Abitur NRW Italienisch 2021 · LK · Haupttermin · fortgeführt

Abiturprüfung Italienisch in Nordrhein-Westfalen 2021, LK · Haupttermin · fortgeführt: 12 Aufgaben mit Lösungen. Mit automatischer Korrektur.

Themen der Prüfung: Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete) · Analyse literarischer Texte (Figuren, Erzählweise, Sprache) · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung) · Stellungnahme und Kommentar (Commentate) · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel · Kreatives Schreiben: Perspektivwechsel (Tagebuch, Brief, Monolog, Dialog) · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Aufgabe HT 1 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Carlo Verdone, nato a Roma nel 1950, è attore e regista.

La mia Roma. Lettera aperta di Carlo Verdone alla sua città

Devo ammetterlo, ogni volta che penso a te o parlo di te provo diverse sensazioni. Mi sento

confuso come se avessi vissuto tante vite… fedifrago come se avessi amato tante donne…

vittima di un oscuro complotto tramato dal tempo contro la mia memoria.

Ti ho sempre visto con trucchi e colori diversi, ti ho ascoltato attraverso mille suoni, ti

5 ho respirato in tutte le tue fragranze. Ti sei presentata a me in diverse forme, abbattendo

ogni logicità spazio-temporale: giovane e seducente, austera e impassibile, esuberante e

spensierata, feroce e volgare, anziana e amorevole, sfregiata e sofferente, spudorata e anche

un po’ mignotta.

Sei stata la magia di un ragazzino di sei anni che, insieme al fratellino, amava portare

10 il cibo ai gatti randagi. Ma non quelli stanziali nelle vicinanze di casa, bensì quelli che si

aggiravano nella magnificenza dei Fori Imperiali. E chi se ne fregava di sapere che quelle

rovine erano i resti della tua antica civiltà, l’importante era sfamare il simpatico gatto ciccione

o il suo povero compagno spelacchiato e senza un occhio. Riuscivo però, irrazionalmente,

a rilevare le differenze dei tuoi stili architettonici: da un lato spuntava il classico romano,

15 dall’altro il barocco, da un altro ancora il fascista. Ogni volta che mi soffermavo dinanzi al

teatro di Marcello percepivo il tuo passato grandioso che avrei poi studiato a scuola.

[...]

Quando ero ragazzino ti stavi ancora curando le ferite della guerra, ma eri piena di speranza,

di amor proprio e vogliosa di riscatto. I tuoi figli laboriosi si erano accollati con orgoglio

20 l’onere di rinnovare il tuo splendore. C’era tanta educazione, tanta dignità. Chi possedeva

un’auto era considerato importante, chi aveva una motocicletta era invece fortunato… ma si

era felici anche con una bicicletta o con un biglietto del tram, perché ci si sapeva accontentare.

Ricordo ancora benissimo la cura con cui i commercianti trattavano i loro negozi e i loro

clienti: le insegne tirate a lucido, le vetrine pulite e un «buongiorno» sempre pronto ad

25 accogliere coloro che andavano a spendere. C’erano poi gli impiegati in paziente attesa alla

fermata degli autobus e i forzutissimi «omini in tuta» che prima caricavano sulle spalle i

sacconi della spazzatura e poi li scaricavano nei camion. Li chiamavano immondezzari, per

me erano paragonabili a Nembo Kid.

Penso al tuo fiume. Il tuo sangue. Oggi così inquinato e bistrattato che io stesso, in un mio

30 film, ironicamente ipotizzai di asfaltare per farne una strada ad alto scorrimento. Allora quelle

acque non erano melmose come oggi e ci si poteva fare il bagno. [...]

Ho iniziato a scoprire la tua gloriosa storia con il gioco. Una domenica d’estate del 1957,

papà svegliò mio fratello Luca e me annunciando trionfante: «Ragazzi, oggi vi porto a fare i

tiri in porta in un luogo spettacolare dove, tanti secoli fa, gli antichi romani correvano sulle

35 bighe!». Ci portò in un assolato Circo Massimo e faceva un caldo terrificante che avrebbe

ammazzato pure Ben Hur. Dopo aver delimitato la porta con degli stracci, nostro padre si

mise nel mezzo a fare il portiere, mentre noi dovevamo passarci la palla e cercare di fare gol.

La cosa sorprendente fu che lui, in pantaloncini e canottiera, s’impegnava davvero, correva

e si buttava a terra nella polvere e nel pietrisco come se fosse Luciano Panetti! Da quel giorno

40 ci appassionammo al calcio e ogni domenica pregavamo per ritornare in quel posto a giocare.

[...]

Cosa devo fare adesso, dopo aver rovistato nel cassetto del passato con gli occhi chiusi e il

cuore aperto? Solo affrontare il presente. Il mio sguardo di bambino ha ceduto al tuo sortilegio,

la maturità di giovanotto ha distolto da te la mia attenzione perché ero intento a divertirmi,

45 l’età adulta mi ha reso estremamente obiettivo e critico. Non potrò mai avercela con te, ma

sono incazzato nero con coloro che ti hanno trattato male in questi ultimi trent’anni. Anche

amareggiato per come sia cambiata la società rispetto ai tempi in cui muovevo i miei primi

passi nella televisione e poi nel cinema.

Mi duole dirlo, ma la gente non ti guarda, non ti abita più con entusiasmo e allegria. Non

50 che si debba ridere per forza, ma non c’è più la predisposizione al sorriso. Tantissime persone

hanno il broncio, guardano a terra, sono sfuggenti, non dialogano più e si limitano a parlare

al telefono con quegli auricolari bluetooth talmente invisibili che le fanno sembrare matte.

Siamo ridotti a una moltitudine di nevrotici che hanno perso fiducia nella vita.

[...]

55 Sai cosa vorrei fare in questo momento? Dopo questo sfogo? Rubare un pezzo di te e

nasconderlo. Ma sarebbe impossibile. Allora mi rassereno rievocando un luogo dove nessuno

potrà mai metterci piede, perché protetto dal lucchetto inviolabile della memoria: il grande

terrazzo sul tetto della mia casa sopra i portici. Era un’area proibita a tutti i condomini, tranne

che all’amministratore. Quel divieto invitava però alla trasgressione e così, con il mio vicino

60 di casa Giovanni, trovai il sistema di aprire la porta, scavalcare i muretti e accedere in quello

spazio dove realmente si poteva toccare il cielo con un dito.

L’appuntamento era sempre per il tramonto. Seduti a gambe incrociate, sigarette alla mano,

stavamo lì per un’ora, in silenzio, a guardare lo spettacolo del sole che moriva alle tue spalle.

Secondo dopo secondo la luminosità si affievoliva, cedendo il ruolo alle luci artificiali delle

65 strade e delle case. Poi subentrava il faro del Gianicolo che alternava, con effetti psichedelici,

bagliori di colore bianco, rosso e verde. Infine le ultime acrobazie degli uccelli, i sempre più

flebili rumori delle auto e il rosso di un cielo che sprofondava lentamente… e con lui due

ragazzi sedicenni che fumavano le loro Nazionali sfuse e senza filtro, avvinti da quella

indescrivibile bellezza che eri e che sei ancora oggi, mia adorata Roma.

Note:

riga

02 · fedifrago · wortbrüchig

07 · spudorato · unverschämt, schamlos

08 · mignotta · vulg.: Hure

10 · stanziale · sesshaft

19 · accollarsi qcs. · sich etw. aufhalsen

24 · tirare a lucido · auf Glanz bringen

27 · l’immondezzaro · dial.: Müllmann

28 · Nembo Kid · einer der italienischen Namen für Superman

29 · bistrattato · hier: vernachlässigt

30 · la strada ad alto scorrimento · Schnellstraße

35 · la biga · Streitwagen, der im alten Rom von zwei Pferden gezogen wurde

35 · il Circo Massimo · Circus Maximus, große antike Arena für Wagenrennen im Zentrum Roms

36 · Ben Hur · Held des gleichnamigen Films (1959), in dem er seinen Gegenspieler in einem legendären Wagenrennen bezwingt

39 · il pietrisco · Schotter

39 · Luciano Panetti · Torwart von AS Rom in den 1950er/60er Jahren

45 · avercela con qcn. · auf jdn. sauer sein

49 · mi duole dirlo · ich bedaure, es sagen zu müssen

58 · il condomino · Miteigentümer

65 · il faro del Gianicolo · Leuchtturm auf dem Hügel Gianicolo in Rom

68 · le Nazionali sfuse e senza filtro · billige unverpackte Zigaretten ohne Filter

1. Riassumete i ricordi che l'autore conserva della propria città. ( comprensione) [12 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 2 · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung)

Carlo Verdone, nato a Roma nel 1950, è attore e regista.

La mia Roma. Lettera aperta di Carlo Verdone alla sua città

Devo ammetterlo, ogni volta che penso a te o parlo di te provo diverse sensazioni. Mi sento

confuso come se avessi vissuto tante vite… fedifrago come se avessi amato tante donne…

vittima di un oscuro complotto tramato dal tempo contro la mia memoria.

Ti ho sempre visto con trucchi e colori diversi, ti ho ascoltato attraverso mille suoni, ti

5 ho respirato in tutte le tue fragranze. Ti sei presentata a me in diverse forme, abbattendo

ogni logicità spazio-temporale: giovane e seducente, austera e impassibile, esuberante e

spensierata, feroce e volgare, anziana e amorevole, sfregiata e sofferente, spudorata e anche

un po’ mignotta.

Sei stata la magia di un ragazzino di sei anni che, insieme al fratellino, amava portare

10 il cibo ai gatti randagi. Ma non quelli stanziali nelle vicinanze di casa, bensì quelli che si

aggiravano nella magnificenza dei Fori Imperiali. E chi se ne fregava di sapere che quelle

rovine erano i resti della tua antica civiltà, l’importante era sfamare il simpatico gatto ciccione

o il suo povero compagno spelacchiato e senza un occhio. Riuscivo però, irrazionalmente,

a rilevare le differenze dei tuoi stili architettonici: da un lato spuntava il classico romano,

15 dall’altro il barocco, da un altro ancora il fascista. Ogni volta che mi soffermavo dinanzi al

teatro di Marcello percepivo il tuo passato grandioso che avrei poi studiato a scuola.

[...]

Quando ero ragazzino ti stavi ancora curando le ferite della guerra, ma eri piena di speranza,

di amor proprio e vogliosa di riscatto. I tuoi figli laboriosi si erano accollati con orgoglio

20 l’onere di rinnovare il tuo splendore. C’era tanta educazione, tanta dignità. Chi possedeva

un’auto era considerato importante, chi aveva una motocicletta era invece fortunato… ma si

era felici anche con una bicicletta o con un biglietto del tram, perché ci si sapeva accontentare.

Ricordo ancora benissimo la cura con cui i commercianti trattavano i loro negozi e i loro

clienti: le insegne tirate a lucido, le vetrine pulite e un «buongiorno» sempre pronto ad

25 accogliere coloro che andavano a spendere. C’erano poi gli impiegati in paziente attesa alla

fermata degli autobus e i forzutissimi «omini in tuta» che prima caricavano sulle spalle i

sacconi della spazzatura e poi li scaricavano nei camion. Li chiamavano immondezzari, per

me erano paragonabili a Nembo Kid.

Penso al tuo fiume. Il tuo sangue. Oggi così inquinato e bistrattato che io stesso, in un mio

30 film, ironicamente ipotizzai di asfaltare per farne una strada ad alto scorrimento. Allora quelle

acque non erano melmose come oggi e ci si poteva fare il bagno. [...]

Ho iniziato a scoprire la tua gloriosa storia con il gioco. Una domenica d’estate del 1957,

papà svegliò mio fratello Luca e me annunciando trionfante: «Ragazzi, oggi vi porto a fare i

tiri in porta in un luogo spettacolare dove, tanti secoli fa, gli antichi romani correvano sulle

35 bighe!». Ci portò in un assolato Circo Massimo e faceva un caldo terrificante che avrebbe

ammazzato pure Ben Hur. Dopo aver delimitato la porta con degli stracci, nostro padre si

mise nel mezzo a fare il portiere, mentre noi dovevamo passarci la palla e cercare di fare gol.

La cosa sorprendente fu che lui, in pantaloncini e canottiera, s’impegnava davvero, correva

e si buttava a terra nella polvere e nel pietrisco come se fosse Luciano Panetti! Da quel giorno

40 ci appassionammo al calcio e ogni domenica pregavamo per ritornare in quel posto a giocare.

[...]

Cosa devo fare adesso, dopo aver rovistato nel cassetto del passato con gli occhi chiusi e il

cuore aperto? Solo affrontare il presente. Il mio sguardo di bambino ha ceduto al tuo sortilegio,

la maturità di giovanotto ha distolto da te la mia attenzione perché ero intento a divertirmi,

45 l’età adulta mi ha reso estremamente obiettivo e critico. Non potrò mai avercela con te, ma

sono incazzato nero con coloro che ti hanno trattato male in questi ultimi trent’anni. Anche

amareggiato per come sia cambiata la società rispetto ai tempi in cui muovevo i miei primi

passi nella televisione e poi nel cinema.

Mi duole dirlo, ma la gente non ti guarda, non ti abita più con entusiasmo e allegria. Non

50 che si debba ridere per forza, ma non c’è più la predisposizione al sorriso. Tantissime persone

hanno il broncio, guardano a terra, sono sfuggenti, non dialogano più e si limitano a parlare

al telefono con quegli auricolari bluetooth talmente invisibili che le fanno sembrare matte.

Siamo ridotti a una moltitudine di nevrotici che hanno perso fiducia nella vita.

[...]

55 Sai cosa vorrei fare in questo momento? Dopo questo sfogo? Rubare un pezzo di te e

nasconderlo. Ma sarebbe impossibile. Allora mi rassereno rievocando un luogo dove nessuno

potrà mai metterci piede, perché protetto dal lucchetto inviolabile della memoria: il grande

terrazzo sul tetto della mia casa sopra i portici. Era un’area proibita a tutti i condomini, tranne

che all’amministratore. Quel divieto invitava però alla trasgressione e così, con il mio vicino

60 di casa Giovanni, trovai il sistema di aprire la porta, scavalcare i muretti e accedere in quello

spazio dove realmente si poteva toccare il cielo con un dito.

L’appuntamento era sempre per il tramonto. Seduti a gambe incrociate, sigarette alla mano,

stavamo lì per un’ora, in silenzio, a guardare lo spettacolo del sole che moriva alle tue spalle.

Secondo dopo secondo la luminosità si affievoliva, cedendo il ruolo alle luci artificiali delle

65 strade e delle case. Poi subentrava il faro del Gianicolo che alternava, con effetti psichedelici,

bagliori di colore bianco, rosso e verde. Infine le ultime acrobazie degli uccelli, i sempre più

flebili rumori delle auto e il rosso di un cielo che sprofondava lentamente… e con lui due

ragazzi sedicenni che fumavano le loro Nazionali sfuse e senza filtro, avvinti da quella

indescrivibile bellezza che eri e che sei ancora oggi, mia adorata Roma.

