Abitur NRW Italienisch 2023 · LK · Haupttermin · fortgeführt

Abiturprüfung Italienisch in Nordrhein-Westfalen 2023, LK · Haupttermin · fortgeführt: 8 Aufgaben mit Lösungen. Mit automatischer Korrektur.

Themen der Prüfung: Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete) · Analyse literarischer Texte (Figuren, Erzählweise, Sprache) · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung) · Stellungnahme und Kommentar (Commentate) · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Aufgabe HT 1 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Klausurteil A

Cemento, avanti tutta

Quattrocento ettari di nuove costruzioni autorizzate in soli tre mesi. Neppure la pandemia frena il far west edilizio che divora due metri quadri al secondo

Antonio Cederna, uno dei padri nobili dell’ambientalismo in Italia, la chiamava «crosta».

Una «crosta repellente di cemento e asfalto», uno strato artificiale e impermeabile che soffoca

la terra, distrugge per sempre i prati, boschi, campagne, spiagge e coste. Dopo tanti annunci

e promesse di svolta verde, transizione ecologica e piani contro l’emergenza climatica, ci si

5 poteva illudere che anche in Italia, sia pure con decenni di ritardo rispetto ai più civili Paesi

europei […], si cominciasse finalmente a fermare la cementificazione del territorio. Invece

la crosta continua a gonfiarsi. Solo nel 2020, con l’economia ferma e gli italiani chiusi in casa

per la pandemia, l’Italia ha perso più di 51 chilometri quadrati di suolo naturale. È una cifra

impressionante soprattutto perché non è un’eccezione: l’Italia verde continua da decenni a

10 sparire al ritmo (minimo) di oltre 14 ettari al giorno, quasi due metri quadrati al secondo.

Quest’anno, nonostante la crisi sanitaria e produttiva, la speculazione edilizia è ripartita

ancora più forte: solo nei primi tre mesi del 2021 sono state autorizzate nuove costruzioni per

altri quattro milioni di metri quadrati. Migliaia di nuove case e fabbricati residenziali, centri

commerciali e capannoni logistici, a cui si aggiungono strade e parcheggi asfaltati, cantieri

15 e cave. Approvati da Regioni e Comuni soprattutto nelle zone più urbanizzate. Come l’intera

fascia pedemontana tra Piemonte, Lombardia e Veneto, ormai diventata un’unica caotica

megalopoli padana. Le coste della Romagna, Marche e Abruzzo, nei tratti rimasti liberi da

palazzoni vista mare costruiti negli anni del boom economico. Le poche aree ancora agricole

attorno alle grandi città, come Roma, Catania, Firenze, Torino, Milano. E chilometri di coste

20 fino a ieri intatte, soprattutto in Sardegna, Sicilia e Salento.

Cemento e asfalto continuano a consumare il fragile territorio italiano dal secondo

dopoguerra, senza soste: più di mezzo secolo di sacco edilizio. L’Istat pubblica i dati ufficiali

dei «permessi di costruire» rilasciati negli ultimi vent’anni. Dal 2000 al 2007 in Italia sono

stati autorizzati, ogni anno, più di 40 milioni di metri quadrati di nuovi fabbricati (con punte

25 di oltre 52). La velocità dell’assalto al territorio si è ridotta, di poco, con la recessione del

2008-2009, fino a scendere a 11 milioni nel 2014. Da allora è ripresa: solo nel 2019 i Comuni

hanno concesso licenze per altri 17 milioni di metri quadrati e nel 2020, nonostante il Covid-19,

per ulteriori 13 milioni. Nel primo trimestre del 2021 si è ripartiti alla grande, con tutti gli

indici in aumento: più 16 per cento per gli edifici residenziali, più 26 per i capannoni.

30 I dati dell’Istat sono allucinanti ma parziali: non conteggiano la massa degli abusi edilizi,

che nel nostro Paese è incalcolabile. E tutte le superfici esterne ai fabbricati, anche se ricoperte

da strade o parcheggi asfaltati. Quindi la crosta è molto più grande. A misurarne la costante

espansione sono i ricercatori dell’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra), che

mettono a confronto le fotografie aeree della stessa zona, a distanza di dodici mesi. Risultato:

35 solo nel 2020 […] sono stati consumati oltre 56 chilometri quadrati di suolo italico. E ne sono

tornati liberi solo 5, per lo più in cantieri abbandonati dopo la fine dei lavori. Quindi il rapporto

tra verde e cemento è rovinoso: per ogni chilometro quadrato restituito alla natura, bene o

male, la crosta se ne mangia altri dieci.

Le direttive dell’Unione europea prevedono di consumare sempre meno suolo, con riduzioni

40 graduali e continue, per scendere a zero entro il 2050. In Germania e nei Paesi scandinavi

importanti amministrazioni pubbliche hanno invertito da tempo la rotta, realizzando piani

per ri-naturalizzare, anziché cementificare. «In Italia è un disastro, c’è un consumo di suolo

continuo e insensato, che distrugge le ricchezze naturali, il paesaggio, la nostra identità

territoriale», commenta il professor Paolo Pileri, che insegna Pianificazione urbanistica al

45 Politecnico di Milano e fa parte del comitato scientifico che ha curato il rapporto dell’Ispra:

«Purtroppo siamo un Paese fondato sulla speculazione edilizia, che è una rendita parassitaria,

utile a pochissimi e dannosa per tutti gli altri cittadini».

Il problema è politico. E legale. Un buon terreno agricolo può valere 20-30 euro al metro

quadrato. Se diventa edificabile, con l’aiuto di politici e funzionari compiacenti, lo si vende

50 ad almeno 200-300, senza fare niente. Spendi uno, incassi dieci: solo con la droga si guadagna

di più. […]

Ma come si può salvare, oggi, ciò che resta del Belpaese? […] Dunque, sarebbe una perfetta

attuazione della Costituzione varare una legge urbanistica nazionale, per imporre regole chiare

in tutta Italia. Una legge-catenaccio, con limiti inderogabili, in nome dell’ambiente: nelle aree

55 a rischio di frane o alluvioni, nelle oasi ecologiche o sulle coste dei mari, laghi e fiumi, i privati

non possono costruire più niente. Si fanno solo opere di difesa idrogeologica, depuratori,

acquedotti e lavori pubblici essenziali. […]

Una legge-catenaccio è invocata anche dagli urbanisti dell’Ispra, che definiscono il suolo

[…] «una risorsa limitata, non rinnovabile visti i tempi lunghi di formazione, che va preservata

60 per le generazioni future». Perché assicura «molti servizi vitali per l’esistenza umana: fornitura

di cibo, legno e materie prime, regolazione del clima, pulizia dell’aria e dell’acqua, controllo

dell’erosione, mitigazione dei fenomeni idrogeologici estremi, riserva di biodiversità». Secondo

i dati europei, il degrado dei suoli sta provocando «danni economici per oltre 50 miliardi di

euro all’anno».

65 In Italia però, con rare eccezioni, Comuni e Regioni continuano a cementificare […].

Per avere un’Italia più verde, forse una soluzione c’è: basta colorare di verde il cemento.

Note:

riga

04 · la svolta verde · der ökologische Wandel

04 · la transizione ecologica · die ökologische Wende

07 · gonfiarsi · sich ausdehnen

11 · la speculazione edilizia · Bauspekulation

13 · il fabbricato residenziale · Wohngebäude

16 · la fascia pedemontana · Gegend am Fuß der Alpen

17 · padano · von der Poebene

22 · il sacco edilizio · Bauspekulation

22 · l'Istat · Istituto nazionale di statistica (italienisches Amt für Statistik)

41 · invertire la rotta · den Kurs ändern

45 · il Politecnico di Milano · Technische Universität in Mailand

49 · edificabile · bebaubar

53 · varare una legge · ein Gesetz verabschieden

54 · una legge-catenaccio · ein Gesetz, das Veränderungen verhindert

54 · inderogabile · unumgänglich, unerlässlich

56 · le opere di difesa idrogeologica · Baumaßnahmen zum Schutz vor Schäden, die mit Grundwasser im Zusammenhang stehen

1.

Riassumete le informazioni numeriche sul settore edilizio in Italia dal 2000 fino a oggi. ( comprensione) [12 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 2 · Analyse nicht-literarischer Texte (Argumentation und Darstellung)

Klausurteil A

Cemento, avanti tutta

Quattrocento ettari di nuove costruzioni autorizzate in soli tre mesi. Neppure la pandemia frena il far west edilizio che divora due metri quadri al secondo

Antonio Cederna, uno dei padri nobili dell’ambientalismo in Italia, la chiamava «crosta».

Una «crosta repellente di cemento e asfalto», uno strato artificiale e impermeabile che soffoca

la terra, distrugge per sempre i prati, boschi, campagne, spiagge e coste. Dopo tanti annunci

e promesse di svolta verde, transizione ecologica e piani contro l’emergenza climatica, ci si

5 poteva illudere che anche in Italia, sia pure con decenni di ritardo rispetto ai più civili Paesi

europei […], si cominciasse finalmente a fermare la cementificazione del territorio. Invece

la crosta continua a gonfiarsi. Solo nel 2020, con l’economia ferma e gli italiani chiusi in casa

per la pandemia, l’Italia ha perso più di 51 chilometri quadrati di suolo naturale. È una cifra

impressionante soprattutto perché non è un’eccezione: l’Italia verde continua da decenni a

10 sparire al ritmo (minimo) di oltre 14 ettari al giorno, quasi due metri quadrati al secondo.

Quest’anno, nonostante la crisi sanitaria e produttiva, la speculazione edilizia è ripartita

ancora più forte: solo nei primi tre mesi del 2021 sono state autorizzate nuove costruzioni per

altri quattro milioni di metri quadrati. Migliaia di nuove case e fabbricati residenziali, centri

commerciali e capannoni logistici, a cui si aggiungono strade e parcheggi asfaltati, cantieri

15 e cave. Approvati da Regioni e Comuni soprattutto nelle zone più urbanizzate. Come l’intera

fascia pedemontana tra Piemonte, Lombardia e Veneto, ormai diventata un’unica caotica

megalopoli padana. Le coste della Romagna, Marche e Abruzzo, nei tratti rimasti liberi da

palazzoni vista mare costruiti negli anni del boom economico. Le poche aree ancora agricole

attorno alle grandi città, come Roma, Catania, Firenze, Torino, Milano. E chilometri di coste

20 fino a ieri intatte, soprattutto in Sardegna, Sicilia e Salento.

Cemento e asfalto continuano a consumare il fragile territorio italiano dal secondo

dopoguerra, senza soste: più di mezzo secolo di sacco edilizio. L’Istat pubblica i dati ufficiali

dei «permessi di costruire» rilasciati negli ultimi vent’anni. Dal 2000 al 2007 in Italia sono

stati autorizzati, ogni anno, più di 40 milioni di metri quadrati di nuovi fabbricati (con punte

25 di oltre 52). La velocità dell’assalto al territorio si è ridotta, di poco, con la recessione del

2008-2009, fino a scendere a 11 milioni nel 2014. Da allora è ripresa: solo nel 2019 i Comuni

hanno concesso licenze per altri 17 milioni di metri quadrati e nel 2020, nonostante il Covid-19,

per ulteriori 13 milioni. Nel primo trimestre del 2021 si è ripartiti alla grande, con tutti gli

indici in aumento: più 16 per cento per gli edifici residenziali, più 26 per i capannoni.

30 I dati dell’Istat sono allucinanti ma parziali: non conteggiano la massa degli abusi edilizi,

che nel nostro Paese è incalcolabile. E tutte le superfici esterne ai fabbricati, anche se ricoperte

da strade o parcheggi asfaltati. Quindi la crosta è molto più grande. A misurarne la costante

espansione sono i ricercatori dell’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra), che

mettono a confronto le fotografie aeree della stessa zona, a distanza di dodici mesi. Risultato:

35 solo nel 2020 […] sono stati consumati oltre 56 chilometri quadrati di suolo italico. E ne sono

tornati liberi solo 5, per lo più in cantieri abbandonati dopo la fine dei lavori. Quindi il rapporto

tra verde e cemento è rovinoso: per ogni chilometro quadrato restituito alla natura, bene o

male, la crosta se ne mangia altri dieci.

Le direttive dell’Unione europea prevedono di consumare sempre meno suolo, con riduzioni

40 graduali e continue, per scendere a zero entro il 2050. In Germania e nei Paesi scandinavi

importanti amministrazioni pubbliche hanno invertito da tempo la rotta, realizzando piani

per ri-naturalizzare, anziché cementificare. «In Italia è un disastro, c’è un consumo di suolo

continuo e insensato, che distrugge le ricchezze naturali, il paesaggio, la nostra identità

territoriale», commenta il professor Paolo Pileri, che insegna Pianificazione urbanistica al

45 Politecnico di Milano e fa parte del comitato scientifico che ha curato il rapporto dell’Ispra:

«Purtroppo siamo un Paese fondato sulla speculazione edilizia, che è una rendita parassitaria,

utile a pochissimi e dannosa per tutti gli altri cittadini».

Il problema è politico. E legale. Un buon terreno agricolo può valere 20-30 euro al metro

quadrato. Se diventa edificabile, con l’aiuto di politici e funzionari compiacenti, lo si vende

50 ad almeno 200-300, senza fare niente. Spendi uno, incassi dieci: solo con la droga si guadagna

di più. […]

Ma come si può salvare, oggi, ciò che resta del Belpaese? […] Dunque, sarebbe una perfetta

attuazione della Costituzione varare una legge urbanistica nazionale, per imporre regole chiare

in tutta Italia. Una legge-catenaccio, con limiti inderogabili, in nome dell’ambiente: nelle aree

55 a rischio di frane o alluvioni, nelle oasi ecologiche o sulle coste dei mari, laghi e fiumi, i privati

non possono costruire più niente. Si fanno solo opere di difesa idrogeologica, depuratori,

acquedotti e lavori pubblici essenziali. […]

Una legge-catenaccio è invocata anche dagli urbanisti dell’Ispra, che definiscono il suolo

[…] «una risorsa limitata, non rinnovabile visti i tempi lunghi di formazione, che va preservata

60 per le generazioni future». Perché assicura «molti servizi vitali per l’esistenza umana: fornitura

di cibo, legno e materie prime, regolazione del clima, pulizia dell’aria e dell’acqua, controllo

dell’erosione, mitigazione dei fenomeni idrogeologici estremi, riserva di biodiversità». Secondo

i dati europei, il degrado dei suoli sta provocando «danni economici per oltre 50 miliardi di

euro all’anno».

65 In Italia però, con rare eccezioni, Comuni e Regioni continuano a cementificare […].

Per avere un’Italia più verde, forse una soluzione c’è: basta colorare di verde il cemento.

Note:

riga

04 · la svolta verde · der ökologische Wandel

04 · la transizione ecologica · die ökologische Wende

07 · gonfiarsi · sich ausdehnen

11 · la speculazione edilizia · Bauspekulation

13 · il fabbricato residenziale · Wohngebäude

16 · la fascia pedemontana · Gegend am Fuß der Alpen

17 · padano · von der Poebene

22 · il sacco edilizio · Bauspekulation

22 · l'Istat · Istituto nazionale di statistica (italienisches Amt für Statistik)

41 · invertire la rotta · den Kurs ändern

45 · il Politecnico di Milano · Technische Universität in Mailand

49 · edificabile · bebaubar

53 · varare una legge · ein Gesetz verabschieden

54 · una legge-catenaccio · ein Gesetz, das Veränderungen verhindert

54 · inderogabile · unumgänglich, unerlässlich

56 · le opere di difesa idrogeologica · Baumaßnahmen zum Schutz vor Schäden, die mit Grundwasser im Zusammenhang stehen

2.

Analizzate il punto di vista dell'autore rispetto alla questione trattata, mettendo in luce anche gli strumenti stilistici di cui si serve. ( analisi) [14 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 3.1 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Klausurteil A

Cemento, avanti tutta

Quattrocento ettari di nuove costruzioni autorizzate in soli tre mesi. Neppure la pandemia frena il far west edilizio che divora due metri quadri al secondo

Antonio Cederna, uno dei padri nobili dell’ambientalismo in Italia, la chiamava «crosta».

Una «crosta repellente di cemento e asfalto», uno strato artificiale e impermeabile che soffoca

la terra, distrugge per sempre i prati, boschi, campagne, spiagge e coste. Dopo tanti annunci

e promesse di svolta verde, transizione ecologica e piani contro l’emergenza climatica, ci si

5 poteva illudere che anche in Italia, sia pure con decenni di ritardo rispetto ai più civili Paesi

europei […], si cominciasse finalmente a fermare la cementificazione del territorio. Invece

la crosta continua a gonfiarsi. Solo nel 2020, con l’economia ferma e gli italiani chiusi in casa

per la pandemia, l’Italia ha perso più di 51 chilometri quadrati di suolo naturale. È una cifra

impressionante soprattutto perché non è un’eccezione: l’Italia verde continua da decenni a

10 sparire al ritmo (minimo) di oltre 14 ettari al giorno, quasi due metri quadrati al secondo.

Quest’anno, nonostante la crisi sanitaria e produttiva, la speculazione edilizia è ripartita

ancora più forte: solo nei primi tre mesi del 2021 sono state autorizzate nuove costruzioni per

altri quattro milioni di metri quadrati. Migliaia di nuove case e fabbricati residenziali, centri

commerciali e capannoni logistici, a cui si aggiungono strade e parcheggi asfaltati, cantieri

15 e cave. Approvati da Regioni e Comuni soprattutto nelle zone più urbanizzate. Come l’intera

fascia pedemontana tra Piemonte, Lombardia e Veneto, ormai diventata un’unica caotica

megalopoli padana. Le coste della Romagna, Marche e Abruzzo, nei tratti rimasti liberi da

palazzoni vista mare costruiti negli anni del boom economico. Le poche aree ancora agricole

attorno alle grandi città, come Roma, Catania, Firenze, Torino, Milano. E chilometri di coste

20 fino a ieri intatte, soprattutto in Sardegna, Sicilia e Salento.

Cemento e asfalto continuano a consumare il fragile territorio italiano dal secondo

dopoguerra, senza soste: più di mezzo secolo di sacco edilizio. L’Istat pubblica i dati ufficiali

dei «permessi di costruire» rilasciati negli ultimi vent’anni. Dal 2000 al 2007 in Italia sono

stati autorizzati, ogni anno, più di 40 milioni di metri quadrati di nuovi fabbricati (con punte

25 di oltre 52). La velocità dell’assalto al territorio si è ridotta, di poco, con la recessione del

2008-2009, fino a scendere a 11 milioni nel 2014. Da allora è ripresa: solo nel 2019 i Comuni

hanno concesso licenze per altri 17 milioni di metri quadrati e nel 2020, nonostante il Covid-19,

per ulteriori 13 milioni. Nel primo trimestre del 2021 si è ripartiti alla grande, con tutti gli

indici in aumento: più 16 per cento per gli edifici residenziali, più 26 per i capannoni.

30 I dati dell’Istat sono allucinanti ma parziali: non conteggiano la massa degli abusi edilizi,

che nel nostro Paese è incalcolabile. E tutte le superfici esterne ai fabbricati, anche se ricoperte

da strade o parcheggi asfaltati. Quindi la crosta è molto più grande. A misurarne la costante

espansione sono i ricercatori dell’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra), che

mettono a confronto le fotografie aeree della stessa zona, a distanza di dodici mesi. Risultato:

35 solo nel 2020 […] sono stati consumati oltre 56 chilometri quadrati di suolo italico. E ne sono

tornati liberi solo 5, per lo più in cantieri abbandonati dopo la fine dei lavori. Quindi il rapporto

tra verde e cemento è rovinoso: per ogni chilometro quadrato restituito alla natura, bene o

male, la crosta se ne mangia altri dieci.

Le direttive dell’Unione europea prevedono di consumare sempre meno suolo, con riduzioni

40 graduali e continue, per scendere a zero entro il 2050. In Germania e nei Paesi scandinavi

importanti amministrazioni pubbliche hanno invertito da tempo la rotta, realizzando piani

per ri-naturalizzare, anziché cementificare. «In Italia è un disastro, c’è un consumo di suolo

continuo e insensato, che distrugge le ricchezze naturali, il paesaggio, la nostra identità

territoriale», commenta il professor Paolo Pileri, che insegna Pianificazione urbanistica al

45 Politecnico di Milano e fa parte del comitato scientifico che ha curato il rapporto dell’Ispra:

«Purtroppo siamo un Paese fondato sulla speculazione edilizia, che è una rendita parassitaria,

utile a pochissimi e dannosa per tutti gli altri cittadini».

Il problema è politico. E legale. Un buon terreno agricolo può valere 20-30 euro al metro

quadrato. Se diventa edificabile, con l’aiuto di politici e funzionari compiacenti, lo si vende

50 ad almeno 200-300, senza fare niente. Spendi uno, incassi dieci: solo con la droga si guadagna

di più. […]

Ma come si può salvare, oggi, ciò che resta del Belpaese? […] Dunque, sarebbe una perfetta

attuazione della Costituzione varare una legge urbanistica nazionale, per imporre regole chiare

in tutta Italia. Una legge-catenaccio, con limiti inderogabili, in nome dell’ambiente: nelle aree

55 a rischio di frane o alluvioni, nelle oasi ecologiche o sulle coste dei mari, laghi e fiumi, i privati

non possono costruire più niente. Si fanno solo opere di difesa idrogeologica, depuratori,

acquedotti e lavori pubblici essenziali. […]

Una legge-catenaccio è invocata anche dagli urbanisti dell’Ispra, che definiscono il suolo

[…] «una risorsa limitata, non rinnovabile visti i tempi lunghi di formazione, che va preservata

60 per le generazioni future». Perché assicura «molti servizi vitali per l’esistenza umana: fornitura

di cibo, legno e materie prime, regolazione del clima, pulizia dell’aria e dell’acqua, controllo

dell’erosione, mitigazione dei fenomeni idrogeologici estremi, riserva di biodiversità». Secondo

i dati europei, il degrado dei suoli sta provocando «danni economici per oltre 50 miliardi di

euro all’anno».

65 In Italia però, con rare eccezioni, Comuni e Regioni continuano a cementificare […].

Per avere un’Italia più verde, forse una soluzione c’è: basta colorare di verde il cemento.

Note:

riga

04 · la svolta verde · der ökologische Wandel

04 · la transizione ecologica · die ökologische Wende

07 · gonfiarsi · sich ausdehnen

11 · la speculazione edilizia · Bauspekulation

13 · il fabbricato residenziale · Wohngebäude

16 · la fascia pedemontana · Gegend am Fuß der Alpen

17 · padano · von der Poebene

22 · il sacco edilizio · Bauspekulation

22 · l'Istat · Istituto nazionale di statistica (italienisches Amt für Statistik)

41 · invertire la rotta · den Kurs ändern

45 · il Politecnico di Milano · Technische Universität in Mailand

49 · edificabile · bebaubar

53 · varare una legge · ein Gesetz verabschieden

54 · una legge-catenaccio · ein Gesetz, das Veränderungen verhindert

54 · inderogabile · unumgänglich, unerlässlich

56 · le opere di difesa idrogeologica · Baumaßnahmen zum Schutz vor Schäden, die mit Grundwasser im Zusammenhang stehen

3.1

"Per avere un'Italia più verde, forse una soluzione c'è: basta colorare di verde il cemento." (r. 66)

Prendendo spunto da questa citazione, commentate i problemi ambientali più gravi dell'Italia e proponete anche possibili soluzioni. ( commento) [16 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 3.2 · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel

Klausurteil A

Cemento, avanti tutta

Quattrocento ettari di nuove costruzioni autorizzate in soli tre mesi. Neppure la pandemia frena il far west edilizio che divora due metri quadri al secondo

Antonio Cederna, uno dei padri nobili dell’ambientalismo in Italia, la chiamava «crosta».

Una «crosta repellente di cemento e asfalto», uno strato artificiale e impermeabile che soffoca

la terra, distrugge per sempre i prati, boschi, campagne, spiagge e coste. Dopo tanti annunci

e promesse di svolta verde, transizione ecologica e piani contro l’emergenza climatica, ci si

5 poteva illudere che anche in Italia, sia pure con decenni di ritardo rispetto ai più civili Paesi

europei […], si cominciasse finalmente a fermare la cementificazione del territorio. Invece

la crosta continua a gonfiarsi. Solo nel 2020, con l’economia ferma e gli italiani chiusi in casa

per la pandemia, l’Italia ha perso più di 51 chilometri quadrati di suolo naturale. È una cifra

impressionante soprattutto perché non è un’eccezione: l’Italia verde continua da decenni a

10 sparire al ritmo (minimo) di oltre 14 ettari al giorno, quasi due metri quadrati al secondo.

Quest’anno, nonostante la crisi sanitaria e produttiva, la speculazione edilizia è ripartita

ancora più forte: solo nei primi tre mesi del 2021 sono state autorizzate nuove costruzioni per

altri quattro milioni di metri quadrati. Migliaia di nuove case e fabbricati residenziali, centri

commerciali e capannoni logistici, a cui si aggiungono strade e parcheggi asfaltati, cantieri

15 e cave. Approvati da Regioni e Comuni soprattutto nelle zone più urbanizzate. Come l’intera

fascia pedemontana tra Piemonte, Lombardia e Veneto, ormai diventata un’unica caotica

megalopoli padana. Le coste della Romagna, Marche e Abruzzo, nei tratti rimasti liberi da

palazzoni vista mare costruiti negli anni del boom economico. Le poche aree ancora agricole

attorno alle grandi città, come Roma, Catania, Firenze, Torino, Milano. E chilometri di coste

20 fino a ieri intatte, soprattutto in Sardegna, Sicilia e Salento.

Cemento e asfalto continuano a consumare il fragile territorio italiano dal secondo

dopoguerra, senza soste: più di mezzo secolo di sacco edilizio. L’Istat pubblica i dati ufficiali

dei «permessi di costruire» rilasciati negli ultimi vent’anni. Dal 2000 al 2007 in Italia sono

stati autorizzati, ogni anno, più di 40 milioni di metri quadrati di nuovi fabbricati (con punte

25 di oltre 52). La velocità dell’assalto al territorio si è ridotta, di poco, con la recessione del

2008-2009, fino a scendere a 11 milioni nel 2014. Da allora è ripresa: solo nel 2019 i Comuni

hanno concesso licenze per altri 17 milioni di metri quadrati e nel 2020, nonostante il Covid-19,

per ulteriori 13 milioni. Nel primo trimestre del 2021 si è ripartiti alla grande, con tutti gli

indici in aumento: più 16 per cento per gli edifici residenziali, più 26 per i capannoni.

30 I dati dell’Istat sono allucinanti ma parziali: non conteggiano la massa degli abusi edilizi,

che nel nostro Paese è incalcolabile. E tutte le superfici esterne ai fabbricati, anche se ricoperte

da strade o parcheggi asfaltati. Quindi la crosta è molto più grande. A misurarne la costante

espansione sono i ricercatori dell’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra), che

mettono a confronto le fotografie aeree della stessa zona, a distanza di dodici mesi. Risultato:

35 solo nel 2020 […] sono stati consumati oltre 56 chilometri quadrati di suolo italico. E ne sono

tornati liberi solo 5, per lo più in cantieri abbandonati dopo la fine dei lavori. Quindi il rapporto

tra verde e cemento è rovinoso: per ogni chilometro quadrato restituito alla natura, bene o

male, la crosta se ne mangia altri dieci.

Le direttive dell’Unione europea prevedono di consumare sempre meno suolo, con riduzioni

40 graduali e continue, per scendere a zero entro il 2050. In Germania e nei Paesi scandinavi

importanti amministrazioni pubbliche hanno invertito da tempo la rotta, realizzando piani

per ri-naturalizzare, anziché cementificare. «In Italia è un disastro, c’è un consumo di suolo

continuo e insensato, che distrugge le ricchezze naturali, il paesaggio, la nostra identità

territoriale», commenta il professor Paolo Pileri, che insegna Pianificazione urbanistica al

45 Politecnico di Milano e fa parte del comitato scientifico che ha curato il rapporto dell’Ispra:

«Purtroppo siamo un Paese fondato sulla speculazione edilizia, che è una rendita parassitaria,

utile a pochissimi e dannosa per tutti gli altri cittadini».

Il problema è politico. E legale. Un buon terreno agricolo può valere 20-30 euro al metro

quadrato. Se diventa edificabile, con l’aiuto di politici e funzionari compiacenti, lo si vende

50 ad almeno 200-300, senza fare niente. Spendi uno, incassi dieci: solo con la droga si guadagna

di più. […]

Ma come si può salvare, oggi, ciò che resta del Belpaese? […] Dunque, sarebbe una perfetta

attuazione della Costituzione varare una legge urbanistica nazionale, per imporre regole chiare

in tutta Italia. Una legge-catenaccio, con limiti inderogabili, in nome dell’ambiente: nelle aree

55 a rischio di frane o alluvioni, nelle oasi ecologiche o sulle coste dei mari, laghi e fiumi, i privati

non possono costruire più niente. Si fanno solo opere di difesa idrogeologica, depuratori,

acquedotti e lavori pubblici essenziali. […]

Una legge-catenaccio è invocata anche dagli urbanisti dell’Ispra, che definiscono il suolo

[…] «una risorsa limitata, non rinnovabile visti i tempi lunghi di formazione, che va preservata

60 per le generazioni future». Perché assicura «molti servizi vitali per l’esistenza umana: fornitura

di cibo, legno e materie prime, regolazione del clima, pulizia dell’aria e dell’acqua, controllo

dell’erosione, mitigazione dei fenomeni idrogeologici estremi, riserva di biodiversità». Secondo

i dati europei, il degrado dei suoli sta provocando «danni economici per oltre 50 miliardi di

euro all’anno».

65 In Italia però, con rare eccezioni, Comuni e Regioni continuano a cementificare […].

Per avere un’Italia più verde, forse una soluzione c’è: basta colorare di verde il cemento.

Note:

riga

04 · la svolta verde · der ökologische Wandel

04 · la transizione ecologica · die ökologische Wende

07 · gonfiarsi · sich ausdehnen

11 · la speculazione edilizia · Bauspekulation

13 · il fabbricato residenziale · Wohngebäude

16 · la fascia pedemontana · Gegend am Fuß der Alpen

17 · padano · von der Poebene

22 · il sacco edilizio · Bauspekulation

22 · l'Istat · Istituto nazionale di statistica (italienisches Amt für Statistik)

41 · invertire la rotta · den Kurs ändern

45 · il Politecnico di Milano · Technische Universität in Mailand

49 · edificabile · bebaubar

53 · varare una legge · ein Gesetz verabschieden

54 · una legge-catenaccio · ein Gesetz, das Veränderungen verhindert

54 · inderogabile · unumgänglich, unerlässlich

56 · le opere di difesa idrogeologica · Baumaßnahmen zum Schutz vor Schäden, die mit Grundwasser im Zusammenhang stehen

3.2

State trascorrendo un anno di scuola a Roma. Avete saputo che si vuole costruire un grande centro commerciale in un'area verde non lontana dalla vostra scuola.

Componete la lettera che la vostra classe invia al sindaco, in cui illustrate le vostre riflessioni sulla distruzione dell'ambiente e sulle sue conseguenze per le generazioni future. ( produzione libera) [16 Punkte]

Aufgabe HT 1 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Klausurteil A

Cemento, avanti tutta

Quattrocento ettari di nuove costruzioni autorizzate in soli tre mesi. Neppure la pandemia frena il far west edilizio che divora due metri quadri al secondo

Antonio Cederna, uno dei padri nobili dell’ambientalismo in Italia, la chiamava «crosta».

Una «crosta repellente di cemento e asfalto», uno strato artificiale e impermeabile che soffoca

la terra, distrugge per sempre i prati, boschi, campagne, spiagge e coste. Dopo tanti annunci

e promesse di svolta verde, transizione ecologica e piani contro l’emergenza climatica, ci si

5 poteva illudere che anche in Italia, sia pure con decenni di ritardo rispetto ai più civili Paesi

europei […], si cominciasse finalmente a fermare la cementificazione del territorio. Invece

la crosta continua a gonfiarsi. Solo nel 2020, con l’economia ferma e gli italiani chiusi in casa

per la pandemia, l’Italia ha perso più di 51 chilometri quadrati di suolo naturale. È una cifra

impressionante soprattutto perché non è un’eccezione: l’Italia verde continua da decenni a

10 sparire al ritmo (minimo) di oltre 14 ettari al giorno, quasi due metri quadrati al secondo.

Quest’anno, nonostante la crisi sanitaria e produttiva, la speculazione edilizia è ripartita

ancora più forte: solo nei primi tre mesi del 2021 sono state autorizzate nuove costruzioni per

altri quattro milioni di metri quadrati. Migliaia di nuove case e fabbricati residenziali, centri

commerciali e capannoni logistici, a cui si aggiungono strade e parcheggi asfaltati, cantieri

15 e cave. Approvati da Regioni e Comuni soprattutto nelle zone più urbanizzate. Come l’intera

fascia pedemontana tra Piemonte, Lombardia e Veneto, ormai diventata un’unica caotica

megalopoli padana. Le coste della Romagna, Marche e Abruzzo, nei tratti rimasti liberi da

palazzoni vista mare costruiti negli anni del boom economico. Le poche aree ancora agricole

attorno alle grandi città, come Roma, Catania, Firenze, Torino, Milano. E chilometri di coste

20 fino a ieri intatte, soprattutto in Sardegna, Sicilia e Salento.

Cemento e asfalto continuano a consumare il fragile territorio italiano dal secondo

dopoguerra, senza soste: più di mezzo secolo di sacco edilizio. L’Istat pubblica i dati ufficiali

dei «permessi di costruire» rilasciati negli ultimi vent’anni. Dal 2000 al 2007 in Italia sono

stati autorizzati, ogni anno, più di 40 milioni di metri quadrati di nuovi fabbricati (con punte

25 di oltre 52). La velocità dell’assalto al territorio si è ridotta, di poco, con la recessione del

2008-2009, fino a scendere a 11 milioni nel 2014. Da allora è ripresa: solo nel 2019 i Comuni

hanno concesso licenze per altri 17 milioni di metri quadrati e nel 2020, nonostante il Covid-19,

per ulteriori 13 milioni. Nel primo trimestre del 2021 si è ripartiti alla grande, con tutti gli

indici in aumento: più 16 per cento per gli edifici residenziali, più 26 per i capannoni.

30 I dati dell’Istat sono allucinanti ma parziali: non conteggiano la massa degli abusi edilizi,

che nel nostro Paese è incalcolabile. E tutte le superfici esterne ai fabbricati, anche se ricoperte

da strade o parcheggi asfaltati. Quindi la crosta è molto più grande. A misurarne la costante

espansione sono i ricercatori dell’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra), che

mettono a confronto le fotografie aeree della stessa zona, a distanza di dodici mesi. Risultato:

35 solo nel 2020 […] sono stati consumati oltre 56 chilometri quadrati di suolo italico. E ne sono

tornati liberi solo 5, per lo più in cantieri abbandonati dopo la fine dei lavori. Quindi il rapporto

tra verde e cemento è rovinoso: per ogni chilometro quadrato restituito alla natura, bene o

male, la crosta se ne mangia altri dieci.

Le direttive dell’Unione europea prevedono di consumare sempre meno suolo, