena als Vorbild für Integration betrachtet.

[...]

Während zahlreiche Kommunen überfordert mit der Unterbringung der ihnen zugewiesenen

Asylbewerber waren, entschied man sich in Altena, 100 Flüchtlinge mehr aufzunehmen als

nötig – trotz finanzieller Schwierigkeiten. Fünf Jahre ist dieser Schritt nun her, in der Gemeinde

hat sich einiges getan. Das Gespräch mit den Menschen dort zeigt, wie ernst die Altenaer

5 Merkels viel zitierte Worte „Wir schaffen das“ nehmen. Klar wird aber auch: In der Corona-

Krise stößt die Integrationspolitik auf neue Probleme.

Flüchtlinge als Chance in Altena: „Haben viele interessante Menschen dazugewonnen“

Bürgermeister Andreas Hollstein (CDU) sagt im Gespräch mit FOCUS Online: „Ich halte den

Satz der Bundeskanzlerin für richtig. Wir haben die Herausforderung angenommen und sie

10 positiv bewältigt.“ Zum fünfjährigen Jubiläum der Flüchtlingskrise zieht er eine erfreuliche

Bilanz. „Letztlich sind die meisten Flüchtlinge, die nun bei uns in Altena leben, eine Berei-

cherung für die Bevölkerung. Unser Konzept ist aufgegangen, wir haben sehr viele interes-

sante Menschen dazugewonnen“, erklärt er.

Altenas Integrationskonzept ist einfach, aber effektiv. Die Kleinstadt bietet Flüchtlingen seit

15 dem ersten Tag Deutschkurse an, sogenannte „Kümmerer“ helfen Zuwanderern bei Behör-

dengängen oder erklären ihnen die Grundsätze der Mülltrennung. Sammelunterkünfte gibt

es in Altena nicht: Flüchtlinge werden dezentral in vormals leerstehenden Wohnungen unter-

gebracht. Dass das möglich ist, liegt auch an einem großen Problem, mit dem die Gemeinde

zu kämpfen hat. Denn Altena schrumpfte in den vergangenen Jahrzehnten so stark wie keine

20 andere westdeutsche Kommune. Zählte die Stadt 1970 noch rund 32.000 Einwohner, leben

heute nur noch knapp 17.000 Menschen in der Gemeinde.

„Natürlich hatten wir dadurch freien Wohnraum“, sagt auch Hollstein. Dieser sei an die Stadt

vermietet und von Helfern für die Flüchtlinge hergerichtet worden. Eine „Win-Win-Situa-

tion“, wie es der Bürgermeister nennt. Für ihn steht fest: „Das sind neue Nachbarn, die wir

25 gern in unserer Stadt haben wollen. Über die Jahre sind sehr viele Zuwanderer bei uns geblie-

ben, insgesamt über 400“, sagt er. So lautet auch das Motto der Stadt: „Vom Flüchtling zum

Altenaer Mitbürger“. Viele Migranten haben inzwischen ihren Schulabschluss gemacht, eine

Ausbildung begonnen oder eine Arbeit aufgenommen.

[...] Damit Integration in deutschen Kommunen funktioniert, braucht es einen positiven Um-

30 gang mit dem Thema Flüchtlinge und Schlüsselpersonen, die die Eingliederung vorantreiben.

Hollstein vergleicht die Integrationspolitik mit einem Marathonlauf: Auch, wenn bereits vieles

gelungen sei, müsse man weiter am Konzept arbeiten. Besonders die Corona-Krise bringe

laut dem CDU-Politiker neue Herausforderungen mit sich.

Corona-Krise birgt Gefahren für die Integration von Flüchtlingen

35 Das bestätigt Forscherin Bendel, die auch Vorsitzende des Sachverständigenrats deutscher

Stiftungen für Integration und Migration ist. „Schon jetzt haben viele in der Pandemie ihren

Job verloren, die Arbeitslosenquote unter Migranten stieg um mehr als zwei Prozent“, warnt

sie. Das führt sie zum einen darauf zurück, dass viele Zuwanderer in von der Virus-Krise

besonders betroffenen Sektoren wie der Gastronomie oder der Hotellerie arbeiten. Zum ande-

40 ren hätten einige Migranten lediglich Zeitverträge, die die jeweiligen Unternehmen in der

Krise nicht verlängern würden.

In Altena ist laut Hollstein noch nicht absehbar, wie viele Migranten ihre Arbeit verloren

haben. Viele würden im Helfer- und Handwerksbereich arbeiten, also anderen Sektoren als

die, die Bendel nennt. Dennoch versuche man, Zuwanderer in der Pandemie so gut es gehe zu

45 unterstützen. Hollstein erklärt: „Wir haben zum Beispiel Dolmetscher engagiert, die Erklä-

rungen zum Thema Corona auf Arabisch oder in andere Sprachen übersetzen.“ So scheint

in Altena auch in der Virus-Krise zu gelten: „Wir schaffen das“.

Klausurteil B: Sprachmittlung isoliert

Compito 4: Un vostro amico italiano è volontario presso Mani Tese, un’organizzazione impegnata per la giustizia sociale ed economica a livello mondiale. Il gruppo che opera nella sua città si adopera per promuovere l’integrazione degli immigrati e per aiutarli nel periodo della pandemia. Leggendo questo articolo, vi è venuto in mente lui, perché cerca continuamente esempi positivi e interessanti di integrazione per la sua organizzazione.

Scrivete al vostro amico un’e-mail in cui gli riportate le informazioni dell’articolo che possono interessargli. (mediazione) [18 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

1. Elencate le difficoltà di Roma che Marco d'Eramo descrive nel testo. (comprensione) [12 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 2 · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung)

2. Analizzate le considerazioni di Marco d'Eramo su Roma, tenendo conto anche del linguaggio e degli strumenti stilistici impiegati nel testo. (analisi) [14 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 3.1 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

a scelta:

«Nel mercato delle città turistiche Roma non tira, in parte perché non si sa vendere, in parte perché è un prodotto avariato.» (r. 28 – 29)

3.1 Prendendo spunto da questa citazione, commentate le difficoltà e le opportunità che si presentano nello sviluppo di un turismo più sostenibile a Roma. (commento) [16 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 3.2 · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel

oppure:

3.2 Immaginate questa situazione: nell'ambito di un corso internazionale per studenti dedicato allo sviluppo urbano sostenibile avete letto il seguente testo di Marco d'Eramo.

Scrivete un post per il blog del corso in cui, prendendo spunto dal testo, presentate le vostre riflessioni e le vostre idee per rendere più sostenibile il turismo nella città di Roma. (produzione libera) [16 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Klausurteil B

Aus Neukölln in die Uckermark

Wenn Hipster aufs Dorf ziehen

Immer mehr Kreative verlassen die Metropolen. Sie suchen Natur und Gemeinschaft, nutzen Leerstand und bringen ihre Ideen mit. Abgehängten Regionen kann das helfen – trotzdem sind alteingesessene Dorfbewohner skeptisch.

[...]

Jahrelang war es so: Die Städte wuchsen, während ländliche Regionen sich leerten. Doch

inzwischen gibt es auch eine gegenläufige Bewegung. Mehr auch hippe Großstädter sehnen

sich nach einem Leben auf dem Dorf. Mittlerweile wandern mehr Städter ins Umland ab, als

von dort in die Metropolen ziehen. Das besagt eine Studie des Bundesinstituts für Bevölke-

5 rungsforschung. Könnte die neue Landlust der urbanen Elite eine Rettung sein für abgehängte

Regionen?

[...]

Die Pandemie hat die Landlust verstärkt. Einer Studie des Digitalverbands Bitkom aus dem

Januar zufolge zöge jeder fünfte Berufstätige um, wenn er in Zukunft größtenteils im Home-

10 office arbeiten könnte. Unter den 16- bis 24-Jährigen war es sogar mehr als jeder Dritte. Die

Gründe dafür sind nicht nur steigende Mieten in Metropolen. Wer umziehen möchte, will laut

der Studie vor allem im Grünen wohnen, kürzere Wege zu Verwandten und Freunden haben;

also seine Wohnsituation verbessern.

[...]

15 Es ist ein bestimmtes Milieu, das aufs Land strebt: kreative, digitalaffine Menschen, IT-Spe-

zialisten, Freiberufler. Die Geografin Susanne Dähner hat das in einer Studie für das Berlin-

Institut für Bevölkerung und Entwicklung im Jahr 2019 untersucht. »Es sind hochqualifizierte

Menschen«, sagt sie. »Sie wollen das Beste aus zwei Welten: Freiräume, aber trotzdem die

Vorteile der Stadt nicht missen.«

20 Die meisten ziehen allein um oder mit ihrer Kernfamilie. Einige nehmen ihr soziales Umfeld

mit, verlegen ihren Freundeskreis. Sie ziehen gemeinsam in große Gebäude, die die Gemein-

den seit Jahren nicht mehr nutzen: alte Schulen, Mühlen, Höfe. Den Bevölkerungsschwund in

abgelegenen, strukturschwachen Regionen würden die Städter jedoch nicht aufhalten. Denn

dort sei die Bevölkerung schon stark gealtert, und es zögen noch immer mehr junge Menschen

25 in Richtung Städte, als Familien zurückkämen, sagt Susanne Dähner.

Vom Zuzug des digitalaffinen Großstadtmilieus profitieren vor allem jene Regionen, die ans

schnelle Internet angeschlossen und relativ gut an Metropolregionen angebunden sind. Man

könnte sagen: Der Raum der Stadt breitet sich aus. Wo sie sich niederlassen, kreieren diese

ehemaligen Großstädter urbane Strukturen, die sie nicht missen möchten: Co-Working-Spaces,

30 Carsharing, Cafés. »Sie erneuern das Land«, sagt Expertin Dähner.

[...]

Wenn Menschen aus der Stadt auf Menschen vom Land treffen, gebe es Vorurteile auf beiden

Seiten, sagt Wissenschaftlerin Dähner. Die Neuen würden nicht immer mit offenen Armen

empfangen. So hätten zugezogene Städter die Dorfgemeinschaft zum gemeinsamen Gärtnern

35 eingeladen, eine Idee, entstanden aus gemeinschaftlichen städtischen Gartenprojekten. »Nie-

mand aus dem Dorf kam. Die Menschen haben ihren eigenen Garten und müssen nicht noch

mit anderen gemeinsam gärtnern.« Manche stünden dem Zuzug auch mit Ängsten gegenüber,

deswegen ist es wichtig, Kontakte zu suchen. »Man sollte zum Dorffest gehen«, sagt Dähner.

»Auch wenn man Veganer ist und es dort Bratwürste gibt.«

40 [...]

Etliche Städter kommen mit zu romantischen Vorstellungen aufs Land. Das sagt die Projekt-

entwicklerin Julia Paaß, die selbst nach Jahren in Berlin nach Brandenburg zog. Die Umzügler

seien mit der Realität oft überfordert. Paaß gründete das Netzwerk Zukunftsorte, um Städter

beim Gründen von gemeinschaftlichen Wohn- und Arbeitsorten auf dem Land zu unterstützen

45 und für ein aktives Verbinden der Zuziehenden mit den Einheimischen zu werben. »Auf dem

Land braucht man ein Auto. Und es gibt keinen Unverpacktladen um die Ecke. Nachhaltig

zu leben ist in der Stadt auf den ersten Blick einfacher als auf dem Land.«

Paaß sagt, sie wünsche sich aktiven Austausch, keine Blase für Städter, in der sie sich wohl-

fühlen. »Natürlich ist das legitim, wenn Städter ihre eigenen Projekte nur für sich und ihres-

50 gleichen auf dem Land machen wollen«, sagt sie. »Aber dann bringt es keine Impulse für die

Region.«

[...]

Anmerkungen:

Zeile

Titel · Neukölln · Stadtteil von Berlin

Titel · Uckermark · Landkreis in Brandenburg

Klausurteil B: Sprachmittlung isoliert

4.

Un'amica italiana, che frequenta il corso di Sociologia, sta svolgendo all'università una ricerca sulle nuove tendenze di vita al di fuori delle città in Europa. Secondo voi, questo articolo potrebbe essere utile al suo lavoro.

Scrivete alla vostra amica un'e-mail in cui riportate le informazioni del testo che possono essere importanti per lei. (mediazione) [18 Punkte]

Aufgabe HT 3 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Klausurteil A

Insieme alla sua squadra, il giornalista Paolo Rumiz ha percorso a piedi la via Appia, l’antica strada romana tra Roma e Brindisi, per richiamare l’attenzione del pubblico su una delle più antiche strade d’Europa. In questo capitolo i viaggiatori attraversano la Basilicata.

[...]

Attacchiamo il pendio di primo mattino, in un silenzio ingannatore, tra finocchietto, ginestre

e steli di velenosa ferula lunghi come spade. Nessuno di noi sa che questa sarà la tappa più

dura del viaggio. […] Ed è un corpo a corpo, contro la salita, contro il vento, persino contro

le pecore, che scendono a slavina verso il fiume.

5 “Di dove siete?” chiede il giovane pastore che le segue stravaccato in macchina, il berretto

con la visiera sulla nuca e il braccio sinistro penzolante fuori dalla portiera. Non ha mai visto

nessuno passare a piedi di là. Gli italiani non camminano nella pancia del Paese.

“Siamo del Nord.”

La sorpresa si tramuta in sbalordimento. “E dove andate?”

10 “A Brindisi.”

Ride, si sbraccia per salutarci e passa oltre, strombazzando dietro al gregge lanciato verso

l’abbeverata in una scia di caccole. Il pastore in macchina e i borghesi a piedi: situazione

decisamente comica.

Ma già dal fiume sale un’autocisterna piena d’acqua, con un altro giovanotto al volante.

15 Annaffia la strada per abbattere il polverone sollevato dai passaggi di altri camion. Musica

rock dal cruscotto, cicca accesa e portiera aperta per ventilare le ascelle. Anche lui non ha mai

visto nessun forestiero camminare da queste parti.

“Ditemi un po’, ma che fate? Passeggiate? Con ’sti zainetti ’ncoppa…”

“Andiamo da Roma a Brindisi.”

20 “A piedi?”

Noi in coro: “Certamente”.

E lui: “Ma chi vi paga?”

Noi: “Storia lunga. Ma lei piuttosto, che fa?”.

“Bagno la strada per i mezzi pesanti che arrivano. Tra poco cominciano a lavorare quelli

25 delle pale.”

Alziamo gli occhi verso la collina. La traccia, già divorata dai campi di grano e dagli

orti, muore contro il gigantesco parco eolico. Sopra di noi quattro colonne mozze di torri in

costruzione, […] immense già prima di essere finite. Roba di ottanta metri, senza contare le

pale. Ed è solo l’inizio. Le alture e i boschi dove Federico II di Svevia andava a caccia sono

30 talmente scorticati dall’industria del vento che il gomitolo della nostra linea ci sfugge di

mano.

Parco eolico: bel nome, no? Fa pensare a un bosco accarezzato da zefiri leggeri. La

devastazione si serve di parole come queste, perfette per fare colpo sugli ingenui. La realtà

è che l’asfalto del parco cede, s’inclina e si apre; e noi siamo costretti a camminare sul bordo

35 di lunghe fessure, simili a linee di faglia. Cercavamo di far rinascere una strada antica e

assistiamo invece, crepa dopo crepa, smottamento dopo smottamento, alla morte in diretta

di una strada della modernità.

[…] Ed ecco i primi mostri, mezzi pesanti grossi come tre carri armati ciascuno. Lenti,

inesorabili, indifferenti alla nostra presenza […]. Giganteschi anche gli autisti. Sembrano i

40 padroni. E invece no, i capi sono altri: mercenari alieni dalle mani da pianista, giovani tecnici

stranieri che lasciano la fatica agli italiani. Passano ragazzi spagnoli, col sorriso vagamente

canzonatorio, abbronzati, in T-shirt nere, su furgoni bianchi o Land Rover. […] Sono davanti

al trionfo di una razza nuova di predatori a spese degli ultimi produttori di risorse, i contadini

dalle mani callose.

45 Poco oltre, un podere, con un contadino che suda attorno ai pomodori. Gli chiedo cosa

pensa dei giganti intorno a lui, ma non risponde. Appena vede il mio taccuino e la telecamera

di Alex si blinda in se stesso, come se il mondo non lo riguardasse, o come se la lotta contro

il potere fosse persa in partenza. […]

Ma che fai, vorrei dire al contadino curvo sulle zolle, non vedi che sei rimasto solo,

50 che i vincenti sono loro? Non capisci che nessun politico verrà mai, e tantomeno a piedi, a

vedere cosa sta succedendo quassù? Guarda cosa è accaduto a San Giorgio la Molara, sopra

Benevento, diventato inaccessibile perché l’eolico gli ha devastato le strade. E guarda qui a

due passi, in contrada San Nicola. Hanno espropriato terreni agricoli per fare un’enorme

centrale elettrica collegata alle pale, e l’hanno dichiarata “temporanea”. Ma qui nulla è

55 temporaneo. Qui si svende l’Italia. E ognuno sa che è “per sempre”.

Ancora torri immense. Di una è appena stato scavato il basamento, grande come mezzo

stadio di calcio. Oltre, bulldozer sventrano altri campi da grano, e lo sterro lascia ai lati

montagne di detriti che saranno spianati chissà quando. A distanza, eliche di anemometri

frullano l’aria in cima ad altissimi pali. Dicono che non è finita e che bisogna prepararsi alla

60 costruzione di nuovi mulini. Attorno, la meravigliosa dolcezza dei declivi, anziché offrirti

consolazione, ti ara l’anima e ti fa schiumare di rabbia. Capisci di essere un ficcanaso, un

moscerino impotente; così ti vede anche l’ultimo degli operai.

“Che fate?” ci chiedono curiosi da un cantiere.

“Un film,” rispondiamo.

65 “E come si chiama?”

“Appia Antica.”

E loro giù a ridere.

Cumulonembi lontani, arrotolati sul Gargano come frangenti su una scogliera. Ma voi che

ne sapete dell’Appennino, vorrei dire agli amministratori della cosa pubblica, se non siete

70 mai venuti su queste montagne spopolate e non avete mai visto da vicino la truffa di questo

saccheggio mascherato da ecologia? Come potete dire di conoscere il Paese se non avete

vissuto la tristezza d’inverno delle sue periferie svendute da un’accolita di notabili alle

multinazionali dell’acqua e del vento? Avete mai conosciuto l’angoscia e la noia dei luoghi

dove non succede più niente? Voi, e gli operai che ci guardano ridendo, so che vorreste che

75 mollassimo tutto, che desistessimo da questa impresa demenziale, perché ormai il territorio

è perduto e l’Italia vende pezzi del suo corpo come una puttana di strada. Questo vorreste, ma

noi non molliamo. La bellezza intorno a noi resiste, ostinata. Come noi.

[...]

Note:

riga

01 · il finocchietto · wilder Fenchel

02 · la ferula · Riesenfenchel

04 · a slavina · wie eine Lawine

05 · stravaccato · hingelümmelt

12 · l’abbeverata · Tränke

16 · la cicca · ugs. Zigarette

18 · ’sti · questi

18 · ’ncoppa · dial. auf den Rücken

24 · il mezzo pesante · Lkw

25 · la pala · hier: Windrad

26 · la traccia · hier: die Trasse der alten Via Appia

27 · mozzo · abgeschlagen

29 · Federico II di Svevia · Stauferkaiser Friedrich II (1194 – 1250)

30 · scorticare · abholzen

35 · la faglia · Spalte im Gelände

40 · mercenari alieni · fremde Söldner

47 · Alex · Alessandro Scillitani ist der Kameramann des Teams um Paolo Rumiz

51 · San Giorgio la Molara · Gemeinde in der Region Kampanien in der Provinz Benevento

57 · lo sterro · die Grube

58 · l’anemometro · Windmesser

61 · il ficcanaso · Schnüffelmaus

68 · il cumulonembo · Gewitterwolke

72 · l’accolita di notabili · pej. ein Haufen Prominenz

75 · mollare · hier: aufgeben

1. Descrivete le persone che Paolo Rumiz e il suo gruppo incontrano durante la tappa del viaggio a piedi riportata nel testo. (comprensione) [12 Punkte]

Aufgabe HT 3 - Compito 2 · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung)

Klausurteil A

Insieme alla sua squadra, il giornalista Paolo Rumiz ha percorso a piedi la via Appia, l’antica strada romana tra Roma e Brindisi, per richiamare l’attenzione del pubblico su una delle più antiche strade d’Europa. In questo capitolo i viaggiatori attraversano la Basilicata.

[...]

Attacchiamo il pendio di primo mattino, in un silenzio ingannatore, tra finocchietto, ginestre

e steli di velenosa ferula lunghi come spade. Nessuno di noi sa che questa sarà la tappa più

dura del viaggio. […] Ed è un corpo a corpo, contro la salita, contro il vento, persino contro

le pecore, che scendono a slavina verso il fiume.

5 “Di dove siete?” chiede il giovane pastore che le segue stravaccato in macchina, il berretto

con la visiera sulla nuca e il braccio sinistro penzolante fuori dalla portiera. Non ha mai visto

nessuno passare a piedi di là. Gli italiani non camminano nella pancia del Paese.

“Siamo del Nord.”

La sorpresa si tramuta in sbalordimento. “E dove andate?”

10 “A Brindisi.”

Ride, si sbraccia per salutarci e passa oltre, strombazzando dietro al gregge lanciato verso

l’abbeverata in una scia di caccole. Il pastore in macchina e i borghesi a piedi: situazione

decisamente comica.

Ma già dal fiume sale un’autocisterna piena d’acqua, con un altro giovanotto al volante.

15 Annaffia la strada per abbattere il polverone sollevato dai passaggi di altri camion. Musica

rock dal cruscotto, cicca accesa e portiera aperta per ventilare le ascelle. Anche lui non ha mai

visto nessun forestiero camminare da queste parti.

“Ditemi un po’, ma che fate? Passeggiate? Con ’sti zainetti ’ncoppa…”

“Andiamo da Roma a Brindisi.”

20 “A piedi?”

Noi in coro: “Certamente”.

E lui: “Ma chi vi paga?”

Noi: “Storia lunga. Ma lei piuttosto, che fa?”.

“Bagno la strada per i mezzi pesanti che arrivano. Tra poco cominciano a lavorare quelli

25 delle pale.”

Alziamo gli occhi verso la collina. La traccia, già divorata dai campi di grano e dagli

orti, muore contro il gigantesco parco eolico. Sopra di noi quattro colonne mozze di torri in

costruzione, […] immense già prima di essere finite. Roba di ottanta metri, senza contare le

pale. Ed è solo l’inizio. Le alture e i boschi dove Federico II di Svevia andava a caccia sono

30 talmente scorticati dall’industria del vento che il gomitolo della nostra linea ci sfugge di

mano.

Parco eolico: bel nome, no? Fa pensare a un bosco accarezzato da zefiri leggeri. La

devastazione si serve di parole come queste, perfette per fare colpo sugli ingenui. La realtà

è che l’asfalto del parco cede, s’inclina e si apre; e noi siamo costretti a camminare sul bordo

35 di lunghe fessure, simili a linee di faglia. Cercavamo di far rinascere una strada antica e

assistiamo invece, crepa dopo crepa, smottamento dopo smottamento, alla morte in diretta

di una strada della modernità.

[…] Ed ecco i primi mostri, mezzi pesanti grossi come tre carri armati ciascuno. Lenti,

inesorabili, indifferenti alla nostra presenza […]. Giganteschi anche gli autisti. Sembrano i

40 padroni. E invece no, i capi sono altri: mercenari alieni dalle mani da pianista, giovani tecnici

stranieri che lasciano la fatica agli italiani. Passano ragazzi spagnoli, col sorriso vagamente

canzonatorio, abbronzati, in T-shirt nere, su furgoni bianchi o Land Rover. […] Sono davanti

al trionfo di una razza nuova di predatori a spese degli ultimi produttori di risorse, i contadini

dalle mani callose.

45 Poco oltre, un podere, con un contadino che suda attorno ai pomodori. Gli chiedo cosa

pensa dei giganti intorno a lui, ma non risponde. Appena vede il mio taccuino e la telecamera

di Alex si blinda in se stesso, come se il mondo non lo riguardasse, o come se la lotta contro

il potere fosse persa in partenza. […]

Ma che fai, vorrei dire al contadino curvo sulle zolle, non vedi che sei rimasto solo,

50 che i vincenti sono loro? Non capisci che nessun politico verrà mai, e tantomeno a piedi, a

vedere cosa sta succedendo quassù? Guarda cosa è accaduto a San Giorgio la Molara, sopra

Benevento, diventato inaccessibile perché l’eolico gli ha devastato le strade. E guarda qui a

due passi, in contrada San Nicola. Hanno espropriato terreni agricoli per fare un’enorme

centrale elettrica collegata alle pale, e l’hanno dichiarata “temporanea”. Ma qui nulla è

55 temporaneo. Qui si svende l’Italia. E ognuno sa che è “per sempre”.

Ancora torri immense. Di una è appena stato scavato il basamento, grande come mezzo

stadio di calcio. Oltre, bulldozer sventrano altri campi da grano, e lo sterro lascia ai lati

montagne di detriti che saranno spianati chissà quando. A distanza, eliche di anemometri

frullano l’aria in cima ad altissimi pali. Dicono che non è finita e che bisogna prepararsi alla

60 costruzione di nuovi mulini. Attorno, la meravigliosa dolcezza dei declivi, anziché offrirti

consolazione, ti ara l’anima e ti fa schiumare di rabbia. Capisci di essere un ficcanaso, un

moscerino impotente; così ti vede anche l’ultimo degli operai.

“Che fate?” ci chiedono curiosi da un cantiere.

“Un film,” rispondiamo.

65 “E come si chiama?”

“Appia Antica.”

E loro giù a ridere.

Cumulonembi lontani, arrotolati sul Gargano come frangenti su una scogliera. Ma voi che

ne sapete dell’Appennino, vorrei dire agli amministratori della cosa pubblica, se non siete

70 mai venuti su queste montagne spopolate e non avete mai visto da vicino la truffa di questo

saccheggio mascherato da ecologia? Come potete dire di conoscere il Paese se non avete

vissuto la tristezza d’inverno delle sue periferie svendute da un’accolita di notabili alle

multinazionali dell’acqua e del vento? Avete mai conosciuto l’angoscia e la noia dei luoghi

dove non succede più niente? Voi, e gli operai che ci guardano ridendo, so che vorreste che

75 mollassimo tutto, che desistessimo da questa impresa demenziale, perché ormai il territorio

è perduto e l’Italia vende pezzi del suo corpo come una puttana di strada. Questo vorreste, ma

noi non molliamo. La bellezza intorno a noi resiste, ostinata. Come noi.

[...]

Note:

riga

01 · il finocchietto · wilder Fenchel

02 · la ferula · Riesenfenchel

04 · a slavina · wie eine Lawine

05 · stravaccato · hingelümmelt

12 · l’abbeverata · Tränke

16 · la cicca · ugs. Zigarette

18 · ’sti · questi

18 · ’ncoppa · dial. auf den Rücken

24 · il mezzo pesante · Lkw

25 · la pala · hier: Windrad

26 · la traccia · hier: die Trasse der alten Via Appia

27 · mozzo · abgeschlagen

29 · Federico II di Svevia · Stauferkaiser Friedrich II (1194 – 1250)

30 · scorticare · abholzen

35 · la faglia · Spalte im Gelände

40 · mercenari alieni · fremde Söldner

47 · Alex · Alessandro Scillitani ist der Kameramann des Teams um Paolo Rumiz

51 · San Giorgio la Molara · Gemeinde in der Region Kampanien in der Provinz Benevento

57 · lo sterro · die Grube

58 · l’anemometro · Windmesser

61 · il ficcanaso · Schnüffelmaus

68 · il cumulonembo · Gewitterwolke

72 · l’accolita di notabili · pej. ein Haufen Prominenz

75 · mollare · hier: aufgeben

2. Analizzate i pensieri espressi da Paolo Rumiz riguardo al parco eolico presso la via Appia, tenendo conto anche degli aspetti linguistici e stilistici del testo. (analisi) [14 Punkte]

Aufgabe HT 3 - Compito 3.1 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Klausurteil A

Insieme alla sua squadra, il giornalista Paolo Rumiz ha percorso a piedi la via Appia, l’antica strada romana tra Roma e Brindisi, per richiamare l’attenzione del pubblico su una delle più antiche strade d’Europa. In questo capitolo i viaggiatori attraversano la Basilicata.

[...]

Attacchiamo il pendio di primo mattino, in un silenzio ingannatore, tra finocchietto, ginestre

e steli di velenosa ferula lunghi come spade. Nessuno di noi sa che questa sarà la tappa più

dura del viaggio. […] Ed è un corpo a corpo, contro la salita, contro il vento, persino contro

le pecore, che scendono a slavina verso il fiume.

5 “Di dove siete?” chiede il giovane pastore che le segue stravaccato in macchina, il berretto

con la visiera sulla nuca e il braccio sinistro penzolante fuori dalla portiera. Non ha mai visto

nessuno passare a piedi di là. Gli italiani non camminano nella pancia del Paese.

“Siamo del Nord.”

La sorpresa si tramuta in sbalordimento. “E dove andate?”

10 “A Brindisi.”

Ride, si sbraccia per salutarci e passa oltre, strombazzando dietro al gregge lanciato verso

l’abbeverata in una scia di caccole. Il pastore in macchina e i borghesi a piedi: situazione

decisamente comica.

Ma già dal fiume sale un’autocisterna piena d’acqua, con un altro giovanotto al volante.

15 Annaffia la strada per abbattere il polverone sollevato dai passaggi di altri camion. Musica

rock dal cruscotto, cicca accesa e portiera aperta per ventilare le ascelle. Anche lui non ha mai

visto nessun forestiero camminare da queste parti.

“Ditemi un po’, ma che fate? Passeggiate? Con ’sti zainetti ’ncoppa…”

“Andiamo da Roma a Brindisi.”

20 “A piedi?”

Noi in coro: “Certamente”.

E lui: “Ma chi vi paga?”

Noi: “Storia lunga. Ma lei piuttosto, che fa?”.

“Bagno la strada per i mezzi pesanti che arrivano. Tra poco cominciano a lavorare quelli

25 delle pale.”

Alziamo gli occhi verso la collina. La traccia, già divorata dai campi di grano e dagli

orti, muore contro il gigantesco parco eolico. Sopra di noi quattro colonne mozze di torri in

costruzione, […] immense già prima di essere finite. Roba di ottanta metri, senza contare le

pale. Ed è solo l’inizio. Le alture e i boschi dove Federico II di Svevia andava a caccia sono

30 talmente scorticati dall’industria del vento che il gomitolo della nostra linea ci sfugge di

mano.

Parco eolico: bel nome, no? Fa pensare a un bosco accarezzato da zefiri leggeri. La

devastazione si serve di parole come queste, perfette per fare colpo sugli ingenui. La realtà

è che l’asfalto del parco cede, s’inclina e si apre; e noi siamo costretti a camminare sul bordo

35 di lunghe fessure, simili a linee di faglia. Cercavamo di far rinascere una strada antica e

assistiamo invece, crepa dopo crepa, smottamento dopo smottamento, alla morte in diretta

di una strada della modernità.

[…] Ed ecco i primi mostri, mezzi pesanti grossi come tre carri armati ciascuno. Lenti,

inesorabili, indifferenti alla nostra presenza […]. Giganteschi anche gli autisti. Sembrano i

40 padroni. E invece no, i capi sono altri: mercenari alieni dalle mani da pianista, giovani tecnici

stranieri che lasciano la fatica agli italiani. Passano ragazzi spagnoli, col sorriso vagamente

canzonatorio, abbronzati, in T-shirt nere, su furgoni bianchi o Land Rover. […] Sono davanti

al trionfo di una razza nuova di predatori a spese degli ultimi produttori di risorse, i contadini

dalle mani callose.

45 Poco oltre, un podere, con un contadino che suda attorno ai pomodori. Gli chiedo cosa

pensa dei giganti intorno a lui, ma non risponde. Appena vede il mio taccuino e la telecamera

di Alex si blinda in se stesso, come se il mondo non lo riguardasse, o come se la lotta contro

il potere fosse persa in partenza. […]

Ma che fai, vorrei dire al contadino curvo sulle zolle, non vedi che sei rimasto solo,

50 che i vincenti sono loro? Non capisci che nessun politico verrà mai, e tantomeno a piedi, a

vedere cosa sta succedendo quassù? Guarda cosa è accaduto a San Giorgio la Molara, sopra

Benevento, diventato inaccessibile perché l’eolico gli ha devastato le strade. E guarda qui a

due passi, in contrada San Nicola. Hanno espropriato terreni agricoli per fare un’enorme

centrale elettrica collegata alle pale, e l’hanno dichiarata “temporanea”. Ma qui nulla è

55 temporaneo. Qui si svende l’Italia. E ognuno sa che è “per sempre”.

Ancora torri immense. Di una è appena stato scavato il basamento, grande come mezzo

stadio di calcio. Oltre, bulldozer sventrano altri campi da grano, e lo sterro lascia ai lati

montagne di detriti che saranno spianati chissà quando. A distanza, eliche di anemometri

frullano l’aria in cima ad altissimi pali. Dicono che non è finita e che bisogna prepararsi alla

60 costruzione di nuovi mulini. Attorno, la meravigliosa dolcezza dei declivi, anziché offrirti

consolazione, ti ara l’anima e ti fa schiumare di rabbia. Capisci di essere un ficcanaso, un

moscerino impotente; così ti vede anche l’ultimo degli operai.

“Che fate?” ci chiedono curiosi da un cantiere.

“Un film,” rispondiamo.

65 “E come si chiama?”

“Appia Antica.”

E loro giù a ridere.

Cumulonembi lontani, arrotolati sul Gargano come frangenti su una scogliera. Ma voi che

ne sapete dell’Appennino, vorrei dire agli amministratori della cosa pubblica, se non siete

70 mai venuti su queste montagne spopolate e non avete mai visto da vicino la truffa di questo

saccheggio mascherato da ecologia? Come potete dire di conoscere il Paese se non avete

vissuto la tristezza d’inverno delle sue periferie svendute da un’accolita di notabili alle

multinazionali dell’acqua e del vento? Avete mai conosciuto l’angoscia e la noia dei luoghi

dove non succede più niente? Voi, e gli operai che ci guardano ridendo, so che vorreste che

75 mollassimo tutto, che desistessimo da questa impresa demenziale, perché ormai il territorio

è perduto e l’Italia vende pezzi del suo corpo come una puttana di strada. Questo vorreste, ma

noi non molliamo. La bellezza intorno a noi resiste, ostinata. Come noi.

[...]

Note:

riga

01 · il finocchietto · wilder Fenchel

02 · la ferula · Riesenfenchel

04 · a slavina · wie eine Lawine

05 · stravaccato · hingelümmelt

12 · l’abbeverata · Tränke

16 · la cicca · ugs. Zigarette

18 · ’sti · questi

18 · ’ncoppa · dial. auf den Rücken

24 · il mezzo pesante · Lkw

25 · la pala · hier: Windrad

26 · la traccia · hier: die Trasse der alten Via Appia

27 · mozzo · abgeschlagen

29 · Federico II di Svevia · Stauferkaiser Friedrich II (1194 – 1250)

30 · scorticare · abholzen

35 · la faglia · Spalte im Gelände

40 · mercenari alieni · fremde Söldner

47 · Alex · Alessandro Scillitani ist der Kameramann des Teams um Paolo Rumiz

51 · San Giorgio la Molara · Gemeinde in der Region Kampanien in der Provinz Benevento

57 · lo sterro · die Grube

58 · l’anemometro · Windmesser

61 · il ficcanaso · Schnüffelmaus

68 · il cumulonembo · Gewitterwolke

72 · l’accolita di notabili · pej. ein Haufen Prominenz

75 · mollare · hier: aufgeben

«Hanno espropriato terreni agricoli per fare un’enorme centrale elettrica collegata alle pale, e l’hanno dichiarata “temporanea”. Ma qui nulla è temporaneo. Qui si svende l’Italia.» (r. 53 – 55)

3.1 Commentate, prendendo spunto da questa citazione, le opportunità e le difficoltà connesse al processo di trasformazione dell’Italia in un Paese più sostenibile dal punto di vista ecologico. (commento) [16 Punkte]

Aufgabe HT 3 - Compito 3.2 · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel

Klausurteil A

Insieme alla sua squadra, il giornalista Paolo Rumiz ha percorso a piedi la via Appia, l’antica strada romana tra Roma e Brindisi, per richiamare l’attenzione del pubblico su una delle più antiche strade d’Europa. In questo capitolo i viaggiatori attraversano la Basilicata.

[...]

Attacchiamo il pendio di primo mattino, in un silenzio ingannatore, tra finocchietto, ginestre

e steli di velenosa ferula lunghi come spade. Nessuno di noi sa che questa sarà la tappa più

dura del viaggio. […] Ed è un corpo a corpo, contro la salita, contro il vento, persino contro

le pecore, che scendono a slavina verso il fiume.

5 “Di dove siete?” chiede il giovane pastore che le segue stravaccato in macchina, il berretto

con la visiera sulla nuca e il braccio sinistro penzolante fuori dalla portiera. Non ha mai visto

nessuno passare a piedi di là. Gli italiani non camminano nella pancia del Paese.

“Siamo del Nord.”

La sorpresa si tramuta in sbalordimento. “E dove andate?”

10 “A Brindisi.”

Ride, si sbraccia per salutarci e passa oltre, strombazzando dietro al gregge lanciato verso

l’abbeverata in una scia di caccole. Il pastore in macchina e i borghesi a piedi: situazione

decisamente comica.

Ma già dal fiume sale un’autocisterna piena d’acqua, con un altro giovanotto al volante.

15 Annaffia la strada per abbattere il polverone sollevato dai passaggi di altri camion. Musica

rock dal cruscotto, cicca accesa e portiera aperta per ventilare le ascelle. Anche lui non ha mai

visto nessun forestiero camminare da queste parti.

“Ditemi un po’, ma che fate? Passeggiate? Con ’sti zainetti ’ncoppa…”

“Andiamo da Roma a Brindisi.”

20 “A piedi?”

Noi in coro: “Certamente”.

E lui: “Ma chi vi paga?”

Noi: “Storia lunga. Ma lei piuttosto, che fa?”.