Note:

riga

02 · fedifrago · wortbrüchig

07 · spudorato · unverschämt, schamlos

08 · mignotta · vulg.: Hure

10 · stanziale · sesshaft

19 · accollarsi qcs. · sich etw. aufhalsen

24 · tirare a lucido · auf Glanz bringen

27 · l’immondezzaro · dial.: Müllmann

28 · Nembo Kid · einer der italienischen Namen für Superman

29 · bistrattato · hier: vernachlässigt

30 · la strada ad alto scorrimento · Schnellstraße

35 · la biga · Streitwagen, der im alten Rom von zwei Pferden gezogen wurde

35 · il Circo Massimo · Circus Maximus, große antike Arena für Wagenrennen im Zentrum Roms

36 · Ben Hur · Held des gleichnamigen Films (1959), in dem er seinen Gegenspieler in einem legendären Wagenrennen bezwingt

39 · il pietrisco · Schotter

39 · Luciano Panetti · Torwart von AS Rom in den 1950er/60er Jahren

45 · avercela con qcn. · auf jdn. sauer sein

49 · mi duole dirlo · ich bedaure, es sagen zu müssen

58 · il condomino · Miteigentümer

65 · il faro del Gianicolo · Leuchtturm auf dem Hügel Gianicolo in Rom

68 · le Nazionali sfuse e senza filtro · billige unverpackte Zigaretten ohne Filter

2. Analizzate i sentimenti dell'autore nei confronti di Roma, prendendo anche in considerazione la lingua e lo stile del testo. ( analisi) [15 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 3.1 · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel

Carlo Verdone, nato a Roma nel 1950, è attore e regista.

La mia Roma. Lettera aperta di Carlo Verdone alla sua città

Devo ammetterlo, ogni volta che penso a te o parlo di te provo diverse sensazioni. Mi sento

confuso come se avessi vissuto tante vite… fedifrago come se avessi amato tante donne…

vittima di un oscuro complotto tramato dal tempo contro la mia memoria.

Ti ho sempre visto con trucchi e colori diversi, ti ho ascoltato attraverso mille suoni, ti

5 ho respirato in tutte le tue fragranze. Ti sei presentata a me in diverse forme, abbattendo

ogni logicità spazio-temporale: giovane e seducente, austera e impassibile, esuberante e

spensierata, feroce e volgare, anziana e amorevole, sfregiata e sofferente, spudorata e anche

un po’ mignotta.

Sei stata la magia di un ragazzino di sei anni che, insieme al fratellino, amava portare

10 il cibo ai gatti randagi. Ma non quelli stanziali nelle vicinanze di casa, bensì quelli che si

aggiravano nella magnificenza dei Fori Imperiali. E chi se ne fregava di sapere che quelle

rovine erano i resti della tua antica civiltà, l’importante era sfamare il simpatico gatto ciccione

o il suo povero compagno spelacchiato e senza un occhio. Riuscivo però, irrazionalmente,

a rilevare le differenze dei tuoi stili architettonici: da un lato spuntava il classico romano,

15 dall’altro il barocco, da un altro ancora il fascista. Ogni volta che mi soffermavo dinanzi al

teatro di Marcello percepivo il tuo passato grandioso che avrei poi studiato a scuola.

[...]

Quando ero ragazzino ti stavi ancora curando le ferite della guerra, ma eri piena di speranza,

di amor proprio e vogliosa di riscatto. I tuoi figli laboriosi si erano accollati con orgoglio

20 l’onere di rinnovare il tuo splendore. C’era tanta educazione, tanta dignità. Chi possedeva

un’auto era considerato importante, chi aveva una motocicletta era invece fortunato… ma si

era felici anche con una bicicletta o con un biglietto del tram, perché ci si sapeva accontentare.

Ricordo ancora benissimo la cura con cui i commercianti trattavano i loro negozi e i loro

clienti: le insegne tirate a lucido, le vetrine pulite e un «buongiorno» sempre pronto ad

25 accogliere coloro che andavano a spendere. C’erano poi gli impiegati in paziente attesa alla

fermata degli autobus e i forzutissimi «omini in tuta» che prima caricavano sulle spalle i

sacconi della spazzatura e poi li scaricavano nei camion. Li chiamavano immondezzari, per

me erano paragonabili a Nembo Kid.

Penso al tuo fiume. Il tuo sangue. Oggi così inquinato e bistrattato che io stesso, in un mio

30 film, ironicamente ipotizzai di asfaltare per farne una strada ad alto scorrimento. Allora quelle

acque non erano melmose come oggi e ci si poteva fare il bagno. [...]

Ho iniziato a scoprire la tua gloriosa storia con il gioco. Una domenica d’estate del 1957,

papà svegliò mio fratello Luca e me annunciando trionfante: «Ragazzi, oggi vi porto a fare i

tiri in porta in un luogo spettacolare dove, tanti secoli fa, gli antichi romani correvano sulle

35 bighe!». Ci portò in un assolato Circo Massimo e faceva un caldo terrificante che avrebbe

ammazzato pure Ben Hur. Dopo aver delimitato la porta con degli stracci, nostro padre si

mise nel mezzo a fare il portiere, mentre noi dovevamo passarci la palla e cercare di fare gol.

La cosa sorprendente fu che lui, in pantaloncini e canottiera, s’impegnava davvero, correva

e si buttava a terra nella polvere e nel pietrisco come se fosse Luciano Panetti! Da quel giorno

40 ci appassionammo al calcio e ogni domenica pregavamo per ritornare in quel posto a giocare.

[...]

Cosa devo fare adesso, dopo aver rovistato nel cassetto del passato con gli occhi chiusi e il

cuore aperto? Solo affrontare il presente. Il mio sguardo di bambino ha ceduto al tuo sortilegio,

la maturità di giovanotto ha distolto da te la mia attenzione perché ero intento a divertirmi,

45 l’età adulta mi ha reso estremamente obiettivo e critico. Non potrò mai avercela con te, ma

sono incazzato nero con coloro che ti hanno trattato male in questi ultimi trent’anni. Anche

amareggiato per come sia cambiata la società rispetto ai tempi in cui muovevo i miei primi

passi nella televisione e poi nel cinema.

Mi duole dirlo, ma la gente non ti guarda, non ti abita più con entusiasmo e allegria. Non

50 che si debba ridere per forza, ma non c’è più la predisposizione al sorriso. Tantissime persone

hanno il broncio, guardano a terra, sono sfuggenti, non dialogano più e si limitano a parlare

al telefono con quegli auricolari bluetooth talmente invisibili che le fanno sembrare matte.

Siamo ridotti a una moltitudine di nevrotici che hanno perso fiducia nella vita.

[...]

55 Sai cosa vorrei fare in questo momento? Dopo questo sfogo? Rubare un pezzo di te e

nasconderlo. Ma sarebbe impossibile. Allora mi rassereno rievocando un luogo dove nessuno

potrà mai metterci piede, perché protetto dal lucchetto inviolabile della memoria: il grande

terrazzo sul tetto della mia casa sopra i portici. Era un’area proibita a tutti i condomini, tranne

che all’amministratore. Quel divieto invitava però alla trasgressione e così, con il mio vicino

60 di casa Giovanni, trovai il sistema di aprire la porta, scavalcare i muretti e accedere in quello

spazio dove realmente si poteva toccare il cielo con un dito.

L’appuntamento era sempre per il tramonto. Seduti a gambe incrociate, sigarette alla mano,

stavamo lì per un’ora, in silenzio, a guardare lo spettacolo del sole che moriva alle tue spalle.

Secondo dopo secondo la luminosità si affievoliva, cedendo il ruolo alle luci artificiali delle

65 strade e delle case. Poi subentrava il faro del Gianicolo che alternava, con effetti psichedelici,

bagliori di colore bianco, rosso e verde. Infine le ultime acrobazie degli uccelli, i sempre più

flebili rumori delle auto e il rosso di un cielo che sprofondava lentamente… e con lui due

ragazzi sedicenni che fumavano le loro Nazionali sfuse e senza filtro, avvinti da quella

indescrivibile bellezza che eri e che sei ancora oggi, mia adorata Roma.

Note:

riga

02 · fedifrago · wortbrüchig

07 · spudorato · unverschämt, schamlos

08 · mignotta · vulg.: Hure

10 · stanziale · sesshaft

19 · accollarsi qcs. · sich etw. aufhalsen

24 · tirare a lucido · auf Glanz bringen

27 · l’immondezzaro · dial.: Müllmann

28 · Nembo Kid · einer der italienischen Namen für Superman

29 · bistrattato · hier: vernachlässigt

30 · la strada ad alto scorrimento · Schnellstraße

35 · la biga · Streitwagen, der im alten Rom von zwei Pferden gezogen wurde

35 · il Circo Massimo · Circus Maximus, große antike Arena für Wagenrennen im Zentrum Roms

36 · Ben Hur · Held des gleichnamigen Films (1959), in dem er seinen Gegenspieler in einem legendären Wagenrennen bezwingt

39 · il pietrisco · Schotter

39 · Luciano Panetti · Torwart von AS Rom in den 1950er/60er Jahren

45 · avercela con qcn. · auf jdn. sauer sein

49 · mi duole dirlo · ich bedaure, es sagen zu müssen

58 · il condomino · Miteigentümer

65 · il faro del Gianicolo · Leuchtturm auf dem Hügel Gianicolo in Rom

68 · le Nazionali sfuse e senza filtro · billige unverpackte Zigaretten ohne Filter

3.1 Immaginate di voler replicare a Carlo Verdone con una lettera, in cui presentate le vostre considerazioni su Roma come città di contrasti.

Nella lettera scrivete la vostra opinione su Roma, mostrando da un lato la grande ricchezza e bellezza della città e dall'altro i suoi problemi ancora senza soluzione. ( produzione libera) [15 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 3.2 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Carlo Verdone, nato a Roma nel 1950, è attore e regista.

La mia Roma. Lettera aperta di Carlo Verdone alla sua città

Devo ammetterlo, ogni volta che penso a te o parlo di te provo diverse sensazioni. Mi sento

confuso come se avessi vissuto tante vite… fedifrago come se avessi amato tante donne…

vittima di un oscuro complotto tramato dal tempo contro la mia memoria.

Ti ho sempre visto con trucchi e colori diversi, ti ho ascoltato attraverso mille suoni, ti

5 ho respirato in tutte le tue fragranze. Ti sei presentata a me in diverse forme, abbattendo

ogni logicità spazio-temporale: giovane e seducente, austera e impassibile, esuberante e

spensierata, feroce e volgare, anziana e amorevole, sfregiata e sofferente, spudorata e anche

un po’ mignotta.

Sei stata la magia di un ragazzino di sei anni che, insieme al fratellino, amava portare

10 il cibo ai gatti randagi. Ma non quelli stanziali nelle vicinanze di casa, bensì quelli che si

aggiravano nella magnificenza dei Fori Imperiali. E chi se ne fregava di sapere che quelle

rovine erano i resti della tua antica civiltà, l’importante era sfamare il simpatico gatto ciccione

o il suo povero compagno spelacchiato e senza un occhio. Riuscivo però, irrazionalmente,

a rilevare le differenze dei tuoi stili architettonici: da un lato spuntava il classico romano,

15 dall’altro il barocco, da un altro ancora il fascista. Ogni volta che mi soffermavo dinanzi al

teatro di Marcello percepivo il tuo passato grandioso che avrei poi studiato a scuola.

[...]

Quando ero ragazzino ti stavi ancora curando le ferite della guerra, ma eri piena di speranza,

di amor proprio e vogliosa di riscatto. I tuoi figli laboriosi si erano accollati con orgoglio

20 l’onere di rinnovare il tuo splendore. C’era tanta educazione, tanta dignità. Chi possedeva

un’auto era considerato importante, chi aveva una motocicletta era invece fortunato… ma si

era felici anche con una bicicletta o con un biglietto del tram, perché ci si sapeva accontentare.

Ricordo ancora benissimo la cura con cui i commercianti trattavano i loro negozi e i loro

clienti: le insegne tirate a lucido, le vetrine pulite e un «buongiorno» sempre pronto ad

25 accogliere coloro che andavano a spendere. C’erano poi gli impiegati in paziente attesa alla

fermata degli autobus e i forzutissimi «omini in tuta» che prima caricavano sulle spalle i

sacconi della spazzatura e poi li scaricavano nei camion. Li chiamavano immondezzari, per

me erano paragonabili a Nembo Kid.

Penso al tuo fiume. Il tuo sangue. Oggi così inquinato e bistrattato che io stesso, in un mio

30 film, ironicamente ipotizzai di asfaltare per farne una strada ad alto scorrimento. Allora quelle

acque non erano melmose come oggi e ci si poteva fare il bagno. [...]

Ho iniziato a scoprire la tua gloriosa storia con il gioco. Una domenica d’estate del 1957,

papà svegliò mio fratello Luca e me annunciando trionfante: «Ragazzi, oggi vi porto a fare i

tiri in porta in un luogo spettacolare dove, tanti secoli fa, gli antichi romani correvano sulle

35 bighe!». Ci portò in un assolato Circo Massimo e faceva un caldo terrificante che avrebbe

ammazzato pure Ben Hur. Dopo aver delimitato la porta con degli stracci, nostro padre si

mise nel mezzo a fare il portiere, mentre noi dovevamo passarci la palla e cercare di fare gol.

La cosa sorprendente fu che lui, in pantaloncini e canottiera, s’impegnava davvero, correva

e si buttava a terra nella polvere e nel pietrisco come se fosse Luciano Panetti! Da quel giorno

40 ci appassionammo al calcio e ogni domenica pregavamo per ritornare in quel posto a giocare.

[...]

Cosa devo fare adesso, dopo aver rovistato nel cassetto del passato con gli occhi chiusi e il

cuore aperto? Solo affrontare il presente. Il mio sguardo di bambino ha ceduto al tuo sortilegio,

la maturità di giovanotto ha distolto da te la mia attenzione perché ero intento a divertirmi,

45 l’età adulta mi ha reso estremamente obiettivo e critico. Non potrò mai avercela con te, ma

sono incazzato nero con coloro che ti hanno trattato male in questi ultimi trent’anni. Anche

amareggiato per come sia cambiata la società rispetto ai tempi in cui muovevo i miei primi

passi nella televisione e poi nel cinema.

Mi duole dirlo, ma la gente non ti guarda, non ti abita più con entusiasmo e allegria. Non

50 che si debba ridere per forza, ma non c’è più la predisposizione al sorriso. Tantissime persone

hanno il broncio, guardano a terra, sono sfuggenti, non dialogano più e si limitano a parlare

al telefono con quegli auricolari bluetooth talmente invisibili che le fanno sembrare matte.

Siamo ridotti a una moltitudine di nevrotici che hanno perso fiducia nella vita.

[...]

55 Sai cosa vorrei fare in questo momento? Dopo questo sfogo? Rubare un pezzo di te e

nasconderlo. Ma sarebbe impossibile. Allora mi rassereno rievocando un luogo dove nessuno

potrà mai metterci piede, perché protetto dal lucchetto inviolabile della memoria: il grande

terrazzo sul tetto della mia casa sopra i portici. Era un’area proibita a tutti i condomini, tranne

che all’amministratore. Quel divieto invitava però alla trasgressione e così, con il mio vicino

60 di casa Giovanni, trovai il sistema di aprire la porta, scavalcare i muretti e accedere in quello

spazio dove realmente si poteva toccare il cielo con un dito.

L’appuntamento era sempre per il tramonto. Seduti a gambe incrociate, sigarette alla mano,

stavamo lì per un’ora, in silenzio, a guardare lo spettacolo del sole che moriva alle tue spalle.

Secondo dopo secondo la luminosità si affievoliva, cedendo il ruolo alle luci artificiali delle

65 strade e delle case. Poi subentrava il faro del Gianicolo che alternava, con effetti psichedelici,

bagliori di colore bianco, rosso e verde. Infine le ultime acrobazie degli uccelli, i sempre più

flebili rumori delle auto e il rosso di un cielo che sprofondava lentamente… e con lui due

ragazzi sedicenni che fumavano le loro Nazionali sfuse e senza filtro, avvinti da quella

indescrivibile bellezza che eri e che sei ancora oggi, mia adorata Roma.

Note:

riga

02 · fedifrago · wortbrüchig

07 · spudorato · unverschämt, schamlos

08 · mignotta · vulg.: Hure

10 · stanziale · sesshaft

19 · accollarsi qcs. · sich etw. aufhalsen

24 · tirare a lucido · auf Glanz bringen

27 · l’immondezzaro · dial.: Müllmann

28 · Nembo Kid · einer der italienischen Namen für Superman

29 · bistrattato · hier: vernachlässigt

30 · la strada ad alto scorrimento · Schnellstraße

35 · la biga · Streitwagen, der im alten Rom von zwei Pferden gezogen wurde

35 · il Circo Massimo · Circus Maximus, große antike Arena für Wagenrennen im Zentrum Roms

36 · Ben Hur · Held des gleichnamigen Films (1959), in dem er seinen Gegenspieler in einem legendären Wagenrennen bezwingt

39 · il pietrisco · Schotter

39 · Luciano Panetti · Torwart von AS Rom in den 1950er/60er Jahren

45 · avercela con qcn. · auf jdn. sauer sein

49 · mi duole dirlo · ich bedaure, es sagen zu müssen

58 · il condomino · Miteigentümer

65 · il faro del Gianicolo · Leuchtturm auf dem Hügel Gianicolo in Rom

68 · le Nazionali sfuse e senza filtro · billige unverpackte Zigaretten ohne Filter

3.2 «Devo ammetterlo, ogni volta che penso a te o parlo di te provo diverse sensazioni.» (r. 1)

Prendendo spunto da questa frase e dagli altri pensieri di Carlo Verdone, illustrate quali aspetti di Roma, a vostro parere, rendono la vita piacevole o difficile. ( commento) [15 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Carlo Verdone, nato a Roma nel 1950, è attore e regista.

La mia Roma. Lettera aperta di Carlo Verdone alla sua città

Devo ammetterlo, ogni volta che penso a te o parlo di te provo diverse sensazioni. Mi sento

confuso come se avessi vissuto tante vite… fedifrago come se avessi amato tante donne…

vittima di un oscuro complotto tramato dal tempo contro la mia memoria.

Ti ho sempre visto con trucchi e colori diversi, ti ho ascoltato attraverso mille suoni, ti

5 ho respirato in tutte le tue fragranze. Ti sei presentata a me in diverse forme, abbattendo

ogni logicità spazio-temporale: giovane e seducente, austera e impassibile, esuberante e

spensierata, feroce e volgare, anziana e amorevole, sfregiata e sofferente, spudorata e anche

un po’ mignotta.

Sei stata la magia di un ragazzino di sei anni che, insieme al fratellino, amava portare

10 il cibo ai gatti randagi. Ma non quelli stanziali nelle vicinanze di casa, bensì quelli che si

aggiravano nella magnificenza dei Fori Imperiali. E chi se ne fregava di sapere che quelle

rovine erano i resti della tua antica civiltà, l’importante era sfamare il simpatico gatto ciccione

o il suo povero compagno spelacchiato e senza un occhio. Riuscivo però, irrazionalmente,

a rilevare le differenze dei tuoi stili architettonici: da un lato spuntava il classico romano,

15 dall’altro il barocco, da un altro ancora il fascista. Ogni volta che mi soffermavo dinanzi al

teatro di Marcello percepivo il tuo passato grandioso che avrei poi studiato a scuola.

[...]

Quando ero ragazzino ti stavi ancora curando le ferite della guerra, ma eri piena di speranza,

di amor proprio e vogliosa di riscatto. I tuoi figli laboriosi si erano accollati con orgoglio

20 l’onere di rinnovare il tuo splendore. C’era tanta educazione, tanta dignità. Chi possedeva

un’auto era considerato importante, chi aveva una motocicletta era invece fortunato… ma si

era felici anche con una bicicletta o con un biglietto del tram, perché ci si sapeva accontentare.

Ricordo ancora benissimo la cura con cui i commercianti trattavano i loro negozi e i loro

clienti: le insegne tirate a lucido, le vetrine pulite e un «buongiorno» sempre pronto ad

25 accogliere coloro che andavano a spendere. C’erano poi gli impiegati in paziente attesa alla

fermata degli autobus e i forzutissimi «omini in tuta» che prima caricavano sulle spalle i

sacconi della spazzatura e poi li scaricavano nei camion. Li chiamavano immondezzari, per

me erano paragonabili a Nembo Kid.

Penso al tuo fiume. Il tuo sangue. Oggi così inquinato e bistrattato che io stesso, in un mio

30 film, ironicamente ipotizzai di asfaltare per farne una strada ad alto scorrimento. Allora quelle

acque non erano melmose come oggi e ci si poteva fare il bagno. [...]

Ho iniziato a scoprire la tua gloriosa storia con il gioco. Una domenica d’estate del 1957,

papà svegliò mio fratello Luca e me annunciando trionfante: «Ragazzi, oggi vi porto a fare i

tiri in porta in un luogo spettacolare dove, tanti secoli fa, gli antichi romani correvano sulle

35 bighe!». Ci portò in un assolato Circo Massimo e faceva un caldo terrificante che avrebbe

ammazzato pure Ben Hur. Dopo aver delimitato la porta con degli stracci, nostro padre si

mise nel mezzo a fare il portiere, mentre noi dovevamo passarci la palla e cercare di fare gol.

La cosa sorprendente fu che lui, in pantaloncini e canottiera, s’impegnava davvero, correva

e si buttava a terra nella polvere e nel pietrisco come se fosse Luciano Panetti! Da quel giorno

40 ci appassionammo al calcio e ogni domenica pregavamo per ritornare in quel posto a giocare.

[...]

Cosa devo fare adesso, dopo aver rovistato nel cassetto del passato con gli occhi chiusi e il

cuore aperto? Solo affrontare il presente. Il mio sguardo di bambino ha ceduto al tuo sortilegio,

la maturità di giovanotto ha distolto da te la mia attenzione perché ero intento a divertirmi,

45 l’età adulta mi ha reso estremamente obiettivo e critico. Non potrò mai avercela con te, ma

sono incazzato nero con coloro che ti hanno trattato male in questi ultimi trent’anni. Anche

amareggiato per come sia cambiata la società rispetto ai tempi in cui muovevo i miei primi

passi nella televisione e poi nel cinema.

Mi duole dirlo, ma la gente non ti guarda, non ti abita più con entusiasmo e allegria. Non

50 che si debba ridere per forza, ma non c’è più la predisposizione al sorriso. Tantissime persone

hanno il broncio, guardano a terra, sono sfuggenti, non dialogano più e si limitano a parlare

al telefono con quegli auricolari bluetooth talmente invisibili che le fanno sembrare matte.

Siamo ridotti a una moltitudine di nevrotici che hanno perso fiducia nella vita.

[...]

55 Sai cosa vorrei fare in questo momento? Dopo questo sfogo? Rubare un pezzo di te e

nasconderlo. Ma sarebbe impossibile. Allora mi rassereno rievocando un luogo dove nessuno

potrà mai metterci piede, perché protetto dal lucchetto inviolabile della memoria: il grande

terrazzo sul tetto della mia casa sopra i portici. Era un’area proibita a tutti i condomini, tranne

che all’amministratore. Quel divieto invitava però alla trasgressione e così, con il mio vicino

60 di casa Giovanni, trovai il sistema di aprire la porta, scavalcare i muretti e accedere in quello

spazio dove realmente si poteva toccare il cielo con un dito.

L’appuntamento era sempre per il tramonto. Seduti a gambe incrociate, sigarette alla mano,

stavamo lì per un’ora, in silenzio, a guardare lo spettacolo del sole che moriva alle tue spalle.

Secondo dopo secondo la luminosità si affievoliva, cedendo il ruolo alle luci artificiali delle

65 strade e delle case. Poi subentrava il faro del Gianicolo che alternava, con effetti psichedelici,

bagliori di colore bianco, rosso e verde. Infine le ultime acrobazie degli uccelli, i sempre più

flebili rumori delle auto e il rosso di un cielo che sprofondava lentamente… e con lui due

ragazzi sedicenni che fumavano le loro Nazionali sfuse e senza filtro, avvinti da quella

indescrivibile bellezza che eri e che sei ancora oggi, mia adorata Roma.

Note:

riga

02 · fedifrago · wortbrüchig

07 · spudorato · unverschämt, schamlos

08 · mignotta · vulg.: Hure

10 · stanziale · sesshaft

19 · accollarsi qcs. · sich etw. aufhalsen

24 · tirare a lucido · auf Glanz bringen

27 · l’immondezzaro · dial.: Müllmann

28 · Nembo Kid · einer der italienischen Namen für Superman

29 · bistrattato · hier: vernachlässigt

30 · la strada ad alto scorrimento · Schnellstraße

35 · la biga · Streitwagen, der im alten Rom von zwei Pferden gezogen wurde

35 · il Circo Massimo · Circus Maximus, große antike Arena für Wagenrennen im Zentrum Roms

36 · Ben Hur · Held des gleichnamigen Films (1959), in dem er seinen Gegenspieler in einem legendären Wagenrennen bezwingt

39 · il pietrisco · Schotter

39 · Luciano Panetti · Torwart von AS Rom in den 1950er/60er Jahren

45 · avercela con qcn. · auf jdn. sauer sein

49 · mi duole dirlo · ich bedaure, es sagen zu müssen

58 · il condomino · Miteigentümer

65 · il faro del Gianicolo · Leuchtturm auf dem Hügel Gianicolo in Rom

68 · le Nazionali sfuse e senza filtro · billige unverpackte Zigaretten ohne Filter

Klausurteil B: Sprachmittlung isoliert

Compito 4

Una vostra amica ha risposto a un annuncio di una famiglia tedesca residente a Roma che cerca una babysitter. Sapete che sta preparando il colloquio con i genitori e vi è capitato tra le mani questo articolo.

Scrivete un'e-mail alla vostra amica per aiutarla a prepararsi al colloquio, spiegandole su quali aspetti della quotidianità a Roma si sofferma questa madre.

(mediazione) [18 Punkte]

Textgrundlage: In Rom sind Bambini das Wichtigste

Wenn man als Familie die Koffer packt und seine Zelte in Deutschland abbricht, steht man am Beginn eines großen Abenteuers. Im dritten Teil unserer Serie erzählt Miriam Covi von ihrem Familienleben in Rom.

[...]

Was mich am Elternsein in Rom nervt, sind die schlechte Infrastruktur und der chaotische Verkehr. Wenn ich mit unserem langen Geschwisterkinderwagen auf den hiesigen Gehwegen unterwegs bin, habe ich das Gefühl, dass diese schon von den alten Römern gebaut wurden. Ein Schlagloch nach dem nächsten und selten eine abgesenkte Bordsteinkante. Ins Fitness-Studio brauche ich nicht mehr zu gehen, wenn ich einen Spaziergang zum Kindergarten und zurück hinter mir habe! Schlimm ist auch der Straßenverkehr. Selbst ein Kinderwagen ist kein Grund für einen römischen Autofahrer, am Zebrastreifen zu halten. Bleibt man stehen und wartet, steht man lange dort. Man muss seinen Kinderwagen schon wagemutig auf die Fahrbahn schieben – dann halten die Autos wohl oder übel. Wenn sie nicht einen Schlenker um einen herum fahren. Im Deutschlandurlaub warten wir immer wieder zögernd an Zebrastreifen und sind völlig überrascht, wenn Autofahrer tatsächlich scharf abbremsen, um uns passieren zu lassen.

[...]

Spielplätze gibt es in Rom natürlich, aber sie sind nicht immer schön und selten sauber. Sogar unser hauseigener kleiner Spielplatz wird von den vierbeinigen Hausbewohnern ganz selbstverständlich als Toilette benutzt, was mich immer wieder zur Weißglut treibt. Dies ist wohl auch der Grund, warum man hier auf keinem Spielplatz einen Sandkasten findet: Vermutlich wäre er voller Hundehaufen. Aber dafür haben wir in Rom natürlich einen anderen großen Vorteil: Die ganz große Sandkiste, der Strand, ist nur eine knappe Stunde mit dem Auto entfernt.

[...]

Zwar ist Rom in puncto Infrastruktur überhaupt nicht auf Kinder eingestellt, doch die Römer sind es sehr wohl. Italiener lieben bambini – dieses Klischee kann ich nach zweieinhalb Jahren Muttersein in der Ewigen Stadt absolut bestätigen! Selbst junge Männer, die ja meistens hauptsächlich mit Coolsein beschäftigt sind, schauen hier regelmäßig mit einem verzückten Lächeln in unseren Geschwisterkinderwagen und schäkern hemmungslos mit unseren Töchtern. [...]

Wenn wir zu Besuch in Deutschland sind, fällt mir immer wieder auf, wie spät unsere Kinder im Vergleich zu deutschen Kindern ins Bett müssen. Hier in Italien ist es üblich, dass auch kleine Kinder erst gegen 21.30 Uhr oder noch später schlafen gehen – auch wenn am nächsten Morgen der Kindergarten ruft. Ganz so italienisch handhaben wir die Schlafenszeit nicht, aber vor 20.30 Uhr wird im Kinderzimmer selten das Licht gelöscht. Besonders im Sommer toben die Kinder noch lange draußen herum – vor 19 Uhr gehen die meisten nicht nach Hause. Schließlich gibt es in italienischen Familien frühestens um 19.30 Uhr Abendessen. Und möchte man mit seinen Kindern abends eine Pizza essen gehen, lodert vor 19.30 Uhr auch kein Feuer im Pizzaofen – also wird es zwangsläufig ein langer Abend in einem Restaurant, durch das auch zu später Stunde noch kleine Kinder toben.

Ich finde das sehr schön und denke oft, dass sich deutsche Eltern von italienischen abgucken könnten, wie gelassen man mit Kindern auch mal abends im Restaurant sitzen kann. Schließlich ist es nicht schlimm, wenn die Kleinen hin und wieder etwas später ins Bett kommen. In Deutschland wirkt alles immer sehr reglementiert und dadurch manchmal etwas freudlos. Hier ist es ganz normal, wenn Kinder im Restaurant Unruhe verbreiten – schließlich unterhalten sich Erwachsene im Lokal auch laut und temperamentvoll. Wenn gleichzeitig am Nachbartisch unsere Zweieinhalbjährige einen Wutausbruch bekommt – wen stört's? Laut ist es sowieso.

[...]

Aufgabe HT 2 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Klausurteil A

A raccontare è un giovane di Magnano, un piccolo comune della provincia di Biella, in Piemonte.

Gli squali

[...]

Sono figlio unico. Nato dall'amore di due persone deliziose e meravigliosamente simili a

milioni di altre persone nate e vissute per tutta la vita in un luogo simile a milioni di altri

luoghi, retto da regole semplici e sincere non prive di una certa ottusità. Daniele Carati, mio

padre, è figlio unico: entrambi i suoi genitori, i miei nonni, sono di Magnano. Sonia Armanino,

5 mia madre, è figlia unica: un genitore è di Magnano, l'altro è un immigrato di Castelrosso, a

venti chilometri da qui. Mia mamma lavora in uno studio dentistico, fa la segretaria. Mio padre

[...] possiede il quarantanove per cento della Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage. [...]

Io sono sempre stato un tipo tranquillo.

Per tranquillo intendo che ho sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano facessi, senza

10 eccellere, senza arrancare: scuola, sport, parrocchia, i lavoretti presso la rivendita di papà

ricompensati da paghette da spendere in fumetti prima e da mettere da parte per pagarmi i

concerti poi. Sono cresciuto con Filippo, Andrea, Beatrice e Anna. Filippo e Anna li ho

conosciuti all'asilo, Beatrice in prima media e Andrea in terza. Il mio unico scarto rispetto a

chiunque mi circondi a Magnano è sempre stata la passione per l'informatica. [...]

15 Io [...] poco più che bambino avevo cominciato a programmare seguendo dei tutorial su

YouTube, passione che mi aveva fatto perdere qualche serata al pub e qualche festa, ma non

tante, e comunque non le occasioni più importanti. A quattordici anni ho creato il sito

Internet della squadra di basket, poi quello dell'Estate ragazzi e infine quello della Carati

e Rovelli Agricoltura e Bricolage, su cui era possibile effettuare ordini e prenotazioni. A

20 sedici arrotondavo facendo lavoretti di informatica per tutto il paese e a diciotto, riflettendo

sull'università e indeciso sulla facoltà da scegliere, ho iniziato a pensare che ci sarebbe voluta

un'applicazione che facesse esattamente questo: aiutare gli studenti a decidere, incrociando

gusti, carattere e obiettivi con corsi e indirizzi e quant'altro. Così ho iniziato a lavorarci. E due

mesi prima del pomeriggio in cui mi schiantai in bici avevo caricato l'applicazione su una

25 piattaforma. Poi era arrivata quella mail da un certo Lorenzo Mutti, fondatore di un incubatore

di start-up, alla quale avevo risposto dando il numero di telefono; telefono che era squillato

nemmeno mezz'ora dopo, giusto il tempo di disinfettare ginocchio, mano e avambraccio.

– Pronto!

– Massimo Carati?

30 – Sono io.

– Sono Lorenzo Mutti dell'ePark.

– Sì… – Avevo la lingua gonfia e la mascella rigida come per una paralisi; alla batteria

che mi era stata installata al posto del cuore il percussionista pazzo aveva lasciato posto

al solo e unico John Bonham, batterista dei Led Zeppelin. – Mi dica…

35 – Massimo, ti chiamo per la tua applicazione, quella per l'orientamento. Be', volevo farti

i complimenti. Hai avuto una magnifica idea e l'hai realizzata bene, davvero bene.

– Grazie.

– Sai come ci sono inciampato?

– …

40 – Nel modo migliore. Grazie a mio figlio. Tu quanti anni hai?

– Diciannove.

– Diciannove? Oh! – La voce era quella di uno che si è portato la mano alla fronte. – Be',

mio figlio ha la tua età e non ha alcuna idea di che fare della propria vita. Non sa cosa

vuole, non sa in cosa è bravo. Forse dovrei sentirmi in colpa per questo, anche se…

45 Comunque, la settimana scorsa Michele, mio figlio, si mette in cerca di informazioni

sulle università ed ecco che capita sulla tua applicazione, la scarica, la usa e a cena me

ne parla con gli occhi che brillano.

– Cos'ha detto?

– Non ricordo i termini esatti. Ma erano esclamazioni gergali con molti punti esclamativi.

50 – Quindi bene.

– Quindi bene, Max. Posso chiamarti Max?

– Tutti mi chiamano Max.

– Bene, Max. Sì. Molto bene. E io vorrei che tu venissi da noi a parlarne.

– Da voi?

55 – A parlare dell'applicazione. All'ePark. Hai avuto un'intuizione felice, ma noi abbiamo

l'esperienza e la conoscenza per renderla più che felice. Per renderla necessaria. E per

commercializzarla.

Io a quel punto ero come in orbita dentro una stazione spaziale, ogni oggetto della camera

mi fluttuava attorno: le vecchie macchinine, i libri, le penne. Mutti – disse che potevo

60 chiamarlo così, Mutti, non signor Mutti o altro, e che potevo dargli del tu – ecco, Mutti, senza

lasciarmi il tempo di fare domande, mi raccontò una storia fatta di viaggi, collaborazioni,

giovani menti, dipingendo un futuro che risuonava dentro di me come una chiamata alle armi.

Ascoltavo la sua voce rassicurante, gradevole, e me lo immaginavo con la giacca blu e le

scarpe inglesi dentro un ufficio pieno di luce e schermi accesi; sopra la scrivania due tablet:

65 uno aperto sulla posta elettronica, uno su una rivista americana.

– Quando? – chiesi. – Quando devo venire?

– Quando vuoi.

– Ecco… mancano dieci giorni alla fine della scuola. Poi ho la maturità.

– Non riesci a prenderti un paio di giorni la prossima settimana? Arrivi il giovedì sera,

70 venerdì passiamo tutta la giornata insieme e sabato riparti. Così quanti giorni di scuola

perderesti?

– Uno. Venerdì. Mi resterebbe il lunedì che è l'ultimo.

– Che dici? È fattibile? Non voglio avere la tua maturità sulla coscienza. – Rise. – Vedi tu.

– A Roma?

75 – Pensiamo a tutto noi, ovvio: viaggio, pernottamento… – Fece una pausa e io chissà

perché lo immaginai voltarsi a scrutare fuori dalla finestra; vista Colosseo, la finestra,

vista Fori Imperiali. Poi, con la voce più bassa di un tono, aggiunse: – Ti faccio fare

una passeggiata nel nostro mondo.

Una passeggiata nel nostro mondo. Giuro. Disse così. E quell'invito riempì in un istante

80 tutti i vuoti lasciati dalle feste cui non mi avevano invitato o cui avevo rinunciato per imparare

codici e quant'altro. Se volevo andare a Roma a fare una passeggiata nel loro mondo ? In

ginocchio, ci sarei andato. Pure sul ginocchio sanguinante. Ci salutammo e promisi che gli

avrei risposto qualcosa entro breve.

Avrei voluto spalancare la finestra e far risuonare sopra i tetti del mondo il mio barbarico

85 yawp. [...]

Note:

riga

03 · l'ottusità · Stumpfsinnigkeit

07 · Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage · Firma für Landwirtschafts- und Heimwerkerprodukte

10 · arrancare · sich abplagen, sich schleppen

10 · la rivendita · Verkaufsstelle

13 · lo scarto · der Unterschied

20 · arrotondare · etwas dazu verdienen

22 · l'applicazione · App

22 · incrociare · hier: zusammenbringen, in Einklang bringen

24 · schiantarsi · stürzen, fallen

25/26 · l'incubatore di start-up · Zentrum, das Startup-Unternehmen auf dem Weg der Gründung unterstützt

34 · Led Zeppelin · britische Rockband

38 · inciampare · hier: darauf kommen

46 · capitare · darauf stoßen

59 · fluttuare · schweben

62 · la chiamata alle armi · Einberufung zum Militärdienst

73 · avere qualcosa sulla coscienza · etwas auf dem Gewissen haben

1. Riassumete i contenuti principali del testo. (comprensione)

[12 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 2 · Analyse literarischer Texte (Figuren, Erzählweise, Sprache)

Klausurteil A

A raccontare è un giovane di Magnano, un piccolo comune della provincia di Biella, in Piemonte.

Gli squali

[...]

Sono figlio unico. Nato dall'amore di due persone deliziose e meravigliosamente simili a

milioni di altre persone nate e vissute per tutta la vita in un luogo simile a milioni di altri

luoghi, retto da regole semplici e sincere non prive di una certa ottusità. Daniele Carati, mio

padre, è figlio unico: entrambi i suoi genitori, i miei nonni, sono di Magnano. Sonia Armanino,

5 mia madre, è figlia unica: un genitore è di Magnano, l'altro è un immigrato di Castelrosso, a

venti chilometri da qui. Mia mamma lavora in uno studio dentistico, fa la segretaria. Mio padre

[...] possiede il quarantanove per cento della Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage. [...]

Io sono sempre stato un tipo tranquillo.

Per tranquillo intendo che ho sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano facessi, senza

10 eccellere, senza arrancare: scuola, sport, parrocchia, i lavoretti presso la rivendita di papà

ricompensati da paghette da spendere in fumetti prima e da mettere da parte per pagarmi i

concerti poi. Sono cresciuto con Filippo, Andrea, Beatrice e Anna. Filippo e Anna li ho

conosciuti all'asilo, Beatrice in prima media e Andrea in terza. Il mio unico scarto rispetto a

chiunque mi circondi a Magnano è sempre stata la passione per l'informatica. [...]

15 Io [...] poco più che bambino avevo cominciato a programmare seguendo dei tutorial su

YouTube, passione che mi aveva fatto perdere qualche serata al pub e qualche festa, ma non

tante, e comunque non le occasioni più importanti. A quattordici anni ho creato il sito

Internet della squadra di basket, poi quello dell'Estate ragazzi e infine quello della Carati

e Rovelli Agricoltura e Bricolage, su cui era possibile effettuare ordini e prenotazioni. A

20 sedici arrotondavo facendo lavoretti di informatica per tutto il paese e a diciotto, riflettendo

sull'università e indeciso sulla facoltà da scegliere, ho iniziato a pensare che ci sarebbe voluta

un'applicazione che facesse esattamente questo: aiutare gli studenti a decidere, incrociando

gusti, carattere e obiettivi con corsi e indirizzi e quant'altro. Così ho iniziato a lavorarci. E due

mesi prima del pomeriggio in cui mi schiantai in bici avevo caricato l'applicazione su una

25 piattaforma. Poi era arrivata quella mail da un certo Lorenzo Mutti, fondatore di un incubatore

di start-up, alla quale avevo risposto dando il numero di telefono; telefono che era squillato

nemmeno mezz'ora dopo, giusto il tempo di disinfettare ginocchio, mano e avambraccio.

– Pronto!

– Massimo Carati?

30 – Sono io.

– Sono Lorenzo Mutti dell'ePark.

– Sì… – Avevo la lingua gonfia e la mascella rigida come per una paralisi; alla batteria

che mi era stata installata al posto del cuore il percussionista pazzo aveva lasciato posto

al solo e unico John Bonham, batterista dei Led Zeppelin. – Mi dica…

35 – Massimo, ti chiamo per la tua applicazione, quella per l'orientamento. Be', volevo farti

i complimenti. Hai avuto una magnifica idea e l'hai realizzata bene, davvero bene.

– Grazie.

– Sai come ci sono inciampato?

– …

40 – Nel modo migliore. Grazie a mio figlio. Tu quanti anni hai?

– Diciannove.

– Diciannove? Oh! – La voce era quella di uno che si è portato la mano alla fronte. – Be',

mio figlio ha la tua età e non ha alcuna idea di che fare della propria vita. Non sa cosa

vuole, non sa in cosa è bravo. Forse dovrei sentirmi in colpa per questo, anche se…

45 Comunque, la settimana scorsa Michele, mio figlio, si mette in cerca di informazioni

sulle università ed ecco che capita sulla tua applicazione, la scarica, la usa e a cena me

ne parla con gli occhi che brillano.

– Cos'ha detto?

– Non ricordo i termini esatti. Ma erano esclamazioni gergali con molti punti esclamativi.

50 – Quindi bene.

– Quindi bene, Max. Posso chiamarti Max?

– Tutti mi chiamano Max.

– Bene, Max. Sì. Molto bene. E io vorrei che tu venissi da noi a parlarne.

– Da voi?

55 – A parlare dell'applicazione. All'ePark. Hai avuto un'intuizione felice, ma noi abbiamo

l'esperienza e la conoscenza per renderla più che felice. Per renderla necessaria. E per

commercializzarla.

Io a quel punto ero come in orbita dentro una stazione spaziale, ogni oggetto della camera

mi fluttuava attorno: le vecchie macchinine, i libri, le penne. Mutti – disse che potevo

60 chiamarlo così, Mutti, non signor Mutti o altro, e che potevo dargli del tu – ecco, Mutti, senza

lasciarmi il tempo di fare domande, mi raccontò una storia fatta di viaggi, collaborazioni,

giovani menti, dipingendo un futuro che risuonava dentro di me come una chiamata alle armi.

Ascoltavo la sua voce rassicurante, gradevole, e me lo immaginavo con la giacca blu e le

scarpe inglesi dentro un ufficio pieno di luce e schermi accesi; sopra la scrivania due tablet:

65 uno aperto sulla posta elettronica, uno su una rivista americana.

– Quando? – chiesi. – Quando devo venire?

– Quando vuoi.

– Ecco… mancano dieci giorni alla fine della scuola. Poi ho la maturità.

– Non riesci a prenderti un paio di giorni la prossima settimana? Arrivi il giovedì sera,

70 venerdì passiamo tutta la giornata insieme e sabato riparti. Così quanti giorni di scuola

perderesti?

– Uno. Venerdì. Mi resterebbe il lunedì che è l'ultimo.

– Che dici? È fattibile? Non voglio avere la tua maturità sulla coscienza. – Rise. – Vedi tu.

– A Roma?

75 – Pensiamo a tutto noi, ovvio: viaggio, pernottamento… – Fece una pausa e io chissà

perché lo immaginai voltarsi a scrutare fuori dalla finestra; vista Colosseo, la finestra,

vista Fori Imperiali. Poi, con la voce più bassa di un tono, aggiunse: – Ti faccio fare

una passeggiata nel nostro mondo.

Una passeggiata nel nostro mondo. Giuro. Disse così. E quell'invito riempì in un istante

80 tutti i vuoti lasciati dalle feste cui non mi avevano invitato o cui avevo rinunciato per imparare

codici e quant'altro. Se volevo andare a Roma a fare una passeggiata nel loro mondo ? In

ginocchio, ci sarei andato. Pure sul ginocchio sanguinante. Ci salutammo e promisi che gli

avrei risposto qualcosa entro breve.

Avrei voluto spalancare la finestra e far risuonare sopra i tetti del mondo il mio barbarico

85 yawp. [...]

Note:

riga

03 · l'ottusità · Stumpfsinnigkeit

07 · Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage · Firma für Landwirtschafts- und Heimwerkerprodukte

10 · arrancare · sich abplagen, sich schleppen

10 · la rivendita · Verkaufsstelle

13 · lo scarto · der Unterschied

20 · arrotondare · etwas dazu verdienen

22 · l'applicazione · App

22 · incrociare · hier: zusammenbringen, in Einklang bringen

24 · schiantarsi · stürzen, fallen

25/26 · l'incubatore di start-up · Zentrum, das Startup-Unternehmen auf dem Weg der Gründung unterstützt

34 · Led Zeppelin · britische Rockband

38 · inciampare · hier: darauf kommen

46 · capitare · darauf stoßen

59 · fluttuare · schweben

62 · la chiamata alle armi · Einberufung zum Militärdienst

73 · avere qualcosa sulla coscienza · etwas auf dem Gewissen haben

2. Analizzate come si sente il narratore mentre telefona al signor Mutti, tenendo conto anche degli aspetti linguistici e stilistici del testo. (analisi)

[14 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 3.1 · Kreatives Schreiben: Perspektivwechsel (Tagebuch, Brief, Monolog, Dialog)

Klausurteil A

A raccontare è un giovane di Magnano, un piccolo comune della provincia di Biella, in Piemonte.

Gli squali

[...]

Sono figlio unico. Nato dall'amore di due persone deliziose e meravigliosamente simili a

milioni di altre persone nate e vissute per tutta la vita in un luogo simile a milioni di altri

luoghi, retto da regole semplici e sincere non prive di una certa ottusità. Daniele Carati, mio

padre, è figlio unico: entrambi i suoi genitori, i miei nonni, sono di Magnano. Sonia Armanino,

5 mia madre, è figlia unica: un genitore è di Magnano, l'altro è un immigrato di Castelrosso, a

venti chilometri da qui. Mia mamma lavora in uno studio dentistico, fa la segretaria. Mio padre

[...] possiede il quarantanove per cento della Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage. [...]

Io sono sempre stato un tipo tranquillo.

Per tranquillo intendo che ho sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano facessi, senza

10 eccellere, senza arrancare: scuola, sport, parrocchia, i lavoretti presso la rivendita di papà

ricompensati da paghette da spendere in fumetti prima e da mettere da parte per pagarmi i

concerti poi. Sono cresciuto con Filippo, Andrea, Beatrice e Anna. Filippo e Anna li ho

conosciuti all'asilo, Beatrice in prima media e Andrea in terza. Il mio unico scarto rispetto a

chiunque mi circondi a Magnano è sempre stata la passione per l'informatica. [...]

15 Io [...] poco più che bambino avevo cominciato a programmare seguendo dei tutorial su

YouTube, passione che mi aveva fatto perdere qualche serata al pub e qualche festa, ma non

tante, e comunque non le occasioni più importanti. A quattordici anni ho creato il sito

Internet della squadra di basket, poi quello dell'Estate ragazzi e infine quello della Carati

e Rovelli Agricoltura e Bricolage, su cui era possibile effettuare ordini e prenotazioni. A

20 sedici arrotondavo facendo lavoretti di informatica per tutto il paese e a diciotto, riflettendo

sull'università e indeciso sulla facoltà da scegliere, ho iniziato a pensare che ci sarebbe voluta

un'applicazione che facesse esattamente questo: aiutare gli studenti a decidere, incrociando

gusti, carattere e obiettivi con corsi e indirizzi e quant'altro. Così ho iniziato a lavorarci. E due

mesi prima del pomeriggio in cui mi schiantai in bici avevo caricato l'applicazione su una

25 piattaforma. Poi era arrivata quella mail da un certo Lorenzo Mutti, fondatore di un incubatore

di start-up, alla quale avevo risposto dando il numero di telefono; telefono che era squillato

nemmeno mezz'ora dopo, giusto il tempo di disinfettare ginocchio, mano e avambraccio.

– Pronto!

– Massimo Carati?

30 – Sono io.

– Sono Lorenzo Mutti dell'ePark.

– Sì… – Avevo la lingua gonfia e la mascella rigida come per una paralisi; alla batteria

che mi era stata installata al posto del cuore il percussionista pazzo aveva lasciato posto

al solo e unico John Bonham, batterista dei Led Zeppelin. – Mi dica…

35 – Massimo, ti chiamo per la tua applicazione, quella per l'orientamento. Be', volevo farti

i complimenti. Hai avuto una magnifica idea e l'hai realizzata bene, davvero bene.

– Grazie.

– Sai come ci sono inciampato?

– …

40 – Nel modo migliore. Grazie a mio figlio. Tu quanti anni hai?

– Diciannove.

– Diciannove? Oh! – La voce era quella di uno che si è portato la mano alla fronte. – Be',

mio figlio ha la tua età e non ha alcuna idea di che fare della propria vita. Non sa cosa

vuole, non sa in cosa è bravo. Forse dovrei sentirmi in colpa per questo, anche se…

45 Comunque, la settimana scorsa Michele, mio figlio, si mette in cerca di informazioni

sulle università ed ecco che capita sulla tua applicazione, la scarica, la usa e a cena me

ne parla con gli occhi che brillano.

– Cos'ha detto?

– Non ricordo i termini esatti. Ma erano esclamazioni gergali con molti punti esclamativi.

50 – Quindi bene.

– Quindi bene, Max. Posso chiamarti Max?

– Tutti mi chiamano Max.

– Bene, Max. Sì. Molto bene. E io vorrei che tu venissi da noi a parlarne.

– Da voi?

55 – A parlare dell'applicazione. All'ePark. Hai avuto un'intuizione felice, ma noi abbiamo

l'esperienza e la conoscenza per renderla più che felice. Per renderla necessaria. E per

commercializzarla.

Io a quel punto ero come in orbita dentro una stazione spaziale, ogni oggetto della camera

mi fluttuava attorno: le vecchie macchinine, i libri, le penne. Mutti – disse che potevo

60 chiamarlo così, Mutti, non signor Mutti o altro, e che potevo dargli del tu – ecco, Mutti, senza

lasciarmi il tempo di fare domande, mi raccontò una storia fatta di viaggi, collaborazioni,

giovani menti, dipingendo un futuro che risuonava dentro di me come una chiamata alle armi.

Ascoltavo la sua voce rassicurante, gradevole, e me lo immaginavo con la giacca blu e le

scarpe inglesi dentro un ufficio pieno di luce e schermi accesi; sopra la scrivania due tablet:

65 uno aperto sulla posta elettronica, uno su una rivista americana.

– Quando? – chiesi. – Quando devo venire?

– Quando vuoi.

– Ecco… mancano dieci giorni alla fine della scuola. Poi ho la maturità.

– Non riesci a prenderti un paio di giorni la prossima settimana? Arrivi il giovedì sera,

70 venerdì passiamo tutta la giornata insieme e sabato riparti. Così quanti giorni di scuola

perderesti?

– Uno. Venerdì. Mi resterebbe il lunedì che è l'ultimo.

– Che dici? È fattibile? Non voglio avere la tua maturità sulla coscienza. – Rise. – Vedi tu.

– A Roma?

75 – Pensiamo a tutto noi, ovvio: viaggio, pernottamento… – Fece una pausa e io chissà

perché lo immaginai voltarsi a scrutare fuori dalla finestra; vista Colosseo, la finestra,

vista Fori Imperiali. Poi, con la voce più bassa di un tono, aggiunse: – Ti faccio fare

una passeggiata nel nostro mondo.

Una passeggiata nel nostro mondo. Giuro. Disse così. E quell'invito riempì in un istante

80 tutti i vuoti lasciati dalle feste cui non mi avevano invitato o cui avevo rinunciato per imparare

codici e quant'altro. Se volevo andare a Roma a fare una passeggiata nel loro mondo ? In

ginocchio, ci sarei andato. Pure sul ginocchio sanguinante. Ci salutammo e promisi che gli

avrei risposto qualcosa entro breve.

Avrei voluto spalancare la finestra e far risuonare sopra i tetti del mondo il mio barbarico

85 yawp. [...]

Note:

riga

03 · l'ottusità · Stumpfsinnigkeit

07 · Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage · Firma für Landwirtschafts- und Heimwerkerprodukte

10 · arrancare · sich abplagen, sich schleppen

10 · la rivendita · Verkaufsstelle

13 · lo scarto · der Unterschied

20 · arrotondare · etwas dazu verdienen

22 · l'applicazione · App

22 · incrociare · hier: zusammenbringen, in Einklang bringen

24 · schiantarsi · stürzen, fallen

25/26 · l'incubatore di start-up · Zentrum, das Startup-Unternehmen auf dem Weg der Gründung unterstützt

34 · Led Zeppelin · britische Rockband

38 · inciampare · hier: darauf kommen

46 · capitare · darauf stoßen

59 · fluttuare · schweben

62 · la chiamata alle armi · Einberufung zum Militärdienst

73 · avere qualcosa sulla coscienza · etwas auf dem Gewissen haben

3.1 Immaginate questa situazione: dopo qualche mese Max prende parte a un forum online dedicato a “Sogni e realtà dei digital natives in Italia”. Scrivete il testo del suo intervento, in cui Max, a partire dalla propria esperienza personale, illustra le difficoltà dei giovani italiani che stanno per affacciarsi al mondo del lavoro e le possibili soluzioni. (produzione libera)

[16 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 3.2 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Klausurteil A

A raccontare è un giovane di Magnano, un piccolo comune della provincia di Biella, in Piemonte.

Gli squali

[...]

Sono figlio unico. Nato dall'amore di due persone deliziose e meravigliosamente simili a

milioni di altre persone nate e vissute per tutta la vita in un luogo simile a milioni di altri

luoghi, retto da regole semplici e sincere non prive di una certa ottusità. Daniele Carati, mio

padre, è figlio unico: entrambi i suoi genitori, i miei nonni, sono di Magnano. Sonia Armanino,

5 mia madre, è figlia unica: un genitore è di Magnano, l'altro è un immigrato di Castelrosso, a

venti chilometri da qui. Mia mamma lavora in uno studio dentistico, fa la segretaria. Mio padre

[...] possiede il quarantanove per cento della Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage. [...]

Io sono sempre stato un tipo tranquillo.

Per tranquillo intendo che ho sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano facessi, senza

10 eccellere, senza arrancare: scuola, sport, parrocchia, i lavoretti presso la rivendita di papà

ricompensati da paghette da spendere in fumetti prima e da mettere da parte per pagarmi i

concerti poi. Sono cresciuto con Filippo, Andrea, Beatrice e Anna. Filippo e Anna li ho

conosciuti all'asilo, Beatrice in prima media e Andrea in terza. Il mio unico scarto rispetto a

chiunque mi circondi a Magnano è sempre stata la passione per l'informatica. [...]

15 Io [...] poco più che bambino avevo cominciato a programmare seguendo dei tutorial su

YouTube, passione che mi aveva fatto perdere qualche serata al pub e qualche festa, ma non

tante, e comunque non le occasioni più importanti. A quattordici anni ho creato il sito

Internet della squadra di basket, poi quello dell'Estate ragazzi e infine quello della Carati

e Rovelli Agricoltura e Bricolage, su cui era possibile effettuare ordini e prenotazioni. A

20 sedici arrotondavo facendo lavoretti di informatica per tutto il paese e a diciotto, riflettendo

sull'università e indeciso sulla facoltà da scegliere, ho iniziato a pensare che ci sarebbe voluta

un'applicazione che facesse esattamente questo: aiutare gli studenti a decidere, incrociando

gusti, carattere e obiettivi con corsi e indirizzi e quant'altro. Così ho iniziato a lavorarci. E due

mesi prima del pomeriggio in cui mi schiantai in bici avevo caricato l'applicazione su una

25 piattaforma. Poi era arrivata quella mail da un certo Lorenzo Mutti, fondatore di un incubatore

di start-up, alla quale avevo risposto dando il numero di telefono; telefono che era squillato

nemmeno mezz'ora dopo, giusto il tempo di disinfettare ginocchio, mano e avambraccio.

– Pronto!

– Massimo Carati?

30 – Sono io.

– Sono Lorenzo Mutti dell'ePark.

– Sì… – Avevo la lingua gonfia e la mascella rigida come per una paralisi; alla batteria

che mi era stata installata al posto del cuore il percussionista pazzo aveva lasciato posto

al solo e unico John Bonham, batterista dei Led Zeppelin. – Mi dica…

35 – Massimo, ti chiamo per la tua applicazione, quella per l'orientamento. Be', volevo farti

i complimenti. Hai avuto una magnifica idea e l'hai realizzata bene, davvero bene.

– Grazie.

– Sai come ci sono inciampato?

– …

40 – Nel modo migliore. Grazie a mio figlio. Tu quanti anni hai?

– Diciannove.

– Diciannove? Oh! – La voce era quella di uno che si è portato la mano alla fronte. – Be',

mio figlio ha la tua età e non ha alcuna idea di che fare della propria vita. Non sa cosa

vuole, non sa in cosa è bravo. Forse dovrei sentirmi in colpa per questo, anche se…

45 Comunque, la settimana scorsa Michele, mio figlio, si mette in cerca di informazioni

sulle università ed ecco che capita sulla tua applicazione, la scarica, la usa e a cena me

ne parla con gli occhi che brillano.

– Cos'ha detto?

– Non ricordo i termini esatti. Ma erano esclamazioni gergali con molti punti esclamativi.

50 – Quindi bene.

– Quindi bene, Max. Posso chiamarti Max?

– Tutti mi chiamano Max.

– Bene, Max. Sì. Molto bene. E io vorrei che tu venissi da noi a parlarne.

– Da voi?

55 – A parlare dell'applicazione. All'ePark. Hai avuto un'intuizione felice, ma noi abbiamo

l'esperienza e la conoscenza per renderla più che felice. Per renderla necessaria. E per

commercializzarla.

Io a quel punto ero come in orbita dentro una stazione spaziale, ogni oggetto della camera

mi fluttuava attorno: le vecchie macchinine, i libri, le penne. Mutti – disse che potevo

60 chiamarlo così, Mutti, non signor Mutti o altro, e che potevo dargli del tu – ecco, Mutti, senza

lasciarmi il tempo di fare domande, mi raccontò una storia fatta di viaggi, collaborazioni,

giovani menti, dipingendo un futuro che risuonava dentro di me come una chiamata alle armi.

Ascoltavo la sua voce rassicurante, gradevole, e me lo immaginavo con la giacca blu e le

scarpe inglesi dentro un ufficio pieno di luce e schermi accesi; sopra la scrivania due tablet:

65 uno aperto sulla posta elettronica, uno su una rivista americana.

– Quando? – chiesi. – Quando devo venire?

– Quando vuoi.

– Ecco… mancano dieci giorni alla fine della scuola. Poi ho la maturità.

– Non riesci a prenderti un paio di giorni la prossima settimana? Arrivi il giovedì sera,

70 venerdì passiamo tutta la giornata insieme e sabato riparti. Così quanti giorni di scuola

perderesti?

– Uno. Venerdì. Mi resterebbe il lunedì che è l'ultimo.

– Che dici? È fattibile? Non voglio avere la tua maturità sulla coscienza. – Rise. – Vedi tu.

– A Roma?

75 – Pensiamo a tutto noi, ovvio: viaggio, pernottamento… – Fece una pausa e io chissà

perché lo immaginai voltarsi a scrutare fuori dalla finestra; vista Colosseo, la finestra,

vista Fori Imperiali. Poi, con la voce più bassa di un tono, aggiunse: – Ti faccio fare

una passeggiata nel nostro mondo.

Una passeggiata nel nostro mondo. Giuro. Disse così. E quell'invito riempì in un istante

80 tutti i vuoti lasciati dalle feste cui non mi avevano invitato o cui avevo rinunciato per imparare

codici e quant'altro. Se volevo andare a Roma a fare una passeggiata nel loro mondo ? In

ginocchio, ci sarei andato. Pure sul ginocchio sanguinante. Ci salutammo e promisi che gli

avrei risposto qualcosa entro breve.

Avrei voluto spalancare la finestra e far risuonare sopra i tetti del mondo il mio barbarico

85 yawp. [...]

Note:

riga

03 · l'ottusità · Stumpfsinnigkeit

07 · Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage · Firma für Landwirtschafts- und Heimwerkerprodukte

10 · arrancare · sich abplagen, sich schleppen

10 · la rivendita · Verkaufsstelle

13 · lo scarto · der Unterschied

20 · arrotondare · etwas dazu verdienen

22 · l'applicazione · App

22 · incrociare · hier: zusammenbringen, in Einklang bringen

24 · schiantarsi · stürzen, fallen

25/26 · l'incubatore di start-up · Zentrum, das Startup-Unternehmen auf dem Weg der Gründung unterstützt

34 · Led Zeppelin · britische Rockband

38 · inciampare · hier: darauf kommen

46 · capitare · darauf stoßen

59 · fluttuare · schweben

62 · la chiamata alle armi · Einberufung zum Militärdienst

73 · avere qualcosa sulla coscienza · etwas auf dem Gewissen haben

3.2 Il signor Mutti dice a Max: “Be’, mio figlio ha la tua età e non ha alcuna idea di che fare della propria vita. Non sa cosa vuole, non sa in cosa è bravo.” (r. 42 – 44)

Commentate questa citazione evidenziando le difficoltà dei giovani italiani che stanno per affacciarsi al mondo del lavoro e proponendo alcune possibili soluzioni. (commento)

[16 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Klausurteil A

A raccontare è un giovane di Magnano, un piccolo comune della provincia di Biella, in Piemonte.

Gli squali

[...]

Sono figlio unico. Nato dall'amore di due persone deliziose e meravigliosamente simili a

milioni di altre persone nate e vissute per tutta la vita in un luogo simile a milioni di altri

luoghi, retto da regole semplici e sincere non prive di una certa ottusità. Daniele Carati, mio

padre, è figlio unico: entrambi i suoi genitori, i miei nonni, sono di Magnano. Sonia Armanino,

5 mia madre, è figlia unica: un genitore è di Magnano, l'altro è un immigrato di Castelrosso, a

venti chilometri da qui. Mia mamma lavora in uno studio dentistico, fa la segretaria. Mio padre

[...] possiede il quarantanove per cento della Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage. [...]

Io sono sempre stato un tipo tranquillo.

Per tranquillo intendo che ho sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano facessi, senza

10 eccellere, senza arrancare: scuola, sport, parrocchia, i lavoretti presso la rivendita di papà

ricompensati da paghette da spendere in fumetti prima e da mettere da parte per pagarmi i

concerti poi. Sono cresciuto con Filippo, Andrea, Beatrice e Anna. Filippo e Anna li ho

conosciuti all'asilo, Beatrice in prima media e Andrea in terza. Il mio unico scarto rispetto a

chiunque mi circondi a Magnano è sempre stata la passione per l'informatica. [...]

15 Io [...] poco più che bambino avevo cominciato a programmare seguendo dei tutorial su

YouTube, passione che mi aveva fatto perdere qualche serata al pub e qualche festa, ma non

tante, e comunque non le occasioni più importanti. A quattordici anni ho creato il sito

Internet della squadra di basket, poi quello dell'Estate ragazzi e infine quello della Carati

e Rovelli Agricoltura e Bricolage, su cui era possibile effettuare ordini e prenotazioni. A

20 sedici arrotondavo facendo lavoretti di informatica per tutto il paese e a diciotto, riflettendo

sull'università e indeciso sulla facoltà da scegliere, ho iniziato a pensare che ci sarebbe voluta

un'applicazione che facesse esattamente questo: aiutare gli studenti a decidere, incrociando

gusti, carattere e obiettivi con corsi e indirizzi e quant'altro. Così ho iniziato a lavorarci. E due

mesi prima del pomeriggio in cui mi schiantai in bici avevo caricato l'applicazione su una

25 piattaforma. Poi era arrivata quella mail da un certo Lorenzo Mutti, fondatore di un incubatore

di start-up, alla quale avevo risposto dando il numero di telefono; telefono che era squillato

nemmeno mezz'ora dopo, giusto il tempo di disinfettare ginocchio, mano e avambraccio.

– Pronto!

– Massimo Carati?

30 – Sono io.

– Sono Lorenzo Mutti dell'ePark.

– Sì… – Avevo la lingua gonfia e la mascella rigida come per una paralisi; alla batteria

che mi era stata installata al posto del cuore il percussionista pazzo aveva lasciato posto

al solo e unico John Bonham, batterista dei Led Zeppelin. – Mi dica…

35 – Massimo, ti chiamo per la tua applicazione, quella per l'orientamento. Be', volevo farti

i complimenti. Hai avuto una magnifica idea e l'hai realizzata bene, davvero bene.

– Grazie.

– Sai come ci sono inciampato?

– …

40 – Nel modo migliore. Grazie a mio figlio. Tu quanti anni hai?

– Diciannove.

– Diciannove? Oh! – La voce era quella di uno che si è portato la mano alla fronte. – Be',

mio figlio ha la tua età e non ha alcuna idea di che fare della propria vita. Non sa cosa

vuole, non sa in cosa è bravo. Forse dovrei sentirmi in colpa per questo, anche se…

45 Comunque, la settimana scorsa Michele, mio figlio, si mette in cerca di informazioni

sulle università ed ecco che capita sulla tua applicazione, la scarica, la usa e a cena me

ne parla con gli occhi che brillano.

– Cos'ha detto?

– Non ricordo i termini esatti. Ma erano esclamazioni gergali con molti punti esclamativi.

50 – Quindi bene.

– Quindi bene, Max. Posso chiamarti Max?

– Tutti mi chiamano Max.

– Bene, Max. Sì. Molto bene. E io vorrei che tu venissi da noi a parlarne.

– Da voi?

55 – A parlare dell'applicazione. All'ePark. Hai avuto un'intuizione felice, ma noi abbiamo

l'esperienza e la conoscenza per renderla più che felice. Per renderla necessaria. E per

commercializzarla.

Io a quel punto ero come in orbita dentro una stazione spaziale, ogni oggetto della camera

mi fluttuava attorno: le vecchie macchinine, i libri, le penne. Mutti – disse che potevo

60 chiamarlo così, Mutti, non signor Mutti o altro, e che potevo dargli del tu – ecco, Mutti, senza

lasciarmi il tempo di fare domande, mi raccontò una storia fatta di viaggi, collaborazioni,

giovani menti, dipingendo un futuro che risuonava dentro di me come una chiamata alle armi.

Ascoltavo la sua voce rassicurante, gradevole, e me lo immaginavo con la giacca blu e le

scarpe inglesi dentro un ufficio pieno di luce e schermi accesi; sopra la scrivania due tablet:

65 uno aperto sulla posta elettronica, uno su una rivista americana.

– Quando? – chiesi. – Quando devo venire?

– Quando vuoi.

– Ecco… mancano dieci giorni alla fine della scuola. Poi ho la maturità.

– Non riesci a prenderti un paio di giorni la prossima settimana? Arrivi il giovedì sera,

70 venerdì passiamo tutta la giornata insieme e sabato riparti. Così quanti giorni di scuola

perderesti?

– Uno. Venerdì. Mi resterebbe il lunedì che è l'ultimo.

– Che dici? È fattibile? Non voglio avere la tua maturità sulla coscienza. – Rise. – Vedi tu.

– A Roma?

75 – Pensiamo a tutto noi, ovvio: viaggio, pernottamento… – Fece una pausa e io chissà

perché lo immaginai voltarsi a scrutare fuori dalla finestra; vista Colosseo, la finestra,

vista Fori Imperiali. Poi, con la voce più bassa di un tono, aggiunse: – Ti faccio fare

una passeggiata nel nostro mondo.

Una passeggiata nel nostro mondo. Giuro. Disse così. E quell'invito riempì in un istante

80 tutti i vuoti lasciati dalle feste cui non mi avevano invitato o cui avevo rinunciato per imparare

codici e quant'altro. Se volevo andare a Roma a fare una passeggiata nel loro mondo ? In

ginocchio, ci sarei andato. Pure sul ginocchio sanguinante. Ci salutammo e promisi che gli

avrei risposto qualcosa entro breve.

Avrei voluto spalancare la finestra e far risuonare sopra i tetti del mondo il mio barbarico

85 yawp. [...]

Note:

riga

03 · l'ottusità · Stumpfsinnigkeit

07 · Carati e Rovelli Agricoltura e Bricolage · Firma für Landwirtschafts- und Heimwerkerprodukte

10 · arrancare · sich abplagen, sich schleppen

10 · la rivendita · Verkaufsstelle

13 · lo scarto · der Unterschied

20 · arrotondare · etwas dazu verdienen

22 · l'applicazione · App

22 · incrociare · hier: zusammenbringen, in Einklang bringen

24 · schiantarsi · stürzen, fallen

25/26 · l'incubatore di start-up · Zentrum, das Startup-Unternehmen auf dem Weg der Gründung unterstützt

34 · Led Zeppelin · britische Rockband

38 · inciampare · hier: darauf kommen

46 · capitare · darauf stoßen

59 · fluttuare · schweben

62 · la chiamata alle armi · Einberufung zum Militärdienst

73 · avere qualcosa sulla coscienza · etwas auf dem Gewissen haben

Un vostro amico italiano, studente di Scienze ambientali, cerca un’azienda presso cui realizzare un progetto sulla riduzione e sul riciclo dei rifiuti. In Internet ha trovato questa intervista, ma non conoscendo bene il tedesco vi chiede di spiegargli come funziona l’azienda Innatura. Scrivetegli un’e-mail in cui riportate le informazioni del testo che sono importanti per lui. (mediazione)

Aufgabe HT 3 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Klausurteil A

Roberto Saviano rivolge delle domande al fotografo Giulio Piscitelli, il quale dal 2011 si dedica al tema della migrazione.

Cosa ti ha portato a voler fissare il volto duro della questione migratoria per così tanto tempo?

[...] Era il periodo delle Primavere arabe e, guardando la televisione, assistevo come tutti

a quello che stava avvenendo a Lampedusa. Inizialmente, quasi inconsciamente, feci un

5 parallelo tra le fotografie in bianco e nero che stavo archiviando e quello che stava accadendo

a pochi passi da noi. Come giornalista cercai immediatamente di raggiungere Lampedusa e

nel 2011 mi ritrovai al centro della narrazione epica del nostro periodo. È così che è nato il

mio interesse per il tema.

Negli anni ho studiato molto, informandomi e documentandomi anche attraverso la

10 fotografia. [...] Fotografare i migranti è un modo per conoscere la realtà.

[...]

Hai vissuto anche un’esperienza di viaggio in mare su un barcone...

Sì, nel 2011, dopo la prima parte di copertura degli eventi di Lampedusa, venni a sapere

che c’era un grosso esodo di persone in fuga dai bombardamenti in Libia verso la Tunisia.

Così, mi avvicinai alla mia prima crisi umanitaria come fotogiornalista e decisi di andare al

15 confine tra Tunisia e Libia. Mi ritrovai in un enorme campo profughi, il Choucha Refugee

Camp, che in meno di una settimana si riempì di quasi 500.000 persone. Si trattava in gran

parte di lavoratori stagionali, per lo più subsahariani o bengalesi, che prima dello scoppio

della guerra lavoravano in Libia come operai.

Da un giorno all’altro queste persone si erano ritrovate a essere doppiamente migranti:

20 erano migranti per ragioni economiche, erano arrivati in Libia attirati dalle possibilità di lavoro

date dal petrolio; in seguito allo scoppio dei conflitti divennero rifugiati.

Dopo una settimana di documentazione nel campo profughi, con un amico tunisino con

cui viaggiavo, che vive a Napoli e che si occupa di integrazione e di mediazione culturale,

cercai il modo di avvicinare un contrabbandiere, un vero e proprio organizzatore di viaggi

25 clandestini. In pochi giorni il mio amico trovò una persona disposta a incontrarmi. [...]

Quando lo incontrai gli chiesi di farmi vedere l’imbarco dei migranti. Lui mi rispose che,

volendo, avrebbe potuto imbarcare anche me. Gli dissi che ci dovevo pensare, mi presi un

paio di giorni e nel frattempo valutai anche il costo dell’impresa. Inizialmente mi erano stati

chiesti tremila euro per il viaggio, ma non li avevo e proposi di poter pagare lo stesso prezzo

30 che pagavano i migranti, invece di quello che mi veniva chiesto in quanto giornalista. Non

molto tempo dopo lo richiamai un po’ titubante e dissi che volevo imbarcarmi. Da Tunisi mi

recai a Zarzis, entrai in contatto con una persona che mi portò in una safe house, una di quelle

case dove vengono ammassate le persone in attesa di imbarcarsi. Rimasi lì per circa otto

giorni, ci spostavano da una casa all’altra.

35 [...]

Dopo circa una settimana la situazione all’interno della safe house si era fatta abbastanza

tesa, le persone temevano di non riuscire più a partire. Normalmente le partenze avvenivano

dalla spiaggia di Djerba, ma la situazione quella volta era talmente incandescente che una

notte ci trasportarono su un carro da bestiame al porto di Zarzis alle quattro del mattino,

40 imbarcandoci direttamente da lì su un peschereccio. Partii con altre 120 persone circa. È stata

una delle esperienze più forti della mia vita. Il viaggio è durato circa una giornata e mezza.

L’attraversamento in nave dalla Tunisia, in realtà, sarebbe più breve, ma i motori sovraccarichi

di quelle imbarcazioni vanno molto piano. Il nostro motore si fermò due o tre volte, imbarcava

acqua. La mattina dopo fummo recuperati dalla Guardia di Finanza che era stata allertata da

45 una mia telefonata, dopo che il mio cellulare aveva iniziato nuovamente a funzionare. Al

risveglio, dopo la nottata in mare, tutto quello che vedevamo era una strisciolina di terra

all’orizzonte, ma la barca era ferma, il motore non andava più. [...]

L’acqua a bordo c’era?

A bordo c’erano acqua, latte, biscotti, che finirono però quasi subito. I ragazzi erano

50 molto giovani e, nelle prime ore di viaggio, si lanciarono in grandi festeggiamenti per la

riuscita partenza. Cosa che poi portò tutti a dare di stomaco. Io ho cercato di mangiare il

meno possibile, ma durante il viaggio si hanno comunque problemi di stomaco. Siamo stati

fortunati perché il mare non era particolarmente agitato.

Chi è venuto a salvarvi?

55 Prima la Guardia di Finanza, poi i Carabinieri e infine la Guardia costiera.

Due motovedette della Guardia di Finanza recuperarono l’intera imbarcazione.

Erano insospettiti dalla tua presenza?

Il drappello delle forze dell’ordine del centro di prima accoglienza di Lampedusa mi

fermò per accertamenti e mi chiese in maniera del tutto illegittima (io ai tempi ero già un

60 giornalista tesserato) l’intero pacchetto di foto che avevo scattato per fare un controllo. Mi

domandarono se preferivo che controllassero le foto lasciandomi poi le schede o che

bloccassero le schede aspettando la risposta del giudice per sapere se le potevano trattenere

o meno. Ovviamente feci visionare le foto per non perdere il lavoro per cui avevo appena

rischiato la vita. Si lamentarono pure per il formato delle immagini: io scattavo in formato

65 RAW, non in JPG, e quindi le foto andavano convertite per poterle vedere. Mi cancellarono

quasi una scheda, che per fortuna recuperai, e mi chiesero come ero venuto in contatto con

il contrabbandiere. Gli raccontai le pochissime cose che sapevo: che era un uomo che si

faceva chiamare Obama ma, in realtà, il suo nome era Osama e che chiedeva ai migranti

circa 900/1.000 euro a persona per il viaggio.

Il tuo libro si chiama Harraga. Cosa significa?

70 Harraga è un termine dialettale usato in alcune zone del Nord Africa, tra cui Tunisia,

Marocco e Algeria. Si riferisce alla persona che brucia i documenti per poter attraversare la

frontiera, che “brucia le frontiere”: colui che lascia il suo Paese in cerca di speranza altrove

brucia i confini, ovvero li attraversa, scavalca e sogna ardentemente un futuro nuovo. [...]

Volevo un termine che riuscisse a raccontare la necessità che queste persone avevano di

75 attraversare la frontiera nonostante fosse invalicabile.

[...]

Note:

riga

01 · fissare · hier: genau beobachten

03 · le Primavere arabe · im Dezember 2010 beginnende Serie von Protesten, Aufständen und Revolutionen gegen autoritär herrschende Regime in der arabischen Welt

12 · la copertura · hier: Berichterstattung

31 · titubante · unentschlossen, zögerlich

32 · Zarzis · tunesische Küstenstadt am Mittelmeer

38 · Djerba · Insel an der Ostküste Tunesiens

38 · incandescente · hitzig, angespannt

39 · il carro da bestiame · Viehwagen

50 · lanciarsi in grandi festeggiamenti · sich ins wilde Feiern stürzen

51 · dare di stomaco · sich übergeben

56 · la motovedetta · Schnellboot

58 · il drappello · Trupp

76 · invalicabile · unüberwindbar

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

1. Riassumete le varie fasi dell'esperienza che Giulio Piscitelli ha vissuto nel 2011. (comprensione) [12 Punkte]

Aufgabe HT 3 - Compito 2 · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung)

Klausurteil A

Roberto Saviano rivolge delle domande al fotografo Giulio Piscitelli, il quale dal 2011 si dedica al tema della migrazione.

Cosa ti ha portato a voler fissare il volto duro della questione migratoria per così tanto tempo?

[...] Era il periodo delle Primavere arabe e, guardando la televisione, assistevo come tutti

a quello che stava avvenendo a Lampedusa. Inizialmente, quasi inconsciamente, feci un

5 parallelo tra le fotografie in bianco e nero che stavo archiviando e quello che stava accadendo

a pochi passi da noi. Come giornalista cercai immediatamente di raggiungere Lampedusa e

nel 2011 mi ritrovai al centro della narrazione epica del nostro periodo. È così che è nato il

mio interesse per il tema.

Negli anni ho studiato molto, informandomi e documentandomi anche attraverso la

10 fotografia. [...] Fotografare i migranti è un modo per conoscere la realtà.

[...]

Hai vissuto anche un’esperienza di viaggio in mare su un barcone...

Sì, nel 2011, dopo la prima parte di copertura degli eventi di Lampedusa, venni a sapere

che c’era un grosso esodo di persone in fuga dai bombardamenti in Libia verso la Tunisia.

Così, mi avvicinai alla mia prima crisi umanitaria come fotogiornalista e decisi di andare al

15 confine tra Tunisia e Libia. Mi ritrovai in un enorme campo profughi, il Choucha Refugee

Camp, che in meno di una settimana si riempì di quasi 500.000 persone. Si trattava in gran

parte di lavoratori stagionali, per lo più subsahariani o bengalesi, che prima dello scoppio

della guerra lavoravano in Libia come operai.

Da un giorno all’altro queste persone si erano ritrovate a essere doppiamente migranti:

20 erano migranti per ragioni economiche, erano arrivati in Libia attirati dalle possibilità di lavoro

date dal petrolio; in seguito allo scoppio dei conflitti divennero rifugiati.

Dopo una settimana di documentazione nel campo profughi, con un amico tunisino con

cui viaggiavo, che vive a Napoli e che si occupa di integrazione e di mediazione culturale,

cercai il modo di avvicinare un contrabbandiere, un vero e proprio organizzatore di viaggi

25 clandestini. In pochi giorni il mio amico trovò una persona disposta a incontrarmi. [...]

Quando lo incontrai gli chiesi di farmi vedere l’imbarco dei migranti. Lui mi rispose che,

volendo, avrebbe potuto imbarcare anche me. Gli dissi che ci dovevo pensare, mi presi un

paio di giorni e nel frattempo valutai anche il costo dell’impresa. Inizialmente mi erano stati

chiesti tremila euro per il viaggio, ma non li avevo e proposi di poter pagare lo stesso prezzo

30 che pagavano i migranti, invece di quello che mi veniva chiesto in quanto giornalista. Non

molto tempo dopo lo richiamai un po’ titubante e dissi che volevo imbarcarmi. Da Tunisi mi

recai a Zarzis, entrai in contatto con una persona che mi portò in una safe house, una di quelle

case dove vengono ammassate le persone in attesa di imbarcarsi. Rimasi lì per circa otto

giorni, ci spostavano da una casa all’altra.

35 [...]

Dopo circa una settimana la situazione all’interno della safe house si era fatta abbastanza

tesa, le persone temevano di non riuscire più a partire. Normalmente le partenze avvenivano

dalla spiaggia di Djerba, ma la situazione quella volta era talmente incandescente che una

notte ci trasportarono su un carro da bestiame al porto di Zarzis alle quattro del mattino,

40 imbarcandoci direttamente da lì su un peschereccio. Partii con altre 120 persone circa. È stata

una delle esperienze più forti della mia vita. Il viaggio è durato circa una giornata e mezza.

L’attraversamento in nave dalla Tunisia, in realtà, sarebbe più breve, ma i motori sovraccarichi

di quelle imbarcazioni vanno molto piano. Il nostro motore si fermò due o tre volte, imbarcava

acqua. La mattina dopo fummo recuperati dalla Guardia di Finanza che era stata allertata da

45 una mia telefonata, dopo che il mio cellulare aveva iniziato nuovamente a funzionare. Al

risveglio, dopo la nottata in mare, tutto quello che vedevamo era una strisciolina di terra

all’orizzonte, ma la barca era ferma, il motore non andava più. [...]

L’acqua a bordo c’era?

A bordo c’erano acqua, latte, biscotti, che finirono però quasi subito. I ragazzi erano

50 molto giovani e, nelle prime ore di viaggio, si lanciarono in grandi festeggiamenti per la

riuscita partenza. Cosa che poi portò tutti a dare di stomaco. Io ho cercato di mangiare il

meno possibile, ma durante il viaggio si hanno comunque problemi di stomaco. Siamo stati

fortunati perché il mare non era particolarmente agitato.

Chi è venuto a salvarvi?

55 Prima la Guardia di Finanza, poi i Carabinieri e infine la Guardia costiera.

Due motovedette della Guardia di Finanza recuperarono l’intera imbarcazione.

Erano insospettiti dalla tua presenza?

Il drappello delle forze dell’ordine del centro di prima accoglienza di Lampedusa mi

fermò per accertamenti e mi chiese in maniera del tutto illegittima (io ai tempi ero già un

60 giornalista tesserato) l’intero pacchetto di foto che avevo scattato per fare un controllo. Mi

domandarono se preferivo che controllassero le foto lasciandomi poi le schede o che

bloccassero le schede aspettando la risposta del giudice per sapere se le potevano trattenere

o meno. Ovviamente feci visionare le foto per non perdere il lavoro per cui avevo appena

rischiato la vita. Si lamentarono pure per il formato delle immagini: io scattavo in formato

65 RAW, non in JPG, e quindi le foto andavano convertite per poterle vedere. Mi cancellarono

quasi una scheda, che per fortuna recuperai, e mi chiesero come ero venuto in contatto con

il contrabbandiere. Gli raccontai le pochissime cose che sapevo: che era un uomo che si

faceva chiamare Obama ma, in realtà, il suo nome era Osama e che chiedeva ai migranti

circa 900/1.000 euro a persona per il viaggio.

Il tuo libro si chiama Harraga. Cosa significa?

70 Harraga è un termine dialettale usato in alcune zone del Nord Africa, tra cui Tunisia,

Marocco e Algeria. Si riferisce alla persona che brucia i documenti per poter attraversare la

frontiera, che “brucia le frontiere”: colui che lascia il suo Paese in cerca di speranza altrove

brucia i confini, ovvero li attraversa, scavalca e sogna ardentemente un futuro nuovo. [...]

Volevo un termine che riuscisse a raccontare la necessità che queste persone avevano di

75 attraversare la frontiera nonostante fosse invalicabile.

[...]

Note:

riga

01 · fissare · hier: genau beobachten

03 · le Primavere arabe · im Dezember 2010 beginnende Serie von Protesten, Aufständen und Revolutionen gegen autoritär herrschende Regime in der arabischen Welt

12 · la copertura · hier: Berichterstattung

31 · titubante · unentschlossen, zögerlich

32 · Zarzis · tunesische Küstenstadt am Mittelmeer

38 · Djerba · Insel an der Ostküste Tunesiens

38 · incandescente · hitzig, angespannt

39 · il carro da bestiame · Viehwagen

50 · lanciarsi in grandi festeggiamenti · sich ins wilde Feiern stürzen

51 · dare di stomaco · sich übergeben

56 · la motovedetta · Schnellboot

58 · il drappello · Trupp

76 · invalicabile · unüberwindbar

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert

2. Esaminate in che modo Giulio Piscitelli vive la propria professione di fotografo in relazione al tema della migrazione. (analisi) [14 Punkte]

Aufgabe HT 3 - Compito 3.1 · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel

Klausurteil A

Roberto Saviano rivolge delle domande al fotografo Giulio Piscitelli, il quale dal 2011 si dedica al tema della migrazione.

Cosa ti ha portato a voler fissare il volto duro della questione migratoria per così tanto tempo?

[...] Era il periodo delle Primavere arabe e, guardando la televisione, assistevo come tutti

a quello che stava avvenendo a Lampedusa. Inizialmente, quasi inconsciamente, feci un

5 parallelo tra le fotografie in bianco e nero che stavo archiviando e quello che stava accadendo

a pochi passi da noi. Come giornalista cercai immediatamente di raggiungere Lampedusa e

nel 2011 mi ritrovai al centro della narrazione epica del nostro periodo. È così che è nato il

mio interesse per il tema.

Negli anni ho studiato molto, informandomi e documentandomi anche attraverso la

10 fotografia. [...] Fotografare i migranti è un modo per conoscere la realtà.

[...]

Hai vissuto anche un’esperienza di viaggio in mare su un barcone...

Sì, nel 2011, dopo la prima parte di copertura degli eventi di Lampedusa, venni a sapere

che c’era un grosso esodo di persone in fuga dai bombardamenti in Libia verso la Tunisia.

Così, mi avvicinai alla mia prima crisi umanitaria come fotogiornalista e decisi di andare al

15 confine tra Tunisia e Libia. Mi ritrovai in un enorme campo profughi, il Choucha Refugee

Camp, che in meno di una settimana si riempì di quasi 500.000 persone. Si trattava in gran

parte di lavoratori stagionali, per lo più subsahariani o bengalesi, che prima dello scoppio

della guerra lavoravano in Libia come operai.

Da un giorno all’altro queste persone si erano ritrovate a essere doppiamente migranti:

20 erano migranti per ragioni economiche, erano arrivati in Libia attirati dalle possibilità di lavoro

date dal petrolio; in seguito allo scoppio dei conflitti divennero rifugiati.

Dopo una settimana di documentazione nel campo profughi, con un amico tunisino con

cui viaggiavo, che vive a Napoli e che si occupa di integrazione e di mediazione culturale,

cercai il modo di avvicinare un contrabbandiere, un vero e proprio organizzatore di viaggi

25 clandestini. In pochi giorni il mio amico trovò una persona disposta a incontrarmi. [...]

Quando lo incontrai gli chiesi di farmi vedere l’imbarco dei migranti. Lui mi rispose che,

volendo, avrebbe potuto imbarcare anche me. Gli dissi che ci dovevo pensare, mi presi un

paio di giorni e nel frattempo valutai anche il costo dell’impresa. Inizialmente mi erano stati

chiesti tremila euro per il viaggio, ma non li avevo e proposi di poter pagare lo stesso prezzo

30 che pagavano i migranti, invece di quello che mi veniva chiesto in quanto giornalista. Non

molto tempo dopo lo richiamai un po’ titubante e dissi che volevo imbarcarmi. Da Tunisi mi

recai a Zarzis, entrai in contatto con una persona che mi portò in una safe house, una di quelle

case dove vengono ammassate le persone in attesa di imbarcarsi. Rimasi lì per circa otto

giorni, ci spostavano da una casa all’altra.

35 [...]

Dopo circa una settimana la situazione all’interno della safe house si era fatta abbastanza

tesa, le persone temevano di non riuscire più a partire. Normalmente le partenze avvenivano

dalla spiaggia di Djerba, ma la situazione quella volta era talmente incandescente che una

notte ci trasportarono su un carro da bestiame al porto di Zarzis alle quattro del mattino,

40 imbarcandoci direttamente da lì su un peschereccio. Partii con altre 120 persone circa. È stata

una delle esperienze più forti della mia vita. Il viaggio è durato circa una giornata e mezza.

L’attraversamento in nave dalla Tunisia, in realtà, sarebbe più breve, ma i motori sovraccarichi

di quelle imbarcazioni vanno molto piano. Il nostro motore si fermò due o tre volte, imbarcava

acqua. La mattina dopo fummo recuperati dalla Guardia di Finanza che era stata allertata da

45 una mia telefonata, dopo che il mio cellulare aveva iniziato nuovamente a funzionare. Al

risveglio, dopo la nottata in mare, tutto quello che vedevamo era una strisciolina di terra

all’orizzonte, ma la barca era ferma, il motore non andava più. [...]

L’acqua a bordo c’era?

A bordo c’erano acqua, latte, biscotti, che finirono però quasi subito. I ragazzi erano

50 molto giovani e, nelle prime ore di viaggio, si lanciarono in grandi festeggiamenti per la

riuscita partenza. Cosa che poi portò tutti a dare di stomaco. Io ho cercato di mangiare il

meno possibile, ma durante il viaggio si hanno comunque problemi di stomaco. Siamo stati

fortunati perché il mare non era particolarmente agitato.

Chi è venuto a salvarvi?

55 Prima la Guardia di Finanza, poi i Carabinieri e infine la Guardia costiera.

Due motovedette della Guardia di Finanza recuperarono l’intera imbarcazione.

Erano insospettiti dalla tua presenza?

Il drappello delle forze dell’ordine del centro di prima accoglienza di Lampedusa mi

fermò per accertamenti e mi chiese in maniera del tutto illegittima (io ai tempi ero già un

60 giornalista tesserato) l’intero pacchetto di foto che avevo scattato per fare un controllo. Mi

domandarono se preferivo che controllassero le foto lasciandomi poi le schede o che

bloccassero le schede aspettando la risposta del giudice per sapere se le potevano trattenere

o meno. Ovviamente feci visionare le foto per non perdere il lavoro per cui avevo appena

rischiato la vita. Si lamentarono pure per il formato delle immagini: io scattavo in formato

65 RAW, non in JPG, e quindi le foto andavano convertite per poterle vedere. Mi cancellarono

quasi una scheda, che per fortuna recuperai, e mi chiesero come ero venuto in contatto con

il contrabbandiere. Gli raccontai le pochissime cose che sapevo: che era un uomo che si

faceva chiamare Obama ma, in realtà, il suo nome era Osama e che chiedeva ai migranti

circa 900/1.000 euro a persona per il viaggio.

Il tuo libro si chiama Harraga. Cosa significa?

70 Harraga è un termine dialettale usato in alcune zone del Nord Africa, tra cui Tunisia,

Marocco e Algeria. Si riferisce alla persona che brucia i documenti per poter attraversare la

frontiera, che “brucia le frontiere”: colui che lascia il suo Paese in cerca di speranza altrove

brucia i confini, ovvero li attraversa, scavalca e sogna ardentemente un futuro nuovo. [...]

Volevo un termine che riuscisse a raccontare la necessità che queste persone avevano di

75 attraversare la frontiera nonostante fosse invalicabile.

[...]

Note:

riga

01 · fissare · hier: genau beobachten

03 · le Primavere arabe · im Dezember 2010 beginnende Serie von Protesten, Aufständen und Revolutionen gegen autoritär herrschende Regime in der arabischen Welt

12 · la copertura · hier: Berichterstattung

31 · titubante · unentschlossen, zögerlich

32 · Zarzis · tunesische Küstenstadt am Mittelmeer

38 · Djerba · Insel an der Ostküste Tunesiens

38 · incandescente · hitzig, angespannt

39 · il carro da bestiame · Viehwagen

50 · lanciarsi in grandi festeggiamenti · sich ins wilde Feiern stürzen

51 · dare di stomaco · sich übergeben

56 · la motovedetta · Schnellboot

58 · il drappello · Trupp

76 · invalicabile · unüberwindbar

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert — Compito a scelta

3.1 Scrivete un articolo per la Repubblica@scuola (l'edizione online del quotidiano rivolta ai giovani): confrontate la situazione e le prospettive degli immigrati che giungono in Italia ancora oggi con quelle descritte da Giulio Piscitelli e commentate inoltre come sono cambiate le politiche migratorie italiane nell'ultimo decennio. (produzione libera) [16 Punkte]

Aufgabe HT 3 - Compito 3.2 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Klausurteil A

Roberto Saviano rivolge delle domande al fotografo Giulio Piscitelli, il quale dal 2011 si dedica al tema della migrazione.

Cosa ti ha portato a voler fissare il volto duro della questione migratoria per così tanto tempo?

[...] Era il periodo delle Primavere arabe e, guardando la televisione, assistevo come tutti

a quello che stava avvenendo a Lampedusa. Inizialmente, quasi inconsciamente, feci un

5 parallelo tra le fotografie in bianco e nero che stavo archiviando e quello che stava accadendo

a pochi passi da noi. Come giornalista cercai immediatamente di raggiungere Lampedusa e

nel 2011 mi ritrovai al centro della narrazione epica del nostro periodo. È così che è nato il

mio interesse per il tema.

Negli anni ho studiato molto, informandomi e documentandomi anche attraverso la

10 fotografia. [...] Fotografare i migranti è un modo per conoscere la realtà.

[...]

Hai vissuto anche un’esperienza di viaggio in mare su un barcone...

Sì, nel 2011, dopo la prima parte di copertura degli eventi di Lampedusa, venni a sapere

che c’era un grosso esodo di persone in fuga dai bombardamenti in Libia verso la Tunisia.

Così, mi avvicinai alla mia prima crisi umanitaria come fotogiornalista e decisi di andare al

15 confine tra Tunisia e Libia. Mi ritrovai in un enorme campo profughi, il Choucha Refugee

Camp, che in meno di una settimana si riempì di quasi 500.000 persone. Si trattava in gran

parte di lavoratori stagionali, per lo più subsahariani o bengalesi, che prima dello scoppio

della guerra lavoravano in Libia come operai.

Da un giorno all’altro queste persone si erano ritrovate a essere doppiamente migranti:

20 erano migranti per ragioni economiche, erano arrivati in Libia attirati dalle possibilità di lavoro

date dal petrolio; in seguito allo scoppio dei conflitti divennero rifugiati.

Dopo una settimana di documentazione nel campo profughi, con un amico tunisino con

cui viaggiavo, che vive a Napoli e che si occupa di integrazione e di mediazione culturale,

cercai il modo di avvicinare un contrabbandiere, un vero e proprio organizzatore di viaggi

25 clandestini. In pochi giorni il mio amico trovò una persona disposta a incontrarmi. [...]

Quando lo incontrai gli chiesi di farmi vedere l’imbarco dei migranti. Lui mi rispose che,

volendo, avrebbe potuto imbarcare anche me. Gli dissi che ci dovevo pensare, mi presi un

paio di giorni e nel frattempo valutai anche il costo dell’impresa. Inizialmente mi erano stati

chiesti tremila euro per il viaggio, ma non li avevo e proposi di poter pagare lo stesso prezzo

30 che pagavano i migranti, invece di quello che mi veniva chiesto in quanto giornalista. Non

molto tempo dopo lo richiamai un po’ titubante e dissi che volevo imbarcarmi. Da Tunisi mi

recai a Zarzis, entrai in contatto con una persona che mi portò in una safe house, una di quelle

case dove vengono ammassate le persone in attesa di imbarcarsi. Rimasi lì per circa otto

giorni, ci spostavano da una casa all’altra.

35 [...]

Dopo circa una settimana la situazione all’interno della safe house si era fatta abbastanza

tesa, le persone temevano di non riuscire più a partire. Normalmente le partenze avvenivano

dalla spiaggia di Djerba, ma la situazione quella volta era talmente incandescente che una

notte ci trasportarono su un carro da bestiame al porto di Zarzis alle quattro del mattino,

40 imbarcandoci direttamente da lì su un peschereccio. Partii con altre 120 persone circa. È stata

una delle esperienze più forti della mia vita. Il viaggio è durato circa una giornata e mezza.

L’attraversamento in nave dalla Tunisia, in realtà, sarebbe più breve, ma i motori sovraccarichi

di quelle imbarcazioni vanno molto piano. Il nostro motore si fermò due o tre volte, imbarcava

acqua. La mattina dopo fummo recuperati dalla Guardia di Finanza che era stata allertata da

45 una mia telefonata, dopo che il mio cellulare aveva iniziato nuovamente a funzionare. Al

risveglio, dopo la nottata in mare, tutto quello che vedevamo era una strisciolina di terra

all’orizzonte, ma la barca era ferma, il motore non andava più. [...]

L’acqua a bordo c’era?

A bordo c’erano acqua, latte, biscotti, che finirono però quasi subito. I ragazzi erano

50 molto giovani e, nelle prime ore di viaggio, si lanciarono in grandi festeggiamenti per la

riuscita partenza. Cosa che poi portò tutti a dare di stomaco. Io ho cercato di mangiare il

meno possibile, ma durante il viaggio si hanno comunque problemi di stomaco. Siamo stati

fortunati perché il mare non era particolarmente agitato.

Chi è venuto a salvarvi?

55 Prima la Guardia di Finanza, poi i Carabinieri e infine la Guardia costiera.

Due motovedette della Guardia di Finanza recuperarono l’intera imbarcazione.

Erano insospettiti dalla tua presenza?

Il drappello delle forze dell’ordine del centro di prima accoglienza di Lampedusa mi

fermò per accertamenti e mi chiese in maniera del tutto illegittima (io ai tempi ero già un

60 giornalista tesserato) l’intero pacchetto di foto che avevo scattato per fare un controllo. Mi

domandarono se preferivo che controllassero le foto lasciandomi poi le schede o che

bloccassero le schede aspettando la risposta del giudice per sapere se le potevano trattenere

o meno. Ovviamente feci visionare le foto per non perdere il lavoro per cui avevo appena

rischiato la vita. Si lamentarono pure per il formato delle immagini: io scattavo in formato

65 RAW, non in JPG, e quindi le foto andavano convertite per poterle vedere. Mi cancellarono

quasi una scheda, che per fortuna recuperai, e mi chiesero come ero venuto in contatto con

il contrabbandiere. Gli raccontai le pochissime cose che sapevo: che era un uomo che si

faceva chiamare Obama ma, in realtà, il suo nome era Osama e che chiedeva ai migranti

circa 900/1.000 euro a persona per il viaggio.

Il tuo libro si chiama Harraga. Cosa significa?

70 Harraga è un termine dialettale usato in alcune zone del Nord Africa, tra cui Tunisia,

Marocco e Algeria. Si riferisce alla persona che brucia i documenti per poter attraversare la

frontiera, che “brucia le frontiere”: colui che lascia il suo Paese in cerca di speranza altrove

brucia i confini, ovvero li attraversa, scavalca e sogna ardentemente un futuro nuovo. [...]

Volevo un termine che riuscisse a raccontare la necessità che queste persone avevano di

75 attraversare la frontiera nonostante fosse invalicabile.

[...]

Note:

riga

01 · fissare · hier: genau beobachten

03 · le Primavere arabe · im Dezember 2010 beginnende Serie von Protesten, Aufständen und Revolutionen gegen autoritär herrschende Regime in der arabischen Welt

12 · la copertura · hier: Berichterstattung

31 · titubante · unentschlossen, zögerlich

32 · Zarzis · tunesische Küstenstadt am Mittelmeer

38 · Djerba · Insel an der Ostküste Tunesiens

38 · incandescente · hitzig, angespannt

39 · il carro da bestiame · Viehwagen

50 · lanciarsi in grandi festeggiamenti · sich ins wilde Feiern stürzen

51 · dare di stomaco · sich übergeben

56 · la motovedetta · Schnellboot

58 · il drappello · Trupp

76 · invalicabile · unüberwindbar

Klausurteil A: Leseverstehen und Schreiben integriert — Compito a scelta

«Si riferisce alla persona che brucia i documenti per poter attraversare la frontiera, che “brucia le frontiere”: colui che lascia il suo Paese in cerca di speranza altrove brucia i confini, ovvero li attraversa, scavalca e sogna ardentemente un futuro nuovo.» (r. 72–74)

3.2 Commentate il titolo del libro e il chiarimento fornito da Piscitelli, presentando le opportunità e le difficoltà degli immigrati che anche oggi giungono in Italia in circostanze analoghe a quelle del testo. (commento) [16 Punkte]

Aufgabe HT 3 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Klausurteil A

Roberto Saviano rivolge delle domande al fotografo Giulio Piscitelli, il quale dal 2011 si dedica al tema della migrazione.

Cosa ti ha portato a voler fissare il volto duro della questione migratoria per così tanto tempo?

[...] Era il periodo delle Primavere arabe e, guardando la televisione, assistevo come tutti

a quello che stava avvenendo a Lampedusa. Inizialmente, quasi inconsciamente, feci un

5 parallelo tra le fotografie in bianco e nero che stavo archiviando e quello che stava accadendo

a pochi passi da noi. Come giornalista cercai immediatamente di raggiungere Lampedusa e

nel 2011 mi ritrovai al centro della narrazione epica del nostro periodo. È così che è nato il

mio interesse per il tema.

Negli anni ho studiato molto, informandomi e documentandomi anche attraverso la

10 fotografia. [...] Fotografare i migranti è un modo per conoscere la realtà.

[...]

Hai vissuto anche un’esperienza di viaggio in mare su un barcone...

Sì, nel 2011, dopo la prima parte di copertura degli eventi di Lampedusa, venni a sapere

che c’era un grosso esodo di persone in fuga dai bombardamenti in Libia verso la Tunisia.

Così, mi avvicinai alla mia prima crisi umanitaria come fotogiornalista e decisi di andare al

15 confine tra Tunisia e Libia. Mi ritrovai in un enorme campo profughi, il Choucha Refugee

Camp, che in meno di una settimana si riempì di quasi 500.000 persone. Si trattava in gran

parte di lavoratori stagionali, per lo più subsahariani o bengalesi, che prima dello scoppio

della guerra lavoravano in Libia come operai.

Da un giorno all’altro queste persone si erano ritrovate a essere doppiamente migranti:

20 erano migranti per ragioni economiche, erano arrivati in Libia attirati dalle possibilità di lavoro

date dal petrolio; in seguito allo scoppio dei conflitti divennero rifugiati.

Dopo una settimana di documentazione nel campo profughi, con un amico tunisino con

cui viaggiavo, che vive a Napoli e che si occupa di integrazione e di mediazione culturale,

cercai il modo di avvicinare un contrabbandiere, un vero e proprio organizzatore di viaggi

25 clandestini. In pochi giorni il mio amico trovò una persona disposta a incontrarmi. [...]

Quando lo incontrai gli chiesi di farmi vedere l’imbarco dei migranti. Lui mi rispose che,

volendo, avrebbe potuto imbarcare anche me. Gli dissi che ci dovevo pensare, mi presi un

paio di giorni e nel frattempo valutai anche il costo dell’impresa. Inizialmente mi erano stati

chiesti tremila euro per il viaggio, ma non li avevo e proposi di poter pagare lo stesso prezzo

30 che pagavano i migranti, invece di quello che mi veniva chiesto in quanto giornalista. Non

molto tempo dopo lo richiamai un po’ titubante e dissi che volevo imbarcarmi. Da Tunisi mi

recai a Zarzis, entrai in contatto con una persona che mi portò in una safe house, una di quelle

case dove vengono ammassate le persone in attesa di imbarcarsi. Rimasi lì per circa otto

giorni, ci spostavano da una casa all’altra.

35 [...]

Dopo circa una settimana la situazione all’interno della safe house si era fatta abbastanza

tesa, le persone temevano di non riuscire più a partire. Normalmente le partenze avvenivano

dalla spiaggia di Djerba, ma la situazione quella volta era talmente incandescente che una

notte ci trasportarono su un carro da bestiame al porto di Zarzis alle quattro del mattino,

40 imbarcandoci direttamente da lì su un peschereccio. Partii con altre 120 persone circa. È stata

una delle esperienze più forti della mia vita. Il viaggio è durato circa una giornata e mezza.

L’attraversamento in nave dalla Tunisia, in realtà, sarebbe più breve, ma i motori sovraccarichi

di quelle imbarcazioni vanno molto piano. Il nostro motore si fermò due o tre volte, imbarcava

acqua. La mattina dopo fummo recuperati dalla Guardia di Finanza che era stata allertata da

45 una mia telefonata, dopo che il mio cellulare aveva iniziato nuovamente a funzionare. Al

risveglio, dopo la nottata in mare, tutto quello che vedevamo era una strisciolina di terra

all’orizzonte, ma la barca era ferma, il motore non andava più. [...]

L’acqua a bordo c’era?

A bordo c’erano acqua, latte, biscotti, che finirono però quasi subito. I ragazzi erano

50 molto giovani e, nelle prime ore di viaggio, si lanciarono in grandi festeggiamenti per la

riuscita partenza. Cosa che poi portò tutti a dare di stomaco. Io ho cercato di mangiare il

meno possibile, ma durante il viaggio si hanno comunque problemi di stomaco. Siamo stati

fortunati perché il mare non era particolarmente agitato.

Chi è venuto a salvarvi?

55 Prima la Guardia di Finanza, poi i Carabinieri e infine la Guardia costiera.

Due motovedette della Guardia di Finanza recuperarono l’intera imbarcazione.

Erano insospettiti dalla tua presenza?

Il drappello delle forze dell’ordine del centro di prima accoglienza di Lampedusa mi

fermò per accertamenti e mi chiese in maniera del tutto illegittima (io ai tempi ero già un

60 giornalista tesserato) l’intero pacchetto di foto che avevo scattato per fare un controllo. Mi

domandarono se preferivo che controllassero le foto lasciandomi poi le schede o che

bloccassero le schede aspettando la risposta del giudice per sapere se le potevano trattenere

o meno. Ovviamente feci visionare le foto per non perdere il lavoro per cui avevo appena

rischiato la vita. Si lamentarono pure per il formato delle immagini: io scattavo in formato

65 RAW, non in JPG, e quindi le foto andavano convertite per poterle vedere. Mi cancellarono

quasi una scheda, che per fortuna recuperai, e mi chiesero come ero venuto in contatto con

il contrabbandiere. Gli raccontai le pochissime cose che sapevo: che era un uomo che si

faceva chiamare Obama ma, in realtà, il suo nome era Osama e che chiedeva ai migranti

circa 900/1.000 euro a persona per il viaggio.

Il tuo libro si chiama Harraga. Cosa significa?

70 Harraga è un termine dialettale usato in alcune zone del Nord Africa, tra cui Tunisia,

Marocco e Algeria. Si riferisce alla persona che brucia i documenti per poter attraversare la

frontiera, che “brucia le frontiere”: colui che lascia il suo Paese in cerca di speranza altrove

brucia i confini, ovvero li attraversa, scavalca e sogna ardentemente un futuro nuovo. [...]

Volevo un termine che riuscisse a raccontare la necessità che queste persone avevano di

75 attraversare la frontiera nonostante fosse invalicabile.

[...]

Note:

riga

01 · fissare · hier: genau beobachten

03 · le Primavere arabe · im Dezember 2010 beginnende Serie von Protesten, Aufständen und Revolutionen gegen autoritär herrschende Regime in der arabischen Welt

12 · la copertura · hier: Berichterstattung

31 · titubante · unentschlossen, zögerlich

32 · Zarzis · tunesische Küstenstadt am Mittelmeer

38 · Djerba · Insel an der Ostküste Tunesiens

38 · incandescente · hitzig, angespannt

39 · il carro da bestiame · Viehwagen

50 · lanciarsi in grandi festeggiamenti · sich ins wilde Feiern stürzen

51 · dare di stomaco · sich übergeben

56 · la motovedetta · Schnellboot

58 · il drappello · Trupp

76 · invalicabile · unüberwindbar

Klausurteil B: Sprachmittlung isoliert

Compito:

Un'amica italiana sta preparando una ricerca per un progetto intitolato "Giovani immigrati: una risorsa per la società europea". Avete trovato questa intervista e credete che possa esserle utile.

Scrivete un'e-mail all'amica e riportatele le informazioni del testo che sono importanti per la sua ricerca. (mediazione)

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