Abitur NRW Italienisch 2022 · GK · Haupttermin · fortgeführt

Abiturprüfung Italienisch in Nordrhein-Westfalen 2022, GK · Haupttermin · fortgeführt: 12 Aufgaben mit Lösungen. Mit automatischer Korrektur.

Themen der Prüfung: Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete) · Analyse literarischer Texte (Figuren, Erzählweise, Sprache) · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung) · Stellungnahme und Kommentar (Commentate) · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel · Kreatives Schreiben: Perspektivwechsel (Tagebuch, Brief, Monolog, Dialog) · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Aufgabe HT 1 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Klausurteil A

Il migrante che tornò in patria e disse: fratelli miei, mai più migranti

Dopo aver attraversato il deserto e il mare per venire in Italia, ha deciso che la sua missione era evitare questo destino agli altri. Iniziando da un orto

Chi nasce e vive a Tambacounda ha un unico sogno: raggiungere l'Europa. Dal Senegal,

alla Libia. Dalla Libia, all'Italia. Il grande viaggio: seimila chilometri. Le speranze sono

tante, forse troppe. I rischi non vengono presi in considerazione. La povertà fa più paura. A

Tambacounda non esiste l'elettricità. I villaggi sono insediamenti rurali con piccole capanne.

5 Il fango copre i campi da calcio improvvisati dove i ragazzi trascorrono le giornate.

Tambacounda è uno dei territori più arretrati del Senegal, dorso occidentale dell'Africa

subsahariana, a ovest confina con il Gambia, a est con il Mali. «L'Europa è il nostro paradiso.

Qui non ci sono prospettive future. Viviamo ingannando il tempo». La voce di Seny è ferma.

Non sembra avere 28 anni. È partito quando ne aveva 20. È tornato nel 2016. «Ma non

10 dobbiamo scappare. Dobbiamo lottare».

[...]

Seny è convinto che «la chiave sia cominciare dalle piccole iniziative: un passo alla volta».

Prima di iniziare a costruire orti in giro per Tambacounda, viaggiava per le scuole del paese

raccontando ai giovani quanto fosse pericoloso e difficile il viaggio per l'Europa. Qui, a

15 seimila chilometri di distanza dalle molteplici notizie di naufraghi e dispersi, la percezione

di cosa succede in Libia e nel Mediterraneo è molto più labile: «Le persone non si rendono

conto». Seny era andato via dal Senegal perché non voleva sottostare ai dettami che la sua

famiglia desiderava imporgli. «Io quella donna non l'amavo», spiega. Ha racimolato un po'

di soldi ed è partito per la Libia. «Conoscevo un amico che lavorava lì». Ha trascorso con lui

20 alcuni mesi. [...] Seny cerca un trafficante che possa aiutarlo a lasciare il paese. Chiede di

poter tornare a Tambacounda, nel suo villaggio, ma la tratta dalla Libia al Senegal non esiste.

«Potevo soltanto andare in Europa». Seny accetta, paga 500 euro e si imbarca. Attraversa

il Mediterraneo. Racconta: «Il viaggio è durato cinque ore. Avevamo un solo gommone,

eravamo 97. Una ventina di noi non ce l'hanno fatta. Accanto a me sedevano donne, bambini.

25 È stato tremendo». È sbarcato a Lampedusa. Ricorda il giorno esatto, nonostante la misura

del tempo fosse sbiadita: «Il 25 ottobre del 2013». Trascorre un anno e mezzo nel centro di

accoglienza di Castellammare del Golfo. Aspetta che la sua richiesta d'asilo sia valutata. Una

volta ottenuta la protezione internazionale, viene trasferito ad Aidone. «Qui ho conosciuto

l'associazione Don Bosco e ho iniziato una nuova vita. Mi hanno accolto e aiutato».

30 Impara l'italiano, si iscrive a corsi di formazione. «In Senegal avevo frequentato le scuole

medie, ma in Italia il mio diploma non era riconosciuto. Me ne sono fatto una ragione e ho

ripreso a studiare». Comincia un processo di integrazione che per la maggior parte dei migranti

rimane soltanto un miraggio. Dice di essere stato fortunato. «Quando sono andato via dal mio

Paese, non avevo idea di che cosa volesse dire chiedere aiuto all'Europa. Pensavo fosse più

35 facile. Non sapevo di non essere il benvenuto. Molte cose le ho scoperte con il tempo, stando

qui».

In quegli anni arrivavano moltissimi senegalesi nel centro di accoglienza dell'associazione

Don Bosco. Mancavano mediatori e traduttori. Seny decide di dare una mano, inizia a fare

da interprete. L'associazione Don Bosco decide di assumerlo a tempo indeterminato come

40 mediatore culturale. Seny ottiene un permesso di soggiorno per motivi lavorativi. «Parlavo

con le persone, gli spiegavo perché erano lì, cosa dovevano fare. Alcuni erano spaesati»,

aggiunge.

[...] L'idea di tornare in Senegal per fermare la partenza di migliaia di giovani è nata quasi

per caso. «Mi hanno chiesto: torneresti a casa? Io ho risposto subito di sì, non aspettavo altro».

45 Dall'Italia al Senegal, dal Senegal all'Italia. Seny ha incominciato a viaggiare. Stava un mese

o due e poi tornava dai suoi colleghi dell'associazione Don Bosco. Quando ne parla, quasi si

commuove: «La prima trasferta è stata nel 2016. Siamo andati a sentire che cosa pensassero

gli abitanti di Tambacounda del nostro progetto agricolo. È stato stranissimo rivedere il mio

villaggio».

50 Nel 2017 si è trasferito definitivamente in Senegal. «Dopo gli incontri nelle scuole, abbiamo

iniziato facendo corsi di formazione per i ragazzi. Ci occupavamo di agricoltura, artigianato,

turismo», ricorda. Poi è arrivato il primo orto, a Wassadou. [...]

Su WhatsApp, Seny ha una bellissima immagine del profilo, si intravede una ragazza

sorridente. «È mia moglie», commenta. Il matrimonio l'hanno celebrato a Tambacounda.

55 Ora vivono lì, sembrano felici. Seny ha anche ricominciato a parlare con la sua famiglia. È

tornato a casa. Come lui, anche altri migranti accolti dall'associazione Don Bosco, stanno

facendo la stessa scelta: il grande viaggio, seimila chilometri. Questa volta dall'Italia al

Senegal.

Note:

riga

01 · Tambacounda · Stadt im Senegal

04 · l'insediamento rurale · bäuerliche Siedlung

06 · arretrato · rückständig

06/07 · il dorso occidentale dell'Africa subsahariana · westliches Hinterland südlich der Sahara

08 · ingannare il tempo · Zeit vertreiben

15 · la percezione · Wahrnehmung

17 · sottostare ai dettami · sich den strengen Regeln unterwerfen

18 · racimolare · zusammenkratzen

21 · la tratta · hier: Route des Menschenhandels

26 · sbiadire · verblassen

27 · Castellammare del Golfo · Kleinstadt an der Nordküste Siziliens

28 · Aidone · Kleinstadt im Landesinneren Siziliens

29 · l'associazione Don Bosco · Organisation für nachhaltige Entwicklungshilfe der katholischen Kirche

31 · farsene una ragione · darüber hinwegkommen

33 · il miraggio · Illusion

41 · spaesato · verwirrt

52 · Wassadou · Ortschaft im Senegal in der Nähe von Tambacounda

1. Riassumete la storia personale di Seny. (comprensione) [12 Punkte]

Redigete in italiano un testo coerente che riassuma i dati biografici, la fuga verso l'Italia e il percorso di Seny fino al suo ritorno in Senegal.

Aufgabe HT 1 - Compito 2 · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung)

Klausurteil A

Il migrante che tornò in patria e disse: fratelli miei, mai più migranti

Dopo aver attraversato il deserto e il mare per venire in Italia, ha deciso che la sua missione era evitare questo destino agli altri. Iniziando da un orto

Chi nasce e vive a Tambacounda ha un unico sogno: raggiungere l'Europa. Dal Senegal,

alla Libia. Dalla Libia, all'Italia. Il grande viaggio: seimila chilometri. Le speranze sono

tante, forse troppe. I rischi non vengono presi in considerazione. La povertà fa più paura. A

Tambacounda non esiste l'elettricità. I villaggi sono insediamenti rurali con piccole capanne.

5 Il fango copre i campi da calcio improvvisati dove i ragazzi trascorrono le giornate.

Tambacounda è uno dei territori più arretrati del Senegal, dorso occidentale dell'Africa

subsahariana, a ovest confina con il Gambia, a est con il Mali. «L'Europa è il nostro paradiso.

Qui non ci sono prospettive future. Viviamo ingannando il tempo». La voce di Seny è ferma.

Non sembra avere 28 anni. È partito quando ne aveva 20. È tornato nel 2016. «Ma non

10 dobbiamo scappare. Dobbiamo lottare».

[...]

Seny è convinto che «la chiave sia cominciare dalle piccole iniziative: un passo alla volta».

Prima di iniziare a costruire orti in giro per Tambacounda, viaggiava per le scuole del paese

raccontando ai giovani quanto fosse pericoloso e difficile il viaggio per l'Europa. Qui, a

15 seimila chilometri di distanza dalle molteplici notizie di naufraghi e dispersi, la percezione

di cosa succede in Libia e nel Mediterraneo è molto più labile: «Le persone non si rendono

conto». Seny era andato via dal Senegal perché non voleva sottostare ai dettami che la sua

famiglia desiderava imporgli. «Io quella donna non l'amavo», spiega. Ha racimolato un po'

di soldi ed è partito per la Libia. «Conoscevo un amico che lavorava lì». Ha trascorso con lui

20 alcuni mesi. [...] Seny cerca un trafficante che possa aiutarlo a lasciare il paese. Chiede di

poter tornare a Tambacounda, nel suo villaggio, ma la tratta dalla Libia al Senegal non esiste.

«Potevo soltanto andare in Europa». Seny accetta, paga 500 euro e si imbarca. Attraversa

il Mediterraneo. Racconta: «Il viaggio è durato cinque ore. Avevamo un solo gommone,

eravamo 97. Una ventina di noi non ce l'hanno fatta. Accanto a me sedevano donne, bambini.

25 È stato tremendo». È sbarcato a Lampedusa. Ricorda il giorno esatto, nonostante la misura

del tempo fosse sbiadita: «Il 25 ottobre del 2013». Trascorre un anno e mezzo nel centro di

accoglienza di Castellammare del Golfo. Aspetta che la sua richiesta d'asilo sia valutata. Una

volta ottenuta la protezione internazionale, viene trasferito ad Aidone. «Qui ho conosciuto

l'associazione Don Bosco e ho iniziato una nuova vita. Mi hanno accolto e aiutato».

30 Impara l'italiano, si iscrive a corsi di formazione. «In Senegal avevo frequentato le scuole

medie, ma in Italia il mio diploma non era riconosciuto. Me ne sono fatto una ragione e ho

ripreso a studiare». Comincia un processo di integrazione che per la maggior parte dei migranti

rimane soltanto un miraggio. Dice di essere stato fortunato. «Quando sono andato via dal mio

Paese, non avevo idea di che cosa volesse dire chiedere aiuto all'Europa. Pensavo fosse più

35 facile. Non sapevo di non essere il benvenuto. Molte cose le ho scoperte con il tempo, stando

qui».

In quegli anni arrivavano moltissimi senegalesi nel centro di accoglienza dell'associazione

Don Bosco. Mancavano mediatori e traduttori. Seny decide di dare una mano, inizia a fare

da interprete. L'associazione Don Bosco decide di assumerlo a tempo indeterminato come

40 mediatore culturale. Seny ottiene un permesso di soggiorno per motivi lavorativi. «Parlavo

con le persone, gli spiegavo perché erano lì, cosa dovevano fare. Alcuni erano spaesati»,

aggiunge.

[...] L'idea di tornare in Senegal per fermare la partenza di migliaia di giovani è nata quasi

per caso. «Mi hanno chiesto: torneresti a casa? Io ho risposto subito di sì, non aspettavo altro».

45 Dall'Italia al Senegal, dal Senegal all'Italia. Seny ha incominciato a viaggiare. Stava un mese

o due e poi tornava dai suoi colleghi dell'associazione Don Bosco. Quando ne parla, quasi si

commuove: «La prima trasferta è stata nel 2016. Siamo andati a sentire che cosa pensassero

gli abitanti di Tambacounda del nostro progetto agricolo. È stato stranissimo rivedere il mio

villaggio».

50 Nel 2017 si è trasferito definitivamente in Senegal. «Dopo gli incontri nelle scuole, abbiamo

iniziato facendo corsi di formazione per i ragazzi. Ci occupavamo di agricoltura, artigianato,

turismo», ricorda. Poi è arrivato il primo orto, a Wassadou. [...]

Su WhatsApp, Seny ha una bellissima immagine del profilo, si intravede una ragazza

sorridente. «È mia moglie», commenta. Il matrimonio l'hanno celebrato a Tambacounda.

55 Ora vivono lì, sembrano felici. Seny ha anche ricominciato a parlare con la sua famiglia. È

tornato a casa. Come lui, anche altri migranti accolti dall'associazione Don Bosco, stanno

facendo la stessa scelta: il grande viaggio, seimila chilometri. Questa volta dall'Italia al

Senegal.

Note:

riga

01 · Tambacounda · Stadt im Senegal

04 · l'insediamento rurale · bäuerliche Siedlung

06 · arretrato · rückständig

06/07 · il dorso occidentale dell'Africa subsahariana · westliches Hinterland südlich der Sahara

08 · ingannare il tempo · Zeit vertreiben

15 · la percezione · Wahrnehmung

17 · sottostare ai dettami · sich den strengen Regeln unterwerfen

18 · racimolare · zusammenkratzen

21 · la tratta · hier: Route des Menschenhandels

26 · sbiadire · verblassen

27 · Castellammare del Golfo · Kleinstadt an der Nordküste Siziliens

28 · Aidone · Kleinstadt im Landesinneren Siziliens

29 · l'associazione Don Bosco · Organisation für nachhaltige Entwicklungshilfe der katholischen Kirche

31 · farsene una ragione · darüber hinwegkommen

33 · il miraggio · Illusion

41 · spaesato · verwirrt

52 · Wassadou · Ortschaft im Senegal in der Nähe von Tambacounda

2. Caratterizzate il personaggio di Seny. (analisi) [14 Punkte]

Analizzate Seny evidenziando le sue caratteristiche personali, la sua determinazione, il suo senso di responsabilità e il suo sviluppo nel corso della vicenda.

Aufgabe HT 1 - Compito 3.1 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Klausurteil A

Il migrante che tornò in patria e disse: fratelli miei, mai più migranti

Dopo aver attraversato il deserto e il mare per venire in Italia, ha deciso che la sua missione era evitare questo destino agli altri. Iniziando da un orto

Chi nasce e vive a Tambacounda ha un unico sogno: raggiungere l'Europa. Dal Senegal,

alla Libia. Dalla Libia, all'Italia. Il grande viaggio: seimila chilometri. Le speranze sono

tante, forse troppe. I rischi non vengono presi in considerazione. La povertà fa più paura. A

Tambacounda non esiste l'elettricità. I villaggi sono insediamenti rurali con piccole capanne.

5 Il fango copre i campi da calcio improvvisati dove i ragazzi trascorrono le giornate.

Tambacounda è uno dei territori più arretrati del Senegal, dorso occidentale dell'Africa

subsahariana, a ovest confina con il Gambia, a est con il Mali. «L'Europa è il nostro paradiso.

Qui non ci sono prospettive future. Viviamo ingannando il tempo». La voce di Seny è ferma.

Non sembra avere 28 anni. È partito quando ne aveva 20. È tornato nel 2016. «Ma non

10 dobbiamo scappare. Dobbiamo lottare».

[...]

Seny è convinto che «la chiave sia cominciare dalle piccole iniziative: un passo alla volta».

Prima di iniziare a costruire orti in giro per Tambacounda, viaggiava per le scuole del paese

raccontando ai giovani quanto fosse pericoloso e difficile il viaggio per l'Europa. Qui, a

15 seimila chilometri di distanza dalle molteplici notizie di naufraghi e dispersi, la percezione

di cosa succede in Libia e nel Mediterraneo è molto più labile: «Le persone non si rendono

conto». Seny era andato via dal Senegal perché non voleva sottostare ai dettami che la sua

famiglia desiderava imporgli. «Io quella donna non l'amavo», spiega. Ha racimolato un po'

di soldi ed è partito per la Libia. «Conoscevo un amico che lavorava lì». Ha trascorso con lui

20 alcuni mesi. [...] Seny cerca un trafficante che possa aiutarlo a lasciare il paese. Chiede di

poter tornare a Tambacounda, nel suo villaggio, ma la tratta dalla Libia al Senegal non esiste.

«Potevo soltanto andare in Europa». Seny accetta, paga 500 euro e si imbarca. Attraversa

il Mediterraneo. Racconta: «Il viaggio è durato cinque ore. Avevamo un solo gommone,

eravamo 97. Una ventina di noi non ce l'hanno fatta. Accanto a me sedevano donne, bambini.

25 È stato tremendo». È sbarcato a Lampedusa. Ricorda il giorno esatto, nonostante la misura

del tempo fosse sbiadita: «Il 25 ottobre del 2013». Trascorre un anno e mezzo nel centro di

accoglienza di Castellammare del Golfo. Aspetta che la sua richiesta d'asilo sia valutata. Una

volta ottenuta la protezione internazionale, viene trasferito ad Aidone. «Qui ho conosciuto

l'associazione Don Bosco e ho iniziato una nuova vita. Mi hanno accolto e aiutato».

30 Impara l'italiano, si iscrive a corsi di formazione. «In Senegal avevo frequentato le scuole

medie, ma in Italia il mio diploma non era riconosciuto. Me ne sono fatto una ragione e ho

ripreso a studiare». Comincia un processo di integrazione che per la maggior parte dei migranti

rimane soltanto un miraggio. Dice di essere stato fortunato. «Quando sono andato via dal mio

Paese, non avevo idea di che cosa volesse dire chiedere aiuto all'Europa. Pensavo fosse più

35 facile. Non sapevo di non essere il benvenuto. Molte cose le ho scoperte con il tempo, stando

qui».

In quegli anni arrivavano moltissimi senegalesi nel centro di accoglienza dell'associazione

Don Bosco. Mancavano mediatori e traduttori. Seny decide di dare una mano, inizia a fare

da interprete. L'associazione Don Bosco decide di assumerlo a tempo indeterminato come

40 mediatore culturale. Seny ottiene un permesso di soggiorno per motivi lavorativi. «Parlavo

con le persone, gli spiegavo perché erano lì, cosa dovevano fare. Alcuni erano spaesati»,

aggiunge.

[...] L'idea di tornare in Senegal per fermare la partenza di migliaia di giovani è nata quasi

per caso. «Mi hanno chiesto: torneresti a casa? Io ho risposto subito di sì, non aspettavo altro».

45 Dall'Italia al Senegal, dal Senegal all'Italia. Seny ha incominciato a viaggiare. Stava un mese

o due e poi tornava dai suoi colleghi dell'associazione Don Bosco. Quando ne parla, quasi si

commuove: «La prima trasferta è stata nel 2016. Siamo andati a sentire che cosa pensassero

gli abitanti di Tambacounda del nostro progetto agricolo. È stato stranissimo rivedere il mio

villaggio».

50 Nel 2017 si è trasferito definitivamente in Senegal. «Dopo gli incontri nelle scuole, abbiamo

iniziato facendo corsi di formazione per i ragazzi. Ci occupavamo di agricoltura, artigianato,

turismo», ricorda. Poi è arrivato il primo orto, a Wassadou. [...]

Su WhatsApp, Seny ha una bellissima immagine del profilo, si intravede una ragazza

sorridente. «È mia moglie», commenta. Il matrimonio l'hanno celebrato a Tambacounda.

55 Ora vivono lì, sembrano felici. Seny ha anche ricominciato a parlare con la sua famiglia. È

tornato a casa. Come lui, anche altri migranti accolti dall'associazione Don Bosco, stanno

facendo la stessa scelta: il grande viaggio, seimila chilometri. Questa volta dall'Italia al

Senegal.

Note:

riga

01 · Tambacounda · Stadt im Senegal

04 · l'insediamento rurale · bäuerliche Siedlung

06 · arretrato · rückständig

06/07 · il dorso occidentale dell'Africa subsahariana · westliches Hinterland südlich der Sahara

08 · ingannare il tempo · Zeit vertreiben

15 · la percezione · Wahrnehmung

17 · sottostare ai dettami · sich den strengen Regeln unterwerfen

18 · racimolare · zusammenkratzen

21 · la tratta · hier: Route des Menschenhandels

26 · sbiadire · verblassen

27 · Castellammare del Golfo · Kleinstadt an der Nordküste Siziliens

28 · Aidone · Kleinstadt im Landesinneren Siziliens

29 · l'associazione Don Bosco · Organisation für nachhaltige Entwicklungshilfe der katholischen Kirche

31 · farsene una ragione · darüber hinwegkommen

33 · il miraggio · Illusion

41 · spaesato · verwirrt

52 · Wassadou · Ortschaft im Senegal in der Nähe von Tambacounda

«Quando sono andato via dal mio Paese, non avevo idea di che cosa volesse dire chiedere aiuto all’Europa. Pensavo fosse più facile. Non sapevo di non essere il benvenuto.» (r. 33 – 35)

3.1 Prendendo spunto da questa citazione e dalla vicenda di Seny valutate l’Europa come destinazione per chi emigra, sottolineando anche il divario che per molti immigrati esiste tra ciò che si aspettavano e ciò che trovano davvero. (commento) [16 Punkte]

Presentate le vostre riflessioni in un testo argomentativo ben organizzato, mettendo a confronto le speranze dei migranti con la situazione concreta in Europa dal punto di vista sociale, burocratico ed economico.

Aufgabe HT 1 - Compito 3.2 · Kreatives Schreiben: Perspektivwechsel (Tagebuch, Brief, Monolog, Dialog)

Klausurteil A

Il migrante che tornò in patria e disse: fratelli miei, mai più migranti

Dopo aver attraversato il deserto e il mare per venire in Italia, ha deciso che la sua missione era evitare questo destino agli altri. Iniziando da un orto

Chi nasce e vive a Tambacounda ha un unico sogno: raggiungere l'Europa. Dal Senegal,

alla Libia. Dalla Libia, all'Italia. Il grande viaggio: seimila chilometri. Le speranze sono

tante, forse troppe. I rischi non vengono presi in considerazione. La povertà fa più paura. A

Tambacounda non esiste l'elettricità. I villaggi sono insediamenti rurali con piccole capanne.

5 Il fango copre i campi da calcio improvvisati dove i ragazzi trascorrono le giornate.

Tambacounda è uno dei territori più arretrati del Senegal, dorso occidentale dell'Africa

subsahariana, a ovest confina con il Gambia, a est con il Mali. «L'Europa è il nostro paradiso.

Qui non ci sono prospettive future. Viviamo ingannando il tempo». La voce di Seny è ferma.

Non sembra avere 28 anni. È partito quando ne aveva 20. È tornato nel 2016. «Ma non

10 dobbiamo scappare. Dobbiamo lottare».

[...]

Seny è convinto che «la chiave sia cominciare dalle piccole iniziative: un passo alla volta».

Prima di iniziare a costruire orti in giro per Tambacounda, viaggiava per le scuole del paese

raccontando ai giovani quanto fosse pericoloso e difficile il viaggio per l'Europa. Qui, a

15 seimila chilometri di distanza dalle molteplici notizie di naufraghi e dispersi, la percezione

di cosa succede in Libia e nel Mediterraneo è molto più labile: «Le persone non si rendono

conto». Seny era andato via dal Senegal perché non voleva sottostare ai dettami che la sua

famiglia desiderava imporgli. «Io quella donna non l'amavo», spiega. Ha racimolato un po'

di soldi ed è partito per la Libia. «Conoscevo un amico che lavorava lì». Ha trascorso con lui

20 alcuni mesi. [...] Seny cerca un trafficante che possa aiutarlo a lasciare il paese. Chiede di

poter tornare a Tambacounda, nel suo villaggio, ma la tratta dalla Libia al Senegal non esiste.

«Potevo soltanto andare in Europa». Seny accetta, paga 500 euro e si imbarca. Attraversa

il Mediterraneo. Racconta: «Il viaggio è durato cinque ore. Avevamo un solo gommone,

eravamo 97. Una ventina di noi non ce l'hanno fatta. Accanto a me sedevano donne, bambini.

25 È stato tremendo». È sbarcato a Lampedusa. Ricorda il giorno esatto, nonostante la misura

del tempo fosse sbiadita: «Il 25 ottobre del 2013». Trascorre un anno e mezzo nel centro di

accoglienza di Castellammare del Golfo. Aspetta che la sua richiesta d'asilo sia valutata. Una

volta ottenuta la protezione internazionale, viene trasferito ad Aidone. «Qui ho conosciuto

l'associazione Don Bosco e ho iniziato una nuova vita. Mi hanno accolto e aiutato».

30 Impara l'italiano, si iscrive a corsi di formazione. «In Senegal avevo frequentato le scuole

medie, ma in Italia il mio diploma non era riconosciuto. Me ne sono fatto una ragione e ho

ripreso a studiare». Comincia un processo di integrazione che per la maggior parte dei migranti

rimane soltanto un miraggio. Dice di essere stato fortunato. «Quando sono andato via dal mio

Paese, non avevo idea di che cosa volesse dire chiedere aiuto all'Europa. Pensavo fosse più

35 facile. Non sapevo di non essere il benvenuto. Molte cose le ho scoperte con il tempo, stando

qui».

In quegli anni arrivavano moltissimi senegalesi nel centro di accoglienza dell'associazione

Don Bosco. Mancavano mediatori e traduttori. Seny decide di dare una mano, inizia a fare

da interprete. L'associazione Don Bosco decide di assumerlo a tempo indeterminato come

40 mediatore culturale. Seny ottiene un permesso di soggiorno per motivi lavorativi. «Parlavo

con le persone, gli spiegavo perché erano lì, cosa dovevano fare. Alcuni erano spaesati»,

aggiunge.

[...] L'idea di tornare in Senegal per fermare la partenza di migliaia di giovani è nata quasi

per caso. «Mi hanno chiesto: torneresti a casa? Io ho risposto subito di sì, non aspettavo altro».

45 Dall'Italia al Senegal, dal Senegal all'Italia. Seny ha incominciato a viaggiare. Stava un mese

o due e poi tornava dai suoi colleghi dell'associazione Don Bosco. Quando ne parla, quasi si

commuove: «La prima trasferta è stata nel 2016. Siamo andati a sentire che cosa pensassero

gli abitanti di Tambacounda del nostro progetto agricolo. È stato stranissimo rivedere il mio

villaggio».

50 Nel 2017 si è trasferito definitivamente in Senegal. «Dopo gli incontri nelle scuole, abbiamo

iniziato facendo corsi di formazione per i ragazzi. Ci occupavamo di agricoltura, artigianato,

turismo», ricorda. Poi è arrivato il primo orto, a Wassadou. [...]

Su WhatsApp, Seny ha una bellissima immagine del profilo, si intravede una ragazza

sorridente. «È mia moglie», commenta. Il matrimonio l'hanno celebrato a Tambacounda.

55 Ora vivono lì, sembrano felici. Seny ha anche ricominciato a parlare con la sua famiglia. È

tornato a casa. Come lui, anche altri migranti accolti dall'associazione Don Bosco, stanno

facendo la stessa scelta: il grande viaggio, seimila chilometri. Questa volta dall'Italia al

Senegal.

Note:

riga

01 · Tambacounda · Stadt im Senegal

04 · l'insediamento rurale · bäuerliche Siedlung

06 · arretrato · rückständig

06/07 · il dorso occidentale dell'Africa subsahariana · westliches Hinterland südlich der Sahara

08 · ingannare il tempo · Zeit vertreiben

15 · la percezione · Wahrnehmung

17 · sottostare ai dettami · sich den strengen Regeln unterwerfen

18 · racimolare · zusammenkratzen

21 · la tratta · hier: Route des Menschenhandels

26 · sbiadire · verblassen

27 · Castellammare del Golfo · Kleinstadt an der Nordküste Siziliens

28 · Aidone · Kleinstadt im Landesinneren Siziliens

29 · l'associazione Don Bosco · Organisation für nachhaltige Entwicklungshilfe der katholischen Kirche

31 · farsene una ragione · darüber hinwegkommen

33 · il miraggio · Illusion

41 · spaesato · verwirrt

52 · Wassadou · Ortschaft im Senegal in der Nähe von Tambacounda

3.2 Immaginate questa situazione: Seny mantiene i contatti con un amico italiano che è impiegato presso l’associazione Don Bosco di Aidone.

Componete una lettera indirizzata a questo amico, nella quale Seny ripensa alle esperienze vissute in Italia e affronta anche i lati positivi e negativi dell’Italia come paese di destinazione per chi emigra. (produzione libera) [16 Punkte]

Redigete una lettera personale che rispetti le convenzioni formali (luogo, data, formule iniziali e finali) e mantenga in modo coerente il punto di vista e la voce di Seny.

Aufgabe HT 1 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Klausurteil A

Il migrante che tornò in patria e disse: fratelli miei, mai più migranti

Dopo aver attraversato il deserto e il mare per venire in Italia, ha deciso che la sua missione era evitare questo destino agli altri. Iniziando da un orto

Chi nasce e vive a Tambacounda ha un unico sogno: raggiungere l'Europa. Dal Senegal,

alla Libia. Dalla Libia, all'Italia. Il grande viaggio: seimila chilometri. Le speranze sono

tante, forse troppe. I rischi non vengono presi in considerazione. La povertà fa più paura. A

Tambacounda non esiste l'elettricità. I villaggi sono insediamenti rurali con piccole capanne.

5 Il fango copre i campi da calcio improvvisati dove i ragazzi trascorrono le giornate.

Tambacounda è uno dei territori più arretrati del Senegal, dorso occidentale dell'Africa

subsahariana, a ovest confina con il Gambia, a est con il Mali. «L'Europa è il nostro paradiso.

Qui non ci sono prospettive future. Viviamo ingannando il tempo». La voce di Seny è ferma.

Non sembra avere 28 anni. È partito quando ne aveva 20. È tornato nel 2016. «Ma non

10 dobbiamo scappare. Dobbiamo lottare».

[...]

Seny è convinto che «la chiave sia cominciare dalle piccole iniziative: un passo alla volta».

Prima di iniziare a costruire orti in giro per Tambacounda, viaggiava per le scuole del paese

raccontando ai giovani quanto fosse pericoloso e difficile il viaggio per l'Europa. Qui, a

15 seimila chilometri di distanza dalle molteplici notizie di naufraghi e dispersi, la percezione

di cosa succede in Libia e nel Mediterraneo è molto più labile: «Le persone non si rendono

conto». Seny era andato via dal Senegal perché non voleva sottostare ai dettami che la sua

famiglia desiderava imporgli. «Io quella donna non l'amavo», spiega. Ha racimolato un po'

di soldi ed è partito per la Libia. «Conoscevo un amico che lavorava lì». Ha trascorso con lui

20 alcuni mesi. [...] Seny cerca un trafficante che possa aiutarlo a lasciare il paese. Chiede di

poter tornare a Tambacounda, nel suo villaggio, ma la tratta dalla Libia al Senegal non esiste.

«Potevo soltanto andare in Europa». Seny accetta, paga 500 euro e si imbarca. Attraversa

il Mediterraneo. Racconta: «Il viaggio è durato cinque ore. Avevamo un solo gommone,

eravamo 97. Una ventina di noi non ce l'hanno fatta. Accanto a me sedevano donne, bambini.

25 È stato tremendo». È sbarcato a Lampedusa. Ricorda il giorno esatto, nonostante la misura

del tempo fosse sbiadita: «Il 25 ottobre del 2013». Trascorre un anno e mezzo nel centro di

accoglienza di Castellammare del Golfo. Aspetta che la sua richiesta d'asilo sia valutata. Una

volta ottenuta la protezione internazionale, viene trasferito ad Aidone. «Qui ho conosciuto

l'associazione Don Bosco e ho iniziato una nuova vita. Mi hanno accolto e aiutato».

30 Impara l'italiano, si iscrive a corsi di formazione. «In Senegal avevo frequentato le scuole

medie, ma in Italia il mio diploma non era riconosciuto. Me ne sono fatto una ragione e ho

ripreso a studiare». Comincia un processo di integrazione che per la maggior parte dei migranti

rimane soltanto un miraggio. Dice di essere stato fortunato. «Quando sono andato via dal mio

Paese, non avevo idea di che cosa volesse dire chiedere aiuto all'Europa. Pensavo fosse più

35 facile. Non sapevo di non essere il benvenuto. Molte cose le ho scoperte con il tempo, stando

qui».

In quegli anni arrivavano moltissimi senegalesi nel centro di accoglienza dell'associazione

Don Bosco. Mancavano mediatori e traduttori. Seny decide di dare una mano, inizia a fare

da interprete. L'associazione Don Bosco decide di assumerlo a tempo indeterminato come

40 mediatore culturale. Seny ottiene un permesso di soggiorno per motivi lavorativi. «Parlavo

con le persone, gli spiegavo perché erano lì, cosa dovevano fare. Alcuni erano spaesati»,

aggiunge.

[...] L'idea di tornare in Senegal per fermare la partenza di migliaia di giovani è nata quasi

per caso. «Mi hanno chiesto: torneresti a casa? Io ho risposto subito di sì, non aspettavo altro».

45 Dall'Italia al Senegal, dal Senegal all'Italia. Seny ha incominciato a viaggiare. Stava un mese

o due e poi tornava dai suoi colleghi dell'associazione Don Bosco. Quando ne parla, quasi si

commuove: «La prima trasferta è stata nel 2016. Siamo andati a sentire che cosa pensassero

gli abitanti di Tambacounda del nostro progetto agricolo. È stato stranissimo rivedere il mio

villaggio».

50 Nel 2017 si è trasferito definitivamente in Senegal. «Dopo gli incontri nelle scuole, abbiamo

iniziato facendo corsi di formazione per i ragazzi. Ci occupavamo di agricoltura, artigianato,

turismo», ricorda. Poi è arrivato il primo orto, a Wassadou. [...]

Su WhatsApp, Seny ha una bellissima immagine del profilo, si intravede una ragazza

sorridente. «È mia moglie», commenta. Il matrimonio l'hanno celebrato a Tambacounda.

55 Ora vivono lì, sembrano felici. Seny ha anche ricominciato a parlare con la sua famiglia. È

tornato a casa. Come lui, anche altri migranti accolti dall'associazione Don Bosco, stanno

facendo la stessa scelta: il grande viaggio, seimila chilometri. Questa volta dall'Italia al

Senegal.

Note:

riga

01 · Tambacounda · Stadt im Senegal

04 · l'insediamento rurale · bäuerliche Siedlung

06 · arretrato · rückständig

06/07 · il dorso occidentale dell'Africa subsahariana · westliches Hinterland südlich der Sahara

08 · ingannare il tempo · Zeit vertreiben

15 · la percezione · Wahrnehmung

17 · sottostare ai dettami · sich den strengen Regeln unterwerfen

18 · racimolare · zusammenkratzen

21 · la tratta · hier: Route des Menschenhandels

26 · sbiadire · verblassen

27 · Castellammare del Golfo · Kleinstadt an der Nordküste Siziliens

28 · Aidone · Kleinstadt im Landesinneren Siziliens

29 · l'associazione Don Bosco · Organisation für nachhaltige Entwicklungshilfe der katholischen Kirche

31 · farsene una ragione · darüber hinwegkommen

33 · il miraggio · Illusion

41 · spaesato · verwirrt

52 · Wassadou · Ortschaft im Senegal in der Nähe von Tambacounda

Klausurteil B: Sprachmittlung isoliert

Compito 4 (mediazione) [18 Punkte]

Un amico italiano sta cercando spunti per un progetto a favore di giovani immigrati. Avete trovato questo articolo e credete che potrebbe essergli utile.

Scrivete un'e-mail al vostro amico e presentategli l'attività che RefugeeLine svolge in Germania insieme ai giovani immigrati.

„Wenn man einen Willen und ein Ziel hat, dann schafft man das!“

Ein Interview mit Najat Bouidra. Projektleiterin RefugeeLine.

Was ist RefugeeLine?

Das Projekt RefugeeLine richtet sich speziell an Menschen mit Fluchterfahrung. Das heißt, wir betreuen geflüchtete Menschen, erledigen Papierkram, machen Übersetzungen, begleiten Arztbesuche, falls jemand medizinische Betreuung benötigt und vieles mehr. Hinzu kommen generelle Beratungen für geflüchtete Jugendliche, die hier in Deutschland sind und eine Orientierung brauchen. Wir können solche jungen Menschen motivieren und erste Türen öffnen, damit sie eine gute Zukunft hier in Deutschland haben. Nachhilfeunterricht gehört genauso dazu, ebenso eine Form von Seelsorge.

Unterscheidet sich die Arbeit mit jungen Geflüchteten von der mit in Deutschland geborenen Kindern und Jugendlichen?

Ja, natürlich. Diese Kinder haben eine ganz andere Ausgangslage, haben teilweise traumatisierende Erfahrungen gemacht und schwere Verluste erlebt. Manche sind einfach deprimiert und wissen nicht, wie es mit ihrem Leben weitergehen soll. Am Anfang, als die meisten noch in Sporthallen gewohnt haben, war das Hauptproblem, eine Wohnung zu finden und einen Aufenthaltsstatus zu bekommen. Mittlerweile stellen sich ganz andere Fragen. Und zwar welche Perspektiven man in der deutschen Gesellschaft hat. Da geht es um die Vermittlung in Sprachkurse, in eine Ausbildung oder die Anerkennung von Abschlüssen. Dabei sind gerade Kinder und Jugendliche auf Unterstützung und Motivation angewiesen, aber auch emotionale Stützung ist gefragt. Oftmals schaffen es die Eltern nicht, all dies aufzubringen, weil sie selbst mit der fremden Kultur, den neuen Gesetzen und der Sprache überfordert sind. Sogar das Wetter und Klima sind fremd. Einfach alles. Sie können ihren Kindern nicht in dem Maße helfen, wie sie es gerne möchten. Wenn sie dann zu uns kommen, besprechen wir Schritt für Schritt, was wir tun können, bis die Kinder und Jugendlichen wieder eine Perspektive haben.

Wie sieht eure Hilfestellung konkret aus?

Manche Kinder haben ihr Selbstbewusstsein verloren, weil sie in der Schule mit der Sprache nicht klarkommen. Sie vergleichen sich mit Kindern, die in Deutschland geboren sind und merken, dass sie in der Schule besser sind und einfacher mitkommen. Das ist für sie natürlich frustrierend. Viele denken dann, dass eine schöne Zukunft aussichtslos ist und verlernen zu träumen. Teilweise geben sie sich mit unbefriedigenden Optionen zufrieden. Nach dem Motto „Das reicht mir schon!“. Unser Job ist es, Türen zu öffnen – nach Innen und nach Außen. Konkrete schulische Hilfestellungen wie Nachhilfe in den Hauptfächern Englisch, Deutsch und Mathe, aber auch Berufsorientierung sowie Bewerbungstraining gehen bei uns Hand in Hand mit moralischer Unterstützung. Die Kids brauchen das Gefühl von zu Hause und familiärer Atmosphäre. Eine Atmosphäre, in der sie sich wohl und sicher fühlen können. Deswegen versuchen wir, es ihnen so schön zu machen wie möglich. Backen Kuchen oder kochen zusammen. Und es funktioniert. Mit unserer Unterstützung sind jetzt viele dieser Kinder motivierter und wissen, was sie zu tun haben, um in der deutschen Gesellschaft anzukommen.

Dein Abschlusswort!

„Zukunft ist Zukunft. Egal welche Vergangenheit man hat. Wenn man einen Willen und ein Ziel hat, dann schafft man das!“ Das sage ich meinen Kindern und Jugendlichen im Kurszentrum immer wieder. Bei geflüchteten Jugendlichen ist es nochmal besonders wichtig zu motivieren. […] Und vielleicht können sie sogar vieles schaffen, was in Deutschland geborene Kinder nicht schaffen können. Weil man Dinge nicht durch seine Nationalität und Herkunft schafft, sondern allein durch seinen Willen und den Glauben an sich selbst. Heute habe ich von zwei meiner Schüler erfahren, dass sie sich um zwei ganze Noten im Englisch-Unterricht verbessert haben. Das macht mich total glücklich und es tut gut, so ein Feedback zurückbekommen. Diese Freude, die mir die Kinder schenken, wenn sie sich in der Schule verbessern und gute Noten schreiben. Das ist ein Geschenk für mich.

[…]

Aufgabe HT 2 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Il narratore sta lavorando a un libro su un caso di cronaca nera accaduto a Roma nel 2016. Ha preso contatto con un giornalista e, seduto in un bar, attende che questi gli comunichi alcune informazioni importanti sulla vicenda.

[...]

Mi trovavo in un bar sulla Flaminia. Aspettavo di sapere dove avrei incontrato il giornalista

che aveva promesso di farmi leggere la perizia criminologica della procura. Ascoltavo le

conversazioni dei clienti seduti ai tavoli vicini. A pochi metri un signore sulla sessantina, un

uomo piuttosto trascurato, capelli lunghi e barba incolta, intrecciava le dita delle mani con

5 quelle di una donna molto più giovane, più bella, e si sarebbe detto più ricca di lui. Poco

distante, come a voler offrire una compensazione istantanea, un ragazzo baciava con passione

una donna che poteva avere il doppio dei suoi anni. Arrivò il messaggio del giornalista. Mi

dava appuntamento a Termini. Pagai il conto. Erano i momenti, pensai guardando i tavoli del

bar, in cui la città riservava qualche bella sorpresa. A Roma le barriere sociali, anagrafiche,

10 le discrepanze estetiche potevano crollare in un istante.

Scesi per il Lungotevere. Arrivai a Prati. Superata la zona di piazza Mazzini, mi accorsi di

essere in anticipo. Decisi così di scendere per lo scalone che porta sulla pista ciclabile, dove

il rumore del traffico si attenua, il fiume scorre lento a pochi passi, la vegetazione cresce

scomposta lungo gli argini. Mentre camminavo, incastrata su un tratto di terra emersa, tra le

15 acque grigie del Tevere, vidi la carcassa di una bicicletta. L’ombra del Ponte Umberto I sulla

testa. Di nuovo il cielo. Dei ragazzi ascoltavano musica a pochi passi dalla fanghiglia, tra gli

alberi emersi dalle acque. Poco più avanti un’altra bicicletta. Era arenata su un isolotto. Mi

si accese qualcosa nella testa, non riuscii all’inizio a metterlo a fuoco ma sapevo che era in

procinto di ribaltare la sensazione che avevo provato al bar. Quando, cinque minuti dopo,

20 vidi qualcosa che poteva essere stata una bicicletta ma adesso era un ammasso di ferraglia,

probabilmente dato alle fiamme, o ripetutamente preso a calci, a martellate, la situazione

diventò di colpo chiara. Per tutta la settimana, andandomene in giro, avevo visto di continuo

biciclette abbandonate. Biciclette con il telaio piegato o spezzato in due, con le ruote distrutte,

con il sellino sfondato, con il manubrio strappato via, biciclette conficcate nel terreno, gettate

25 sotto i ponti, infilate con brutalità dentro i bidoni dell’immondizia. Biciclette, tra l’altro,

perfettamente identiche tra loro. Facevano talmente parte dell’arredo urbano che non me ne

ero reso conto. Erano i modelli del nuovo servizio di bike sharing. Da qualche anno, a Roma,

qualcuno tentava la carta del bike sharing. All’inizio ci aveva provato il Comune, fallendo. Era

stata la volta di certe compagnie straniere, multinazionali americane, cinesi. Annunciavano

30 in pompa magna il loro progetto, e poche settimane dopo centinaia di biciclette nuove di zecca

atterravano sulla città. Tempo un mese, di quelle biciclette non restava niente. I romani le

lanciavano giù dai ponti, le bruciavano, le vandalizzavano in tutti i modi immaginabili, le

distruggevano con una furia cieca, primordiale.

In due parole, rifiutavano l’elemosina. Portare quelle biciclette a Roma significava avere

35 l’arroganza di guarire un moribondo a colpi d’aspirina, era un’offesa, un’umiliazione, e peggio

ancora era pretendere di agganciare alle ultime novità tecnologiche una città che il concetto

di progresso se l’era scrollato via di dosso e galleggiava nella stasi, nel vuoto cronologico,

simile alla polvere sulle piramidi dopo la fine della civiltà egizia, con la paradossale differenza

che Roma, invece, continuava a scoppiare di vita.

40 Raggiunsi il mio contatto alla stazione Termini. Il giornalista lavorava per una grossa testata

nazionale. Era un uomo sui cinquanta. Ci conoscevamo da qualche anno. «Senti, cerchiamo

un posto?», disse. Ci sistemammo in un brutto bar di via Marsala, ordinammo da bere, lui tirò

fuori dallo zaino un documento di una settantina di pagine […].

Note:

riga

01 · Flaminia · Straße in Rom

02 · la perizia criminologica · kriminologisches Gutachten

02 · la procura · Staatsanwaltschaft

03 · sulla sessantina · um die sechzig

11 · Prati · römischer Stadtbezirk

14 · incastrato · eingeklemmt

15 · la carcassa · hier: Überreste eines Fahrradgestells

16 · la fanghiglia · Schlamm, Matsch

18 – 19 · essere in procinto di fare qcs. · im Begriff sein, etwas zu tun

20 · un ammasso di ferraglia · ein Haufen Schrott

23 · il telaio · Fahrradgestell

24 · il sellino · Sattel

26 · l’arredo urbano · Stadtbild

27 · rendersi conto di qcs. · sich einer Sache bewusst werden

30 · in pompa magna · hier: mit Nachdruck

30 · nuovo di zecca · brandneu

32 · vandalizzare · zerstören, randalieren

37 · galleggiare nella stasi · im Stillstand verharren

40 · la testata · hier: Zeitung

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

1. Riassumete i contenuti principali del testo. (comprensione)

[12 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 2 · Analyse literarischer Texte (Figuren, Erzählweise, Sprache)

Il narratore sta lavorando a un libro su un caso di cronaca nera accaduto a Roma nel 2016. Ha preso contatto con un giornalista e, seduto in un bar, attende che questi gli comunichi alcune informazioni importanti sulla vicenda.

[...]

Mi trovavo in un bar sulla Flaminia. Aspettavo di sapere dove avrei incontrato il giornalista

che aveva promesso di farmi leggere la perizia criminologica della procura. Ascoltavo le

conversazioni dei clienti seduti ai tavoli vicini. A pochi metri un signore sulla sessantina, un

uomo piuttosto trascurato, capelli lunghi e barba incolta, intrecciava le dita delle mani con

5 quelle di una donna molto più giovane, più bella, e si sarebbe detto più ricca di lui. Poco

distante, come a voler offrire una compensazione istantanea, un ragazzo baciava con passione

una donna che poteva avere il doppio dei suoi anni. Arrivò il messaggio del giornalista. Mi

dava appuntamento a Termini. Pagai il conto. Erano i momenti, pensai guardando i tavoli del

bar, in cui la città riservava qualche bella sorpresa. A Roma le barriere sociali, anagrafiche,

10 le discrepanze estetiche potevano crollare in un istante.

Scesi per il Lungotevere. Arrivai a Prati. Superata la zona di piazza Mazzini, mi accorsi di

essere in anticipo. Decisi così di scendere per lo scalone che porta sulla pista ciclabile, dove

il rumore del traffico si attenua, il fiume scorre lento a pochi passi, la vegetazione cresce

scomposta lungo gli argini. Mentre camminavo, incastrata su un tratto di terra emersa, tra le

15 acque grigie del Tevere, vidi la carcassa di una bicicletta. L’ombra del Ponte Umberto I sulla

testa. Di nuovo il cielo. Dei ragazzi ascoltavano musica a pochi passi dalla fanghiglia, tra gli

alberi emersi dalle acque. Poco più avanti un’altra bicicletta. Era arenata su un isolotto. Mi

si accese qualcosa nella testa, non riuscii all’inizio a metterlo a fuoco ma sapevo che era in

procinto di ribaltare la sensazione che avevo provato al bar. Quando, cinque minuti dopo,

20 vidi qualcosa che poteva essere stata una bicicletta ma adesso era un ammasso di ferraglia,

probabilmente dato alle fiamme, o ripetutamente preso a calci, a martellate, la situazione

diventò di colpo chiara. Per tutta la settimana, andandomene in giro, avevo visto di continuo

biciclette abbandonate. Biciclette con il telaio piegato o spezzato in due, con le ruote distrutte,

con il sellino sfondato, con il manubrio strappato via, biciclette conficcate nel terreno, gettate

25 sotto i ponti, infilate con brutalità dentro i bidoni dell’immondizia. Biciclette, tra l’altro,

perfettamente identiche tra loro. Facevano talmente parte dell’arredo urbano che non me ne

ero reso conto. Erano i modelli del nuovo servizio di bike sharing. Da qualche anno, a Roma,

qualcuno tentava la carta del bike sharing. All’inizio ci aveva provato il Comune, fallendo. Era

stata la volta di certe compagnie straniere, multinazionali americane, cinesi. Annunciavano

30 in pompa magna il loro progetto, e poche settimane dopo centinaia di biciclette nuove di zecca

atterravano sulla città. Tempo un mese, di quelle biciclette non restava niente. I romani le

lanciavano giù dai ponti, le bruciavano, le vandalizzavano in tutti i modi immaginabili, le

distruggevano con una furia cieca, primordiale.

In due parole, rifiutavano l’elemosina. Portare quelle biciclette a Roma significava avere

35 l’arroganza di guarire un moribondo a colpi d’aspirina, era un’offesa, un’umiliazione, e peggio

ancora era pretendere di agganciare alle ultime novità tecnologiche una città che il concetto

di progresso se l’era scrollato via di dosso e galleggiava nella stasi, nel vuoto cronologico,

simile alla polvere sulle piramidi dopo la fine della civiltà egizia, con la paradossale differenza

che Roma, invece, continuava a scoppiare di vita.

40 Raggiunsi il mio contatto alla stazione Termini. Il giornalista lavorava per una grossa testata

nazionale. Era un uomo sui cinquanta. Ci conoscevamo da qualche anno. «Senti, cerchiamo

un posto?», disse. Ci sistemammo in un brutto bar di via Marsala, ordinammo da bere, lui tirò

fuori dallo zaino un documento di una settantina di pagine […].

Note:

riga

01 · Flaminia · Straße in Rom

02 · la perizia criminologica · kriminologisches Gutachten

02 · la procura · Staatsanwaltschaft

03 · sulla sessantina · um die sechzig

11 · Prati · römischer Stadtbezirk

14 · incastrato · eingeklemmt

15 · la carcassa · hier: Überreste eines Fahrradgestells

16 · la fanghiglia · Schlamm, Matsch

18 – 19 · essere in procinto di fare qcs. · im Begriff sein, etwas zu tun

20 · un ammasso di ferraglia · ein Haufen Schrott

23 · il telaio · Fahrradgestell

24 · il sellino · Sattel

26 · l’arredo urbano · Stadtbild

27 · rendersi conto di qcs. · sich einer Sache bewusst werden

30 · in pompa magna · hier: mit Nachdruck

30 · nuovo di zecca · brandneu

32 · vandalizzare · zerstören, randalieren

37 · galleggiare nella stasi · im Stillstand verharren

40 · la testata · hier: Zeitung

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

2. Esaminate le considerazioni che il narratore sviluppa su Roma e sulla sua gente, tenendo conto anche dei mezzi linguistici che impiega. (analisi)

[14 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 3.1 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Il narratore sta lavorando a un libro su un caso di cronaca nera accaduto a Roma nel 2016. Ha preso contatto con un giornalista e, seduto in un bar, attende che questi gli comunichi alcune informazioni importanti sulla vicenda.

[...]

Mi trovavo in un bar sulla Flaminia. Aspettavo di sapere dove avrei incontrato il giornalista

che aveva promesso di farmi leggere la perizia criminologica della procura. Ascoltavo le

conversazioni dei clienti seduti ai tavoli vicini. A pochi metri un signore sulla sessantina, un

uomo piuttosto trascurato, capelli lunghi e barba incolta, intrecciava le dita delle mani con

5 quelle di una donna molto più giovane, più bella, e si sarebbe detto più ricca di lui. Poco

distante, come a voler offrire una compensazione istantanea, un ragazzo baciava con passione

una donna che poteva avere il doppio dei suoi anni. Arrivò il messaggio del giornalista. Mi

dava appuntamento a Termini. Pagai il conto. Erano i momenti, pensai guardando i tavoli del

bar, in cui la città riservava qualche bella sorpresa. A Roma le barriere sociali, anagrafiche,

10 le discrepanze estetiche potevano crollare in un istante.

Scesi per il Lungotevere. Arrivai a Prati. Superata la zona di piazza Mazzini, mi accorsi di

essere in anticipo. Decisi così di scendere per lo scalone che porta sulla pista ciclabile, dove

il rumore del traffico si attenua, il fiume scorre lento a pochi passi, la vegetazione cresce

scomposta lungo gli argini. Mentre camminavo, incastrata su un tratto di terra emersa, tra le

15 acque grigie del Tevere, vidi la carcassa di una bicicletta. L’ombra del Ponte Umberto I sulla

testa. Di nuovo il cielo. Dei ragazzi ascoltavano musica a pochi passi dalla fanghiglia, tra gli

alberi emersi dalle acque. Poco più avanti un’altra bicicletta. Era arenata su un isolotto. Mi

si accese qualcosa nella testa, non riuscii all’inizio a metterlo a fuoco ma sapevo che era in

procinto di ribaltare la sensazione che avevo provato al bar. Quando, cinque minuti dopo,

20 vidi qualcosa che poteva essere stata una bicicletta ma adesso era un ammasso di ferraglia,

probabilmente dato alle fiamme, o ripetutamente preso a calci, a martellate, la situazione

diventò di colpo chiara. Per tutta la settimana, andandomene in giro, avevo visto di continuo

biciclette abbandonate. Biciclette con il telaio piegato o spezzato in due, con le ruote distrutte,

con il sellino sfondato, con il manubrio strappato via, biciclette conficcate nel terreno, gettate

25 sotto i ponti, infilate con brutalità dentro i bidoni dell’immondizia. Biciclette, tra l’altro,

perfettamente identiche tra loro. Facevano talmente parte dell’arredo urbano che non me ne

ero reso conto. Erano i modelli del nuovo servizio di bike sharing. Da qualche anno, a Roma,

qualcuno tentava la carta del bike sharing. All’inizio ci aveva provato il Comune, fallendo. Era

stata la volta di certe compagnie straniere, multinazionali americane, cinesi. Annunciavano

30 in pompa magna il loro progetto, e poche settimane dopo centinaia di biciclette nuove di zecca

atterravano sulla città. Tempo un mese, di quelle biciclette non restava niente. I romani le

lanciavano giù dai ponti, le bruciavano, le vandalizzavano in tutti i modi immaginabili, le

distruggevano con una furia cieca, primordiale.

In due parole, rifiutavano l’elemosina. Portare quelle biciclette a Roma significava avere

35 l’arroganza di guarire un moribondo a colpi d’aspirina, era un’offesa, un’umiliazione, e peggio

ancora era pretendere di agganciare alle ultime novità tecnologiche una città che il concetto

di progresso se l’era scrollato via di dosso e galleggiava nella stasi, nel vuoto cronologico,

simile alla polvere sulle piramidi dopo la fine della civiltà egizia, con la paradossale differenza

che Roma, invece, continuava a scoppiare di vita.

40 Raggiunsi il mio contatto alla stazione Termini. Il giornalista lavorava per una grossa testata

nazionale. Era un uomo sui cinquanta. Ci conoscevamo da qualche anno. «Senti, cerchiamo

un posto?», disse. Ci sistemammo in un brutto bar di via Marsala, ordinammo da bere, lui tirò

fuori dallo zaino un documento di una settantina di pagine […].

Note:

riga

01 · Flaminia · Straße in Rom

02 · la perizia criminologica · kriminologisches Gutachten

02 · la procura · Staatsanwaltschaft

03 · sulla sessantina · um die sechzig

11 · Prati · römischer Stadtbezirk

14 · incastrato · eingeklemmt

15 · la carcassa · hier: Überreste eines Fahrradgestells

16 · la fanghiglia · Schlamm, Matsch

18 – 19 · essere in procinto di fare qcs. · im Begriff sein, etwas zu tun

20 · un ammasso di ferraglia · ein Haufen Schrott

23 · il telaio · Fahrradgestell

24 · il sellino · Sattel

26 · l’arredo urbano · Stadtbild

27 · rendersi conto di qcs. · sich einer Sache bewusst werden

30 · in pompa magna · hier: mit Nachdruck

30 · nuovo di zecca · brandneu

32 · vandalizzare · zerstören, randalieren

37 · galleggiare nella stasi · im Stillstand verharren

40 · la testata · hier: Zeitung

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

a scelta (3.1 oppure 3.2):

3.1 Il narratore scrive: “Portare quelle biciclette a Roma significava avere l’arroganza di guarire un moribondo a colpi d’aspirina”. (r. 34 – 35)

Illustrate e commentate, prendendo spunto da questa citazione, le principali problematiche che Roma dovrà affrontare con urgenza nel prossimo futuro, avanzando anche alcune idee per rendere migliore la vita in città. (commento)

[16 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 3.2 · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel

Il narratore sta lavorando a un libro su un caso di cronaca nera accaduto a Roma nel 2016. Ha preso contatto con un giornalista e, seduto in un bar, attende che questi gli comunichi alcune informazioni importanti sulla vicenda.

[...]

Mi trovavo in un bar sulla Flaminia. Aspettavo di sapere dove avrei incontrato il giornalista

che aveva promesso di farmi leggere la perizia criminologica della procura. Ascoltavo le

conversazioni dei clienti seduti ai tavoli vicini. A pochi metri un signore sulla sessantina, un

uomo piuttosto trascurato, capelli lunghi e barba incolta, intrecciava le dita delle mani con

5 quelle di una donna molto più giovane, più bella, e si sarebbe detto più ricca di lui. Poco

distante, come a voler offrire una compensazione istantanea, un ragazzo baciava con passione

una donna che poteva avere il doppio dei suoi anni. Arrivò il messaggio del giornalista. Mi

dava appuntamento a Termini. Pagai il conto. Erano i momenti, pensai guardando i tavoli del

bar, in cui la città riservava qualche bella sorpresa. A Roma le barriere sociali, anagrafiche,

10 le discrepanze estetiche potevano crollare in un istante.

Scesi per il Lungotevere. Arrivai a Prati. Superata la zona di piazza Mazzini, mi accorsi di

essere in anticipo. Decisi così di scendere per lo scalone che porta sulla pista ciclabile, dove

il rumore del traffico si attenua, il fiume scorre lento a pochi passi, la vegetazione cresce

scomposta lungo gli argini. Mentre camminavo, incastrata su un tratto di terra emersa, tra le

15 acque grigie del Tevere, vidi la carcassa di una bicicletta. L’ombra del Ponte Umberto I sulla

testa. Di nuovo il cielo. Dei ragazzi ascoltavano musica a pochi passi dalla fanghiglia, tra gli

alberi emersi dalle acque. Poco più avanti un’altra bicicletta. Era arenata su un isolotto. Mi

si accese qualcosa nella testa, non riuscii all’inizio a metterlo a fuoco ma sapevo che era in

procinto di ribaltare la sensazione che avevo provato al bar. Quando, cinque minuti dopo,

20 vidi qualcosa che poteva essere stata una bicicletta ma adesso era un ammasso di ferraglia,

probabilmente dato alle fiamme, o ripetutamente preso a calci, a martellate, la situazione

diventò di colpo chiara. Per tutta la settimana, andandomene in giro, avevo visto di continuo

biciclette abbandonate. Biciclette con il telaio piegato o spezzato in due, con le ruote distrutte,

con il sellino sfondato, con il manubrio strappato via, biciclette conficcate nel terreno, gettate

25 sotto i ponti, infilate con brutalità dentro i bidoni dell’immondizia. Biciclette, tra l’altro,

perfettamente identiche tra loro. Facevano talmente parte dell’arredo urbano che non me ne

ero reso conto. Erano i modelli del nuovo servizio di bike sharing. Da qualche anno, a Roma,

qualcuno tentava la carta del bike sharing. All’inizio ci aveva provato il Comune, fallendo. Era

stata la volta di certe compagnie straniere, multinazionali americane, cinesi. Annunciavano

30 in pompa magna il loro progetto, e poche settimane dopo centinaia di biciclette nuove di zecca

atterravano sulla città. Tempo un mese, di quelle biciclette non restava niente. I romani le

lanciavano giù dai ponti, le bruciavano, le vandalizzavano in tutti i modi immaginabili, le

distruggevano con una furia cieca, primordiale.

In due parole, rifiutavano l’elemosina. Portare quelle biciclette a Roma significava avere

35 l’arroganza di guarire un moribondo a colpi d’aspirina, era un’offesa, un’umiliazione, e peggio

ancora era pretendere di agganciare alle ultime novità tecnologiche una città che il concetto

di progresso se l’era scrollato via di dosso e galleggiava nella stasi, nel vuoto cronologico,

simile alla polvere sulle piramidi dopo la fine della civiltà egizia, con la paradossale differenza

che Roma, invece, continuava a scoppiare di vita.

40 Raggiunsi il mio contatto alla stazione Termini. Il giornalista lavorava per una grossa testata

nazionale. Era un uomo sui cinquanta. Ci conoscevamo da qualche anno. «Senti, cerchiamo

un posto?», disse. Ci sistemammo in un brutto bar di via Marsala, ordinammo da bere, lui tirò

fuori dallo zaino un documento di una settantina di pagine […].

Note:

riga

01 · Flaminia · Straße in Rom

02 · la perizia criminologica · kriminologisches Gutachten

02 · la procura · Staatsanwaltschaft

03 · sulla sessantina · um die sechzig

11 · Prati · römischer Stadtbezirk

14 · incastrato · eingeklemmt

15 · la carcassa · hier: Überreste eines Fahrradgestells

16 · la fanghiglia · Schlamm, Matsch

18 – 19 · essere in procinto di fare qcs. · im Begriff sein, etwas zu tun

20 · un ammasso di ferraglia · ein Haufen Schrott

23 · il telaio · Fahrradgestell

24 · il sellino · Sattel

26 · l’arredo urbano · Stadtbild

27 · rendersi conto di qcs. · sich einer Sache bewusst werden

30 · in pompa magna · hier: mit Nachdruck

30 · nuovo di zecca · brandneu

32 · vandalizzare · zerstören, randalieren

37 · galleggiare nella stasi · im Stillstand verharren

40 · la testata · hier: Zeitung

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

a scelta (3.1 oppure 3.2):

3.2 Immaginate questa situazione: i passaggi di Nicola Lagioia su come i romani hanno reagito al fenomeno del bike-sharing vi hanno impressionato profondamente.

Scrivete una lettera aperta al Sindaco in cui esponete la vostra opinione e considerate le sfide più urgenti che Roma dovrà affrontare nel prossimo futuro; avanzate inoltre alcune proposte per rendere migliore la vita in città e per valorizzarne l’immagine. (produzione libera)

[16 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Il narratore sta lavorando a un libro su un caso di cronaca nera accaduto a Roma nel 2016. Ha preso contatto con un giornalista e, seduto in un bar, attende che questi gli comunichi alcune informazioni importanti sulla vicenda.

[...]

Mi trovavo in un bar sulla Flaminia. Aspettavo di sapere dove avrei incontrato il giornalista

che aveva promesso di farmi leggere la perizia criminologica della procura. Ascoltavo le

conversazioni dei clienti seduti ai tavoli vicini. A pochi metri un signore sulla sessantina, un

uomo piuttosto trascurato, capelli lunghi e barba incolta, intrecciava le dita delle mani con

5 quelle di una donna molto più giovane, più bella, e si sarebbe detto più ricca di lui. Poco

distante, come a voler offrire una compensazione istantanea, un ragazzo baciava con passione

una donna che poteva avere il doppio dei suoi anni. Arrivò il messaggio del giornalista. Mi

dava appuntamento a Termini. Pagai il conto. Erano i momenti, pensai guardando i tavoli del

bar, in cui la città riservava qualche bella sorpresa. A Roma le barriere sociali, anagrafiche,

10 le discrepanze estetiche potevano crollare in un istante.

Scesi per il Lungotevere. Arrivai a Prati. Superata la zona di piazza Mazzini, mi accorsi di

essere in anticipo. Decisi così di scendere per lo scalone che porta sulla pista ciclabile, dove

il rumore del traffico si attenua, il fiume scorre lento a pochi passi, la vegetazione cresce

scomposta lungo gli argini. Mentre camminavo, incastrata su un tratto di terra emersa, tra le

15 acque grigie del Tevere, vidi la carcassa di una bicicletta. L’ombra del Ponte Umberto I sulla

testa. Di nuovo il cielo. Dei ragazzi ascoltavano musica a pochi passi dalla fanghiglia, tra gli

alberi emersi dalle acque. Poco più avanti un’altra bicicletta. Era arenata su un isolotto. Mi

si accese qualcosa nella testa, non riuscii all’inizio a metterlo a fuoco ma sapevo che era in

procinto di ribaltare la sensazione che avevo provato al bar. Quando, cinque minuti dopo,

20 vidi qualcosa che poteva essere stata una bicicletta ma adesso era un ammasso di ferraglia,

probabilmente dato alle fiamme, o ripetutamente preso a calci, a martellate, la situazione

diventò di colpo chiara. Per tutta la settimana, andandomene in giro, avevo visto di continuo

biciclette abbandonate. Biciclette con il telaio piegato o spezzato in due, con le ruote distrutte,

con il sellino sfondato, con il manubrio strappato via, biciclette conficcate nel terreno, gettate

25 sotto i ponti, infilate con brutalità dentro i bidoni dell’immondizia. Biciclette, tra l’altro,

perfettamente identiche tra loro. Facevano talmente parte dell’arredo urbano che non me ne

ero reso conto. Erano i modelli del nuovo servizio di bike sharing. Da qualche anno, a Roma,

qualcuno tentava la carta del bike sharing. All’inizio ci aveva provato il Comune, fallendo. Era

stata la volta di certe compagnie straniere, multinazionali americane, cinesi. Annunciavano

30 in pompa magna il loro progetto, e poche settimane dopo centinaia di biciclette nuove di zecca

atterravano sulla città. Tempo un mese, di quelle biciclette non restava niente. I romani le

lanciavano giù dai ponti, le bruciavano, le vandalizzavano in tutti i modi immaginabili, le

distruggevano con una furia cieca, primordiale.

In due parole, rifiutavano l’elemosina. Portare quelle biciclette a Roma significava avere

35 l’arroganza di guarire un moribondo a colpi d’aspirina, era un’offesa, un’umiliazione, e peggio

ancora era pretendere di agganciare alle ultime novità tecnologiche una città che il concetto

di progresso se l’era scrollato via di dosso e galleggiava nella stasi, nel vuoto cronologico,

simile alla polvere sulle piramidi dopo la fine della civiltà egizia, con la paradossale differenza

che Roma, invece, continuava a scoppiare di vita.

40 Raggiunsi il mio contatto alla stazione Termini. Il giornalista lavorava per una grossa testata

nazionale. Era un uomo sui cinquanta. Ci conoscevamo da qualche anno. «Senti, cerchiamo

un posto?», disse. Ci sistemammo in un brutto bar di via Marsala, ordinammo da bere, lui tirò

fuori dallo zaino un documento di una settantina di pagine […].

Note:

riga

01 · Flaminia · Straße in Rom

02 · la perizia criminologica · kriminologisches Gutachten

02 · la procura · Staatsanwaltschaft

03 · sulla sessantina · um die sechzig

11 · Prati · römischer Stadtbezirk

14 · incastrato · eingeklemmt

15 · la carcassa · hier: Überreste eines Fahrradgestells

16 · la fanghiglia · Schlamm, Matsch

18 – 19 · essere in procinto di fare qcs. · im Begriff sein, etwas zu tun

20 · un ammasso di ferraglia · ein Haufen Schrott

23 · il telaio · Fahrradgestell

24 · il sellino · Sattel

26 · l’arredo urbano · Stadtbild

27 · rendersi conto di qcs. · sich einer Sache bewusst werden

30 · in pompa magna · hier: mit Nachdruck

30 · nuovo di zecca · brandneu

32 · vandalizzare · zerstören, randalieren

37 · galleggiare nella stasi · im Stillstand verharren

40 · la testata · hier: Zeitung

Un vostro amico italiano è impegnato nella tutela dell'ambiente e in questo momento si batte per far introdurre delle piste ciclabili temporanee nella propria città. Ha trovato questo articolo sull'evoluzione del fenomeno in Germania, ma non lo comprende bene e vi chiede una mano.

Scrivete un'e-mail al vostro amico e riferitegli le informazioni del testo che per lui sono rilevanti.

Aufgabe HT 3 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Klausurteil A

Nel suo libro “Diario di una striker” Federica Gasbarro, attivista italiana di Fridays For Future, condivide con i lettori i propri pensieri sulla tutela dell'ambiente.

Layout: le parti in grassetto (r. 5, 13 – 15) sono presenti anche nel testo originale.

17 Aprile 2019

Cara Meg,

oggi c’è stata la festa di compleanno della mia cuginetta.

Alle 8.00 di questa mattina ho iniziato un’interminabile discussione con mia zia. Su cosa?

5 I piatti di plastica!

Mi sono informata. Il 27 marzo scorso, il Parlamento europeo ha discusso l’approvazione

di una legge che vieta l’utilizzo, e quindi il commercio, di alcuni prodotti monouso in plastica

a partire dal 2021.

In Italia FederDistribuzione ha deciso di giocare d’anticipo e introdurre già sul mercato

10 stoviglie usa e getta ecofriendly.

Insomma, in tutti i maggiori supermercati vendono prodotti biodegradabili e compostabili

ricavati da polpa di cellulosa, crusca di frumento, bambù o canna da zucchero.

Perché, nonostante si possa farne a meno, scegliere di utilizzare la plastica?

Da sempre la maggioranza della mia famiglia è attenta all’ambiente. Non tutti però,

15 c’è anche chi proprio non vuole saperne.

Per esempio, mamma fa la raccolta differenziata insieme alla zia che vive al secondo piano

della nostra palazzina. Vanno insieme a gettare la plastica negli appositi contenitori, quelli

che in cambio forniscono i buoni spesa. Loro si divertono, dicono…

La zia Plastica – la chiamerò così – è una persona dal cuore grande, davvero! Però viaggia

20 spesso per lavoro e per «esigenze di praticità» – dice – utilizza stoviglie monouso. Okay.

Ma, a maggior ragione essendo un’abitudine, perché non fare una scelta alternativa alla

plastica, valida e non dannosa per l’ambiente? Risposta: «Perché tanto sarebbe inutile, se tutti

continuano a fare a modo loro».

Comprendo molto bene la sua risposta. Io stessa l’ho pensato diverse volte. Ci si impegna

25 tanto, si fanno piccoli sacrifici, ma ci sembra che le persone intorno a noi continuino a ignorare

i nostri sforzi e a comportarsi come sempre. Perciò ci si domanda: “Perché dovrei impegnarmi,

se poi ciò che faccio andrà a dissolversi nell’incuria generale?”.

Questo ragionamento, però, parte da una prospettiva sbagliata. Non dovremmo prendere

come esempio chi si comporta in maniera sbagliata, ma tutti quelli che – come noi e magari

30 prima di noi – hanno iniziato ad agire consapevolmente. In questo modo scopriremmo che

queste persone sono molte più di quante immaginiamo, le prenderemmo a modello, e noi, a

nostra volta, diventeremmo modello per gli altri.

L’errore più grosso è considerare la situazione attuale come definitiva e immodificabile,

quando potremmo considerarla un punto di partenza per il cambiamento!

35 La zia Plastica continuava a discutere: «Sei esagerata, per una volta non succede niente!».

«Sì, che succede! È proprio questo il problema, il “per una volta”. Come quando si è a

dieta e si continua a pensare: Cosa vuoi che mi faccia, è solo per oggi. Ce lo ripetiamo come

un mantra, finché “per una volta” diventa “mille volte” e, anziché perderlo, quel chilo lo

prendiamo!»

40 Mia nonna: «Ha ragione Federica».

Io: «Grazie, nonna».

Mia cugina, che ha tredici anni, non aveva detto una parola durante tutta la discussione.

Scocciata, sono sbottata anche con lei: «Visto che è la tua festa, potresti dirci la tua opinione!

Si tratta anche di te, mica solo di me. Ci sono ragazzi della tua età che scendono in piazza e

45 a casa spingono le famiglie a cambiare le loro abitudini. Tu che fai? Verranno tanti tuoi amici

oggi. Sii leader nel tuo giorno e anche dopo, da’ il buon esempio, ispirali! Fai un compleanno

diverso, no? Tanti fanno feste a tema, fallo anche tu e lascia loro qualcosa di concreto».

Risposta: «Sei pesante, esagerata, rompiscatole! Faccio quello che voglio. Ti ha dato di

volta il cervello, sei diventata intollerante!».

50 A quel punto, visto che mi stavo scaldando, ho deciso di attuare una modalità di protesta

che conosco ormai abbastanza bene, lo sciopero. Non avrei mangiato.

Normalmente quando sono con gli amici o con persone che non conosco, non mi impunto

in questo modo – rispetto le loro posizioni pur non condividendole – ma oggi era diventata

una questione di principio. E poi, si trattava della mia famiglia!

55 Alla fine l’altra mia cugina, quella che vive sopra di noi, mi ha convinta ad accettare

una mediazione. Avremmo comprato delle stoviglie biodegradabili e le avremmo messe a

disposizione di chiunque avesse voluto utilizzarle al posto di quelle di plastica.

Terminato il pranzo – con mia grande soddisfazione – tutti avevano scelto i piatti e le

posate biodegradabili, e anche la zia Plastica mi ha detto che l’avevo fatta riflettere. Pensava

60 fosse più complesso procurarsi stoviglie green e ha promesso che farà del suo meglio per

acquistare consapevolmente.

Durante la festa, al tavolo dei parenti, a un certo punto il discorso si è spostato sul tema

dell’immondizia. La questione – classico dei classici – era: «Perché devo fare la raccolta

differenziata, spendendo tempo ed energie, se poi i furgoni mischiano di nuovo tutto?».

65 […]

Dopo la festa ero soddisfatta della mia vittoria, ma anche piuttosto stanca. Mi sono state

poste tante domande alle quali mi sono sforzata di rispondere al meglio. In un certo senso, me

l’ero cercata!

[…]

Note:

riga

09 · FederDistribuzione · italienische Handelskette

12 · la crusca di frumento · Weizenkleie

27 · dissolversi · sich auflösen

27 · l’incuria · Nachlässigkeit

43 · sbottare con qn. · mit jmd. aneinander geraten

44 · scendere in piazza · demonstrieren

48 · la rompiscatole · Nervensäge

48/49 · Ti ha dato di volta il cervello! · ugs. Du bist übergeschnappt!

67/68 · cercarsela · ugs. sich etwas einbrocken

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

1. Riassumete i contenuti essenziali del testo. (comprensione) [12 Punkte]

Redigete in italiano un testo coerente che riassuma gli aspetti centrali del brano.

Aufgabe HT 3 - Compito 2 · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung)

Klausurteil A

Nel suo libro “Diario di una striker” Federica Gasbarro, attivista italiana di Fridays For Future, condivide con i lettori i propri pensieri sulla tutela dell'ambiente.

Layout: le parti in grassetto (r. 5, 13 – 15) sono presenti anche nel testo originale.

17 Aprile 2019

Cara Meg,

oggi c’è stata la festa di compleanno della mia cuginetta.

Alle 8.00 di questa mattina ho iniziato un’interminabile discussione con mia zia. Su cosa?

5 I piatti di plastica!

Mi sono informata. Il 27 marzo scorso, il Parlamento europeo ha discusso l’approvazione

di una legge che vieta l’utilizzo, e quindi il commercio, di alcuni prodotti monouso in plastica

a partire dal 2021.

In Italia FederDistribuzione ha deciso di giocare d’anticipo e introdurre già sul mercato

10 stoviglie usa e getta ecofriendly.

Insomma, in tutti i maggiori supermercati vendono prodotti biodegradabili e compostabili

ricavati da polpa di cellulosa, crusca di frumento, bambù o canna da zucchero.

Perché, nonostante si possa farne a meno, scegliere di utilizzare la plastica?

Da sempre la maggioranza della mia famiglia è attenta all’ambiente. Non tutti però,

15 c’è anche chi proprio non vuole saperne.

Per esempio, mamma fa la raccolta differenziata insieme alla zia che vive al secondo piano

della nostra palazzina. Vanno insieme a gettare la plastica negli appositi contenitori, quelli

che in cambio forniscono i buoni spesa. Loro si divertono, dicono…

La zia Plastica – la chiamerò così – è una persona dal cuore grande, davvero! Però viaggia

20 spesso per lavoro e per «esigenze di praticità» – dice – utilizza stoviglie monouso. Okay.

Ma, a maggior ragione essendo un’abitudine, perché non fare una scelta alternativa alla

plastica, valida e non dannosa per l’ambiente? Risposta: «Perché tanto sarebbe inutile, se tutti

continuano a fare a modo loro».

Comprendo molto bene la sua risposta. Io stessa l’ho pensato diverse volte. Ci si impegna

25 tanto, si fanno piccoli sacrifici, ma ci sembra che le persone intorno a noi continuino a ignorare

i nostri sforzi e a comportarsi come sempre. Perciò ci si domanda: “Perché dovrei impegnarmi,

se poi ciò che faccio andrà a dissolversi nell’incuria generale?”.

Questo ragionamento, però, parte da una prospettiva sbagliata. Non dovremmo prendere

come esempio chi si comporta in maniera sbagliata, ma tutti quelli che – come noi e magari

30 prima di noi – hanno iniziato ad agire consapevolmente. In questo modo scopriremmo che

queste persone sono molte più di quante immaginiamo, le prenderemmo a modello, e noi, a

nostra volta, diventeremmo modello per gli altri.

L’errore più grosso è considerare la situazione attuale come definitiva e immodificabile,

quando potremmo considerarla un punto di partenza per il cambiamento!

35 La zia Plastica continuava a discutere: «Sei esagerata, per una volta non succede niente!».

«Sì, che succede! È proprio questo il problema, il “per una volta”. Come quando si è a

dieta e si continua a pensare: Cosa vuoi che mi faccia, è solo per oggi. Ce lo ripetiamo come

un mantra, finché “per una volta” diventa “mille volte” e, anziché perderlo, quel chilo lo

prendiamo!»

40 Mia nonna: «Ha ragione Federica».

Io: «Grazie, nonna».

Mia cugina, che ha tredici anni, non aveva detto una parola durante tutta la discussione.

Scocciata, sono sbottata anche con lei: «Visto che è la tua festa, potresti dirci la tua opinione!

Si tratta anche di te, mica solo di me. Ci sono ragazzi della tua età che scendono in piazza e

45 a casa spingono le famiglie a cambiare le loro abitudini. Tu che fai? Verranno tanti tuoi amici

oggi. Sii leader nel tuo giorno e anche dopo, da’ il buon esempio, ispirali! Fai un compleanno

diverso, no? Tanti fanno feste a tema, fallo anche tu e lascia loro qualcosa di concreto».

Risposta: «Sei pesante, esagerata, rompiscatole! Faccio quello che voglio. Ti ha dato di

volta il cervello, sei diventata intollerante!».

50 A quel punto, visto che mi stavo scaldando, ho deciso di attuare una modalità di protesta

che conosco ormai abbastanza bene, lo sciopero. Non avrei mangiato.

Normalmente quando sono con gli amici o con persone che non conosco, non mi impunto

in questo modo – rispetto le loro posizioni pur non condividendole – ma oggi era diventata

una questione di principio. E poi, si trattava della mia famiglia!

55 Alla fine l’altra mia cugina, quella che vive sopra di noi, mi ha convinta ad accettare

una mediazione. Avremmo comprato delle stoviglie biodegradabili e le avremmo messe a

disposizione di chiunque avesse voluto utilizzarle al posto di quelle di plastica.

Terminato il pranzo – con mia grande soddisfazione – tutti avevano scelto i piatti e le

posate biodegradabili, e anche la zia Plastica mi ha detto che l’avevo fatta riflettere. Pensava

60 fosse più complesso procurarsi stoviglie green e ha promesso che farà del suo meglio per

acquistare consapevolmente.

Durante la festa, al tavolo dei parenti, a un certo punto il discorso si è spostato sul tema

dell’immondizia. La questione – classico dei classici – era: «Perché devo fare la raccolta

differenziata, spendendo tempo ed energie, se poi i furgoni mischiano di nuovo tutto?».

65 […]

Dopo la festa ero soddisfatta della mia vittoria, ma anche piuttosto stanca. Mi sono state

poste tante domande alle quali mi sono sforzata di rispondere al meglio. In un certo senso, me

l’ero cercata!

[…]

Note:

riga

09 · FederDistribuzione · italienische Handelskette

12 · la crusca di frumento · Weizenkleie

27 · dissolversi · sich auflösen

27 · l’incuria · Nachlässigkeit

43 · sbottare con qn. · mit jmd. aneinander geraten

44 · scendere in piazza · demonstrieren

48 · la rompiscatole · Nervensäge

48/49 · Ti ha dato di volta il cervello! · ugs. Du bist übergeschnappt!

67/68 · cercarsela · ugs. sich etwas einbrocken

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

2. Esaminate in che maniera Federica espone al lettore le proprie convinzioni, considerando anche lo stile del testo. (analisi) [14 Punkte]

Analizzate le strategie comunicative, la forma del diario come genere testuale, il ricorso al discorso diretto e gli espedienti stilistici ed emotivi usati dall'autrice.

Aufgabe HT 3 - Compito 3.1 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Klausurteil A

Nel suo libro “Diario di una striker” Federica Gasbarro, attivista italiana di Fridays For Future, condivide con i lettori i propri pensieri sulla tutela dell'ambiente.

Layout: le parti in grassetto (r. 5, 13 – 15) sono presenti anche nel testo originale.

17 Aprile 2019

Cara Meg,

oggi c’è stata la festa di compleanno della mia cuginetta.

Alle 8.00 di questa mattina ho iniziato un’interminabile discussione con mia zia. Su cosa?

5 I piatti di plastica!

Mi sono informata. Il 27 marzo scorso, il Parlamento europeo ha discusso l’approvazione

di una legge che vieta l’utilizzo, e quindi il commercio, di alcuni prodotti monouso in plastica

a partire dal 2021.

In Italia FederDistribuzione ha deciso di giocare d’anticipo e introdurre già sul mercato

10 stoviglie usa e getta ecofriendly.

Insomma, in tutti i maggiori supermercati vendono prodotti biodegradabili e compostabili

ricavati da polpa di cellulosa, crusca di frumento, bambù o canna da zucchero.

Perché, nonostante si possa farne a meno, scegliere di utilizzare la plastica?

Da sempre la maggioranza della mia famiglia è attenta all’ambiente. Non tutti però,

15 c’è anche chi proprio non vuole saperne.

Per esempio, mamma fa la raccolta differenziata insieme alla zia che vive al secondo piano

della nostra palazzina. Vanno insieme a gettare la plastica negli appositi contenitori, quelli

che in cambio forniscono i buoni spesa. Loro si divertono, dicono…

La zia Plastica – la chiamerò così – è una persona dal cuore grande, davvero! Però viaggia

20 spesso per lavoro e per «esigenze di praticità» – dice – utilizza stoviglie monouso. Okay.

Ma, a maggior ragione essendo un’abitudine, perché non fare una scelta alternativa alla

plastica, valida e non dannosa per l’ambiente? Risposta: «Perché tanto sarebbe inutile, se tutti

continuano a fare a modo loro».

Comprendo molto bene la sua risposta. Io stessa l’ho pensato diverse volte. Ci si impegna

25 tanto, si fanno piccoli sacrifici, ma ci sembra che le persone intorno a noi continuino a ignorare

i nostri sforzi e a comportarsi come sempre. Perciò ci si domanda: “Perché dovrei impegnarmi,

se poi ciò che faccio andrà a dissolversi nell’incuria generale?”.

Questo ragionamento, però, parte da una prospettiva sbagliata. Non dovremmo prendere

come esempio chi si comporta in maniera sbagliata, ma tutti quelli che – come noi e magari

30 prima di noi – hanno iniziato ad agire consapevolmente. In questo modo scopriremmo che

queste persone sono molte più di quante immaginiamo, le prenderemmo a modello, e noi, a

nostra volta, diventeremmo modello per gli altri.

L’errore più grosso è considerare la situazione attuale come definitiva e immodificabile,

quando potremmo considerarla un punto di partenza per il cambiamento!

35 La zia Plastica continuava a discutere: «Sei esagerata, per una volta non succede niente!».

«Sì, che succede! È proprio questo il problema, il “per una volta”. Come quando si è a

dieta e si continua a pensare: Cosa vuoi che mi faccia, è solo per oggi. Ce lo ripetiamo come

un mantra, finché “per una volta” diventa “mille volte” e, anziché perderlo, quel chilo lo

prendiamo!»

40 Mia nonna: «Ha ragione Federica».

Io: «Grazie, nonna».

Mia cugina, che ha tredici anni, non aveva detto una parola durante tutta la discussione.

Scocciata, sono sbottata anche con lei: «Visto che è la tua festa, potresti dirci la tua opinione!

Si tratta anche di te, mica solo di me. Ci sono ragazzi della tua età che scendono in piazza e

45 a casa spingono le famiglie a cambiare le loro abitudini. Tu che fai? Verranno tanti tuoi amici

oggi. Sii leader nel tuo giorno e anche dopo, da’ il buon esempio, ispirali! Fai un compleanno

diverso, no? Tanti fanno feste a tema, fallo anche tu e lascia loro qualcosa di concreto».

Risposta: «Sei pesante, esagerata, rompiscatole! Faccio quello che voglio. Ti ha dato di

volta il cervello, sei diventata intollerante!».

50 A quel punto, visto che mi stavo scaldando, ho deciso di attuare una modalità di protesta

che conosco ormai abbastanza bene, lo sciopero. Non avrei mangiato.

Normalmente quando sono con gli amici o con persone che non conosco, non mi impunto

in questo modo – rispetto le loro posizioni pur non condividendole – ma oggi era diventata

una questione di principio. E poi, si trattava della mia famiglia!

55 Alla fine l’altra mia cugina, quella che vive sopra di noi, mi ha convinta ad accettare

una mediazione. Avremmo comprato delle stoviglie biodegradabili e le avremmo messe a

disposizione di chiunque avesse voluto utilizzarle al posto di quelle di plastica.

Terminato il pranzo – con mia grande soddisfazione – tutti avevano scelto i piatti e le

posate biodegradabili, e anche la zia Plastica mi ha detto che l’avevo fatta riflettere. Pensava

60 fosse più complesso procurarsi stoviglie green e ha promesso che farà del suo meglio per

acquistare consapevolmente.

Durante la festa, al tavolo dei parenti, a un certo punto il discorso si è spostato sul tema

dell’immondizia. La questione – classico dei classici – era: «Perché devo fare la raccolta

differenziata, spendendo tempo ed energie, se poi i furgoni mischiano di nuovo tutto?».

65 […]

Dopo la festa ero soddisfatta della mia vittoria, ma anche piuttosto stanca. Mi sono state

poste tante domande alle quali mi sono sforzata di rispondere al meglio. In un certo senso, me

l’ero cercata!

[…]

Note:

riga

09 · FederDistribuzione · italienische Handelskette

12 · la crusca di frumento · Weizenkleie

27 · dissolversi · sich auflösen

27 · l’incuria · Nachlässigkeit

43 · sbottare con qn. · mit jmd. aneinander geraten

44 · scendere in piazza · demonstrieren

48 · la rompiscatole · Nervensäge

48/49 · Ti ha dato di volta il cervello! · ugs. Du bist übergeschnappt!

67/68 · cercarsela · ugs. sich etwas einbrocken

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

a scelta tra 3.1 e 3.2

3.1 «Sei pesante, esagerata, rompiscatole! Faccio quello che voglio. Ti ha dato di volta il cervello, sei diventata intollerante!» (r. 48 – 49)

Prendendo spunto da questa citazione, riflettete sulle opportunità e sui limiti dell'impegno dei giovani italiani a favore della tutela dell'ambiente. (commento) [16 Punkte]

Redigete in italiano un commento argomentativo, mettendo in relazione l'analisi della citazione con le vostre conoscenze sul contesto del movimento ambientalista giovanile in Italia.

Aufgabe HT 3 - Compito 3.2 · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel

Klausurteil A

Nel suo libro “Diario di una striker” Federica Gasbarro, attivista italiana di Fridays For Future, condivide con i lettori i propri pensieri sulla tutela dell'ambiente.

Layout: le parti in grassetto (r. 5, 13 – 15) sono presenti anche nel testo originale.

17 Aprile 2019

Cara Meg,

oggi c’è stata la festa di compleanno della mia cuginetta.

Alle 8.00 di questa mattina ho iniziato un’interminabile discussione con mia zia. Su cosa?

5 I piatti di plastica!

Mi sono informata. Il 27 marzo scorso, il Parlamento europeo ha discusso l’approvazione

di una legge che vieta l’utilizzo, e quindi il commercio, di alcuni prodotti monouso in plastica

a partire dal 2021.

In Italia FederDistribuzione ha deciso di giocare d’anticipo e introdurre già sul mercato

10 stoviglie usa e getta ecofriendly.

Insomma, in tutti i maggiori supermercati vendono prodotti biodegradabili e compostabili

ricavati da polpa di cellulosa, crusca di frumento, bambù o canna da zucchero.

Perché, nonostante si possa farne a meno, scegliere di utilizzare la plastica?

Da sempre la maggioranza della mia famiglia è attenta all’ambiente. Non tutti però,

15 c’è anche chi proprio non vuole saperne.

Per esempio, mamma fa la raccolta differenziata insieme alla zia che vive al secondo piano

della nostra palazzina. Vanno insieme a gettare la plastica negli appositi contenitori, quelli

che in cambio forniscono i buoni spesa. Loro si divertono, dicono…

La zia Plastica – la chiamerò così – è una persona dal cuore grande, davvero! Però viaggia

20 spesso per lavoro e per «esigenze di praticità» – dice – utilizza stoviglie monouso. Okay.

Ma, a maggior ragione essendo un’abitudine, perché non fare una scelta alternativa alla

plastica, valida e non dannosa per l’ambiente? Risposta: «Perché tanto sarebbe inutile, se tutti

continuano a fare a modo loro».

Comprendo molto bene la sua risposta. Io stessa l’ho pensato diverse volte. Ci si impegna

25 tanto, si fanno piccoli sacrifici, ma ci sembra che le persone intorno a noi continuino a ignorare

i nostri sforzi e a comportarsi come sempre. Perciò ci si domanda: “Perché dovrei impegnarmi,

se poi ciò che faccio andrà a dissolversi nell’incuria generale?”.

Questo ragionamento, però, parte da una prospettiva sbagliata. Non dovremmo prendere

come esempio chi si comporta in maniera sbagliata, ma tutti quelli che – come noi e magari

30 prima di noi – hanno iniziato ad agire consapevolmente. In questo modo scopriremmo che

queste persone sono molte più di quante immaginiamo, le prenderemmo a modello, e noi, a

nostra volta, diventeremmo modello per gli altri.

L’errore più grosso è considerare la situazione attuale come definitiva e immodificabile,

quando potremmo considerarla un punto di partenza per il cambiamento!

35 La zia Plastica continuava a discutere: «Sei esagerata, per una volta non succede niente!».

«Sì, che succede! È proprio questo il problema, il “per una volta”. Come quando si è a

dieta e si continua a pensare: Cosa vuoi che mi faccia, è solo per oggi. Ce lo ripetiamo come

un mantra, finché “per una volta” diventa “mille volte” e, anziché perderlo, quel chilo lo

prendiamo!»

40 Mia nonna: «Ha ragione Federica».

Io: «Grazie, nonna».

Mia cugina, che ha tredici anni, non aveva detto una parola durante tutta la discussione.

Scocciata, sono sbottata anche con lei: «Visto che è la tua festa, potresti dirci la tua opinione!

Si tratta anche di te, mica solo di me. Ci sono ragazzi della tua età che scendono in piazza e

45 a casa spingono le famiglie a cambiare le loro abitudini. Tu che fai? Verranno tanti tuoi amici

oggi. Sii leader nel tuo giorno e anche dopo, da’ il buon esempio, ispirali! Fai un compleanno

diverso, no? Tanti fanno feste a tema, fallo anche tu e lascia loro qualcosa di concreto».

Risposta: «Sei pesante, esagerata, rompiscatole! Faccio quello che voglio. Ti ha dato di

volta il cervello, sei diventata intollerante!».

50 A quel punto, visto che mi stavo scaldando, ho deciso di attuare una modalità di protesta

che conosco ormai abbastanza bene, lo sciopero. Non avrei mangiato.

Normalmente quando sono con gli amici o con persone che non conosco, non mi impunto

in questo modo – rispetto le loro posizioni pur non condividendole – ma oggi era diventata

una questione di principio. E poi, si trattava della mia famiglia!

55 Alla fine l’altra mia cugina, quella che vive sopra di noi, mi ha convinta ad accettare

una mediazione. Avremmo comprato delle stoviglie biodegradabili e le avremmo messe a

disposizione di chiunque avesse voluto utilizzarle al posto di quelle di plastica.

Terminato il pranzo – con mia grande soddisfazione – tutti avevano scelto i piatti e le

posate biodegradabili, e anche la zia Plastica mi ha detto che l’avevo fatta riflettere. Pensava

60 fosse più complesso procurarsi stoviglie green e ha promesso che farà del suo meglio per

acquistare consapevolmente.

Durante la festa, al tavolo dei parenti, a un certo punto il discorso si è spostato sul tema

dell’immondizia. La questione – classico dei classici – era: «Perché devo fare la raccolta

differenziata, spendendo tempo ed energie, se poi i furgoni mischiano di nuovo tutto?».

65 […]

Dopo la festa ero soddisfatta della mia vittoria, ma anche piuttosto stanca. Mi sono state

poste tante domande alle quali mi sono sforzata di rispondere al meglio. In un certo senso, me

l’ero cercata!

[…]

Note:

riga

09 · FederDistribuzione · italienische Handelskette

12 · la crusca di frumento · Weizenkleie

27 · dissolversi · sich auflösen

27 · l’incuria · Nachlässigkeit

43 · sbottare con qn. · mit jmd. aneinander geraten

44 · scendere in piazza · demonstrieren

48 · la rompiscatole · Nervensäge

48/49 · Ti ha dato di volta il cervello! · ugs. Du bist übergeschnappt!

67/68 · cercarsela · ugs. sich etwas einbrocken

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

oppure (a scelta tra 3.1 e 3.2)

3.2 Immaginate questa situazione: dopo la lettura del testo scrivete a Federica, sul suo blog, per raccontarle le vostre esperienze.

Redigete il vostro intervento per il blog di Federica e riflettete sui modi in cui i giovani possono impegnarsi per la tutela dell'ambiente e sulle difficoltà che possono trovare. (produzione libera) [16 Punkte]

Scrivete in italiano un post per il blog, scegliendo un registro adatto alla comunicazione online.

Aufgabe HT 3 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Klausurteil A

Nel suo libro “Diario di una striker” Federica Gasbarro, attivista italiana di Fridays For Future, condivide con i lettori i propri pensieri sulla tutela dell'ambiente.

Layout: le parti in grassetto (r. 5, 13 – 15) sono presenti anche nel testo originale.

17 Aprile 2019

Cara Meg,

oggi c’è stata la festa di compleanno della mia cuginetta.

Alle 8.00 di questa mattina ho iniziato un’interminabile discussione con mia zia. Su cosa?

5 I piatti di plastica!

Mi sono informata. Il 27 marzo scorso, il Parlamento europeo ha discusso l’approvazione

di una legge che vieta l’utilizzo, e quindi il commercio, di alcuni prodotti monouso in plastica

a partire dal 2021.

In Italia FederDistribuzione ha deciso di giocare d’anticipo e introdurre già sul mercato

10 stoviglie usa e getta ecofriendly.

Insomma, in tutti i maggiori supermercati vendono prodotti biodegradabili e compostabili

ricavati da polpa di cellulosa, crusca di frumento, bambù o canna da zucchero.

Perché, nonostante si possa farne a meno, scegliere di utilizzare la plastica?

Da sempre la maggioranza della mia famiglia è attenta all’ambiente. Non tutti però,

15 c’è anche chi proprio non vuole saperne.

Per esempio, mamma fa la raccolta differenziata insieme alla zia che vive al secondo piano

della nostra palazzina. Vanno insieme a gettare la plastica negli appositi contenitori, quelli

che in cambio forniscono i buoni spesa. Loro si divertono, dicono…

La zia Plastica – la chiamerò così – è una persona dal cuore grande, davvero! Però viaggia

20 spesso per lavoro e per «esigenze di praticità» – dice – utilizza stoviglie monouso. Okay.

Ma, a maggior ragione essendo un’abitudine, perché non fare una scelta alternativa alla

plastica, valida e non dannosa per l’ambiente? Risposta: «Perché tanto sarebbe inutile, se tutti

continuano a fare a modo loro».

Comprendo molto bene la sua risposta. Io stessa l’ho pensato diverse volte. Ci si impegna

25 tanto, si fanno piccoli sacrifici, ma ci sembra che le persone intorno a noi continuino a ignorare

i nostri sforzi e a comportarsi come sempre. Perciò ci si domanda: “Perché dovrei impegnarmi,

se poi ciò che faccio andrà a dissolversi nell’incuria generale?”.

Questo ragionamento, però, parte da una prospettiva sbagliata. Non dovremmo prendere

come esempio chi si comporta in maniera sbagliata, ma tutti quelli che – come noi e magari

30 prima di noi – hanno iniziato ad agire consapevolmente. In questo modo scopriremmo che

queste persone sono molte più di quante immaginiamo, le prenderemmo a modello, e noi, a

nostra volta, diventeremmo modello per gli altri.

L’errore più grosso è considerare la situazione attuale come definitiva e immodificabile,

quando potremmo considerarla un punto di partenza per il cambiamento!

35 La zia Plastica continuava a discutere: «Sei esagerata, per una volta non succede niente!».

«Sì, che succede! È proprio questo il problema, il “per una volta”. Come quando si è a

dieta e si continua a pensare: Cosa vuoi che mi faccia, è solo per oggi. Ce lo ripetiamo come

un mantra, finché “per una volta” diventa “mille volte” e, anziché perderlo, quel chilo lo

prendiamo!»

40 Mia nonna: «Ha ragione Federica».

Io: «Grazie, nonna».

Mia cugina, che ha tredici anni, non aveva detto una parola durante tutta la discussione.

Scocciata, sono sbottata anche con lei: «Visto che è la tua festa, potresti dirci la tua opinione!

Si tratta anche di te, mica solo di me. Ci sono ragazzi della tua età che scendono in piazza e

45 a casa spingono le famiglie a cambiare le loro abitudini. Tu che fai? Verranno tanti tuoi amici

oggi. Sii leader nel tuo giorno e anche dopo, da’ il buon esempio, ispirali! Fai un compleanno

diverso, no? Tanti fanno feste a tema, fallo anche tu e lascia loro qualcosa di concreto».

Risposta: «Sei pesante, esagerata, rompiscatole! Faccio quello che voglio. Ti ha dato di

volta il cervello, sei diventata intollerante!».

50 A quel punto, visto che mi stavo scaldando, ho deciso di attuare una modalità di protesta

che conosco ormai abbastanza bene, lo sciopero. Non avrei mangiato.

Normalmente quando sono con gli amici o con persone che non conosco, non mi impunto

in questo modo – rispetto le loro posizioni pur non condividendole – ma oggi era diventata

una questione di principio. E poi, si trattava della mia famiglia!

55 Alla fine l’altra mia cugina, quella che vive sopra di noi, mi ha convinta ad accettare

una mediazione. Avremmo comprato delle stoviglie biodegradabili e le avremmo messe a

disposizione di chiunque avesse voluto utilizzarle al posto di quelle di plastica.

Terminato il pranzo – con mia grande soddisfazione – tutti avevano scelto i piatti e le

posate biodegradabili, e anche la zia Plastica mi ha detto che l’avevo fatta riflettere. Pensava

60 fosse più complesso procurarsi stoviglie green e ha promesso che farà del suo meglio per

acquistare consapevolmente.

Durante la festa, al tavolo dei parenti, a un certo punto il discorso si è spostato sul tema

dell’immondizia. La questione – classico dei classici – era: «Perché devo fare la raccolta

differenziata, spendendo tempo ed energie, se poi i furgoni mischiano di nuovo tutto?».

65 […]

Dopo la festa ero soddisfatta della mia vittoria, ma anche piuttosto stanca. Mi sono state

poste tante domande alle quali mi sono sforzata di rispondere al meglio. In un certo senso, me

l’ero cercata!

[…]

Note:

riga

09 · FederDistribuzione · italienische Handelskette

12 · la crusca di frumento · Weizenkleie

27 · dissolversi · sich auflösen

27 · l’incuria · Nachlässigkeit

43 · sbottare con qn. · mit jmd. aneinander geraten

44 · scendere in piazza · demonstrieren

48 · la rompiscatole · Nervensäge

48/49 · Ti ha dato di volta il cervello! · ugs. Du bist übergeschnappt!

67/68 · cercarsela · ugs. sich etwas einbrocken

Klausurteil B: Sprachmittlung isoliert

Compito 4 (18 Punkte)

„Einfach mal selber nähen“ – Ein Interview mit Christina von Bara Studio

Eigentlich wollte ich nur an einem Probenähen teilnehmen, doch nun ist daraus ein ganz wunderbares und spannendes Interview zum Thema „Nähen und Nachhaltigkeit“ geworden. Meine Interviewpartnerin Christina Brenneisen von Bara Studio ist ausgebildete Bekleidungstechnikerin und näht bereits, seit sie 14 Jahre alt ist. Nach verschiedenen beruflichen Stationen in der Qualitätssicherung bekannter Textilunternehmen hat sie sich nun mit Bara Studio selbstständig gemacht. Ihr Motto: Einfache Schnitte, die dazu motivieren, einfach mal selber zu nähen.

[...]

Wo kommt unsere Kleidung her?

Jeder, der sich mit dem Thema Nachhaltigkeit beschäftigt, hat sich vermutlich schon einmal Gedanken darüber gemacht, wo eigentlich unsere Kleidung herkommt und wie sie produziert wird. Etiketten, Siegel und Zertifizierungen geben uns heutzutage zwar einen ganz guten Einblick, aber ein echter Blick hinter die Kulissen bleibt den meisten von uns verwehrt. Christina gehört zu den Menschen, die berufsbedingt genau das tagtäglich gesehen haben. Als Bekleidungstechnikerin und zuständig für die Qualitätskontrolle reiste sie im Auftrag namhafter Textilhersteller zu den Produktionsstätten ins Ausland wie z. B. nach Vietnam, China oder Indien. Auch wenn die Produktion vor Ort nach den vorgegebenen Richtlinien des jeweiligen Landes abläuft, empfand Christina es stets als „irgendwie nicht richtig“. Ein Satz, der mir im Interview dazu hängen geblieben ist, war „Wenn du einmal gesehen hast, wie deine Kleidung in diesen Ländern hergestellt wird oder den Geruch einer Färberei in der Nase hattest, dann willst du diese Kleidung nicht mehr tragen.“ Sowohl die Massenproduktion, die häufig schlechte Qualität der Ware als auch die geringe Wertschätzung der Kleidung haben Christina dazu bewegt, ihren Job an den Nagel zu hängen und sich mit einer Idee, die dem Ganzen entgegenwirken sollte, selbstständig zu machen.

Welchen Wert hat Kleidung noch?

Die Idee, Schnitte und Nähanleitungen in Kombination mit hochwertigen Stoffen als DIY-Set anzubieten, kam Christina vor rund 3 Jahren. Damals baute sie die Idee neben ihrem Job immer weiter aus, bis sie nun in diesem Jahr endgültig den Schritt in die Selbstständigkeit gemacht hat. Mit Bara Studio möchte sie nicht einfach nur schöne Schnitte zur Verfügung stellen, sondern Menschen dazu anregen, ihre Kleidung selber zu nähen und so den Wert der Kleidung wieder stärker ins eigene Bewusstsein zu rücken. „Hinter jedem Kleidungsstück steckt eine Menge Arbeit und das weiß man eben nur, wenn man sie auch selber näht. Und erst dann versteht man auch, warum ein so komplexes Kleidungsstück wie eine Bluse nicht für 10 Euro verkauft werden dürfte, so wie es leider in vielen Läden der Fall ist“, erklärt Christina. Leider sieht aber genauso die Realität aus. Die Masse macht das Geschäft. Und die Masse können dann auch mal über 30.000 Blusen einer Sorte in einer Produktionshalle sein; das zumindest hat Christina u. a. in einer Halle gesehen, die zu einem bekannten Unternehmen gehörte, das Kleidung sehr günstig an ein eher junges Publikum verkauft. „Letztendlich bestimmen wir mit unserem Kaufverhalten den Preis. Und wenn wir das nicht ändern, dann ändert das keiner“, so Christina.

Selber nähen ist nachhaltig

Ja, das eigene Verhalten ändern, klingt immer leichter gesagt als getan. [...] Aber genau hier setzt Christina an: „Da ich meine Kleidung selber nähe, weiß ich jedes einzelne Stück mehr zu schätzen, als ich es bei gekauften Teilen tue. Ich besitze dadurch natürlich weniger, schmeiße aber auch weniger weg. Das gibt mir ein sehr gutes Gefühl und das würde ich gerne mit meinen Schnitten an die Selbermacher weitergeben.“

Das Gespräch mit Christina hat mich tatsächlich dazu motiviert, mich noch stärker mit dem Thema Kleidung und Kleidung kaufen bzw. selber nähen auseinanderzusetzen. [...] Beim Rest, den ich mir dann kaufe, werde ich zumindest darauf achten, wie und wo das Kleidungsstück hergestellt wurde – das ist dann mein weiterer kleiner Beitrag zum Thema Nachhaltigkeit.

Un amico italiano, che frequenta un corso di design, si interessa molto di iniziative per la sostenibilità nel settore della moda. Vi è capitato tra le mani questo articolo e pensate che potrebbe fargli piacere.

Scrivete una e-mail in cui gli riferite come è nato e quali scopi persegue il progetto presentato nel testo. ( mediazione)

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