“Bagno la strada per i mezzi pesanti che arrivano. Tra poco cominciano a lavorare quelli

25 delle pale.”

Alziamo gli occhi verso la collina. La traccia, già divorata dai campi di grano e dagli

orti, muore contro il gigantesco parco eolico. Sopra di noi quattro colonne mozze di torri in

costruzione, […] immense già prima di essere finite. Roba di ottanta metri, senza contare le

pale. Ed è solo l’inizio. Le alture e i boschi dove Federico II di Svevia andava a caccia sono

30 talmente scorticati dall’industria del vento che il gomitolo della nostra linea ci sfugge di

mano.

Parco eolico: bel nome, no? Fa pensare a un bosco accarezzato da zefiri leggeri. La

devastazione si serve di parole come queste, perfette per fare colpo sugli ingenui. La realtà

è che l’asfalto del parco cede, s’inclina e si apre; e noi siamo costretti a camminare sul bordo

35 di lunghe fessure, simili a linee di faglia. Cercavamo di far rinascere una strada antica e

assistiamo invece, crepa dopo crepa, smottamento dopo smottamento, alla morte in diretta

di una strada della modernità.

[…] Ed ecco i primi mostri, mezzi pesanti grossi come tre carri armati ciascuno. Lenti,

inesorabili, indifferenti alla nostra presenza […]. Giganteschi anche gli autisti. Sembrano i

40 padroni. E invece no, i capi sono altri: mercenari alieni dalle mani da pianista, giovani tecnici

stranieri che lasciano la fatica agli italiani. Passano ragazzi spagnoli, col sorriso vagamente

canzonatorio, abbronzati, in T-shirt nere, su furgoni bianchi o Land Rover. […] Sono davanti

al trionfo di una razza nuova di predatori a spese degli ultimi produttori di risorse, i contadini

dalle mani callose.

45 Poco oltre, un podere, con un contadino che suda attorno ai pomodori. Gli chiedo cosa

pensa dei giganti intorno a lui, ma non risponde. Appena vede il mio taccuino e la telecamera

di Alex si blinda in se stesso, come se il mondo non lo riguardasse, o come se la lotta contro

il potere fosse persa in partenza. […]

Ma che fai, vorrei dire al contadino curvo sulle zolle, non vedi che sei rimasto solo,

50 che i vincenti sono loro? Non capisci che nessun politico verrà mai, e tantomeno a piedi, a

vedere cosa sta succedendo quassù? Guarda cosa è accaduto a San Giorgio la Molara, sopra

Benevento, diventato inaccessibile perché l’eolico gli ha devastato le strade. E guarda qui a

due passi, in contrada San Nicola. Hanno espropriato terreni agricoli per fare un’enorme

centrale elettrica collegata alle pale, e l’hanno dichiarata “temporanea”. Ma qui nulla è

55 temporaneo. Qui si svende l’Italia. E ognuno sa che è “per sempre”.

Ancora torri immense. Di una è appena stato scavato il basamento, grande come mezzo

stadio di calcio. Oltre, bulldozer sventrano altri campi da grano, e lo sterro lascia ai lati

montagne di detriti che saranno spianati chissà quando. A distanza, eliche di anemometri

frullano l’aria in cima ad altissimi pali. Dicono che non è finita e che bisogna prepararsi alla

60 costruzione di nuovi mulini. Attorno, la meravigliosa dolcezza dei declivi, anziché offrirti

consolazione, ti ara l’anima e ti fa schiumare di rabbia. Capisci di essere un ficcanaso, un

moscerino impotente; così ti vede anche l’ultimo degli operai.

“Che fate?” ci chiedono curiosi da un cantiere.

“Un film,” rispondiamo.

65 “E come si chiama?”

“Appia Antica.”

E loro giù a ridere.

Cumulonembi lontani, arrotolati sul Gargano come frangenti su una scogliera. Ma voi che

ne sapete dell’Appennino, vorrei dire agli amministratori della cosa pubblica, se non siete

70 mai venuti su queste montagne spopolate e non avete mai visto da vicino la truffa di questo

saccheggio mascherato da ecologia? Come potete dire di conoscere il Paese se non avete

vissuto la tristezza d’inverno delle sue periferie svendute da un’accolita di notabili alle

multinazionali dell’acqua e del vento? Avete mai conosciuto l’angoscia e la noia dei luoghi

dove non succede più niente? Voi, e gli operai che ci guardano ridendo, so che vorreste che

75 mollassimo tutto, che desistessimo da questa impresa demenziale, perché ormai il territorio

è perduto e l’Italia vende pezzi del suo corpo come una puttana di strada. Questo vorreste, ma

noi non molliamo. La bellezza intorno a noi resiste, ostinata. Come noi.

[...]

Note:

riga

01 · il finocchietto · wilder Fenchel

02 · la ferula · Riesenfenchel

04 · a slavina · wie eine Lawine

05 · stravaccato · hingelümmelt

12 · l’abbeverata · Tränke

16 · la cicca · ugs. Zigarette

18 · ’sti · questi

18 · ’ncoppa · dial. auf den Rücken

24 · il mezzo pesante · Lkw

25 · la pala · hier: Windrad

26 · la traccia · hier: die Trasse der alten Via Appia

27 · mozzo · abgeschlagen

29 · Federico II di Svevia · Stauferkaiser Friedrich II (1194 – 1250)

30 · scorticare · abholzen

35 · la faglia · Spalte im Gelände

40 · mercenari alieni · fremde Söldner

47 · Alex · Alessandro Scillitani ist der Kameramann des Teams um Paolo Rumiz

51 · San Giorgio la Molara · Gemeinde in der Region Kampanien in der Provinz Benevento

57 · lo sterro · die Grube

58 · l’anemometro · Windmesser

61 · il ficcanaso · Schnüffelmaus

68 · il cumulonembo · Gewitterwolke

72 · l’accolita di notabili · pej. ein Haufen Prominenz

75 · mollare · hier: aufgeben

3.2 Immaginate questa situazione: dopo aver letto il testo di Paolo Rumiz, siete rimasti colpiti dalla sua opinione nei confronti del parco eolico.

Scrivete una lettera all'autore, che lavora anche come giornalista per il quotidiano la Repubblica, nella quale esponete la vostra opinione sul suo testo e le vostre considerazioni sulle opportunità e sulle difficoltà della trasformazione dell’Italia in un Paese ecologicamente più sostenibile. (produzione libera) [16 Punkte]

Aufgabe HT 3 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Klausurteil B: Sprachmittlung isoliert

Klausurteil B

Protest gegen geplante Hegauer Windkraft-Anlagen: Bürgerinitiative sieht Natur und Tiere gefährdet

Tote Milane nahe an den geplanten Windrädern schüren heftige Kritik an Standorten bei Engen-Stetten und Tengen-Watterdingen. Projektierer und Tengener Bürgermeister verweisen auf eingehende Prüfung der Genehmigungsbehörde.

Eine Bürgerinitiative lässt nicht locker. Sie will die geplanten Windkraftanlagen oberhalb

des Engener Stadtteils Stetten und Tengen-Watterdingen mit Nachdruck verhindern. Etwa

150 Menschen haben sich der Bürgerinitiatve Hegaublick angeschlossen, darunter viele

Watterdinger. „Unser Hauptziel ist die Verhinderung der Windrad-Giganten am Standort

5 Napoleonseck und damit der Zerstörung dieser einzigartigen Natur- und Hegaulandschaft mit

vielen Schutzzonen für Vegetation, Wasser und Tiere“, erklärt Siegfried Münzer, Sprecher

der Initiative.

Ein toter Milan, der neben einem Windrad auf Gemarkung des Geisinger Ortsteils Leipfer-

dingen lag, nehmen die Windkraft-Gegner als Anlass, ihren Widerstand zu verstärken. Der

10 Fundort des Tieres liegt nicht weit von geplanten Windkraftanlagen auf den Gemarkungen

von Stetten und Watterdingen. […]

„Beide Gebiete, auf denen Windkraft geplant ist, liegen im streng geschützten Rotmilan-

Dichtezentrum, das schon 2014 mit acht Revierpaaren kartiert wurde. Der Grenzwert für

Windkraft-Anlagen sind in Baden-Württemberg sieben Paare. Unsere dokumentierten Vogel-

15 beobachtungen haben teilweise über 50 Greifvögel ergeben“, so Münzer. Die Abholzung der

Wälder, insbesondere der wertvolle Altbuchenwald im Staufenberg und damit wichtigem

CO-2-Speicher könne nicht mit dem Klimaschutz in Einklang gebracht werden. Nicht die

Bürgerinitiative entscheide über Staufenberg, sondern der Naturschutz, betont Münzer. […]

Was für Staufenberg gelte, treffe auch auf das Gewann Brand zu, betont Gerhard Zepf, der

20 als Sprachrohr der Watterdinger Windkraft-Gegner fungiert. „Zwei Drittel der Watterdinger

haben dagegen gestimmt, dass die Stadt Tengen die Flächen für die Windkraft-Anlagen ver-

pachtet. Dass das Votum in den anderen Stadtteilen anders ausgefallen ist, liegt auf der Hand.

Sie befinden sich alle weiter entfernt von den geplanten Windraft-Standorten als Watterdin-

gen“, schildert Zepf.

25 „Im Ort ist eine lebhafte Diskussion im Gang. Während ein Teil der Bürger eher etwas passiv

darauf verweist, dass regenerative Energien auch in unserer Region nötig seien, reagieren

viele Watterdinger enttäuscht und frustriert“, schildert Zepf. „Nun sollen an einem der schöns-

ten Fleckchen Natur in Deutschland bundesweit einige der höchsten Windräder, die bis zu

250 Meter hinaufragen, gebaut werden,“ so Zepf.

30 „Am Wochenende nutzen teils mehrere hundert Menschen das Naherholungsgebiet, wo sich

auch ein Premiumwanderweg befindet. Ausflügler, wie aus Radolfzell und Konstanz, wollen

es nicht glauben, dass riesige Windkraft-Anlagen entstehen sollen“, so Zepf.

„Der Landwirtschaft wird eine enorme Fläche entzogen, auch für Ausgleichsmaßnahmen“,

sagt Ferdinand Nutz. Der Watterdinger Landwirt ist auch im Vorstand des Badischen Land-

35 wirtschaftlichen Hauptverbandes engagiert. „Die Windkraft-Standorte befinden sich direkt

im Grenzbereich zu einem Landschaftsschutzgebiet und zu einer großen Fläche für Fauna

Flora und Habitat (FFH) mit einer geschützten Vegetation. Diese können Landwirte nur mit

hohen Auflagen bewirtschaften. Ausgerechnet dort sollen Windräder gebaut werden“, kriti-

siert Nutz. Und es gebe ganze Schwärme von um die 50 Milane.

40 Die Windkraft-Gegner stellen die geplanten Windkraft-Anlagen mit dem starken Eingriff in

die Natur, Landschaft und Tierwelt ins Verhältnis zur Wirtschaftlichkeit. […] „Wenn es sich

für uns nicht rechnen würde, hätten wir uns nicht an den Windkraft-Projekten beteiligt“, be-

tont Peter Sartena, Geschäftsführer der Stadtwerke Engen.

„Die Erträge sind in den Anfangsjahren niedriger, auch wegen höherer Abschreibungen, sie

45 fallen aber zunehmend besser aus“, sagt Sartena. „Die Stadtwerke Engen werfen jedes Jahr

einen Gewinn ab. Ein Teil davon geht an die Stadt Engen, deren 100-prozentige Tochter wir

sind. Stadtverwaltung und Gemeinderat prüfen eingehend, ob Investitionen rentabel sind oder

nicht“, so Sartena. „Im Genehmigungsverfahren werden alle relevanten Belange, zum Beispiel

Eingriffe in Natur und Landschaft, untersucht und abgewogen“, sagt der Tengener Bürger-

50 meister Marian Schreier. Eine Genehmigung sei nur möglich, wenn dem Vorhaben keine

wesentlichen Belange entgegenstünden. […]

Die Anlagenstandorte des geplanten Windparks Brand liegen laut Landratsamt Konstanz

außerhalb von naturschutzrechtlichen Schutzgebieten. Das Landschaftsschutzgebiet Hegau

befinde sich aber in unmittelbarer Nähe. […]

Anmerkungen:

Zeile

Titel · Hegau · vulkanisch geprägte Gegend im Süden von Baden-Württemberg nordwestlich des Bodensees

Untertitel · Engen, Tengen · Städte im Landkreis Konstanz in Baden-Württemberg

19 · Gewann · Landstück

4. Un'amica italiana, che vive in un paese al confine del Parco Nazionale d'Abruzzo, vi ha detto di voler avviare un comitato a favore della costruzione di impianti eolici nella sua zona. Vi è capitato di leggere questo articolo, che pensate possa interessarle.

Scrivete un'e-mail alla vostra amica e riportatele le informazioni del testo sul dibattito in corso nell'Hegau riguardo alla realizzazione di impianti eolici. (mediazione) [18 Punkte]

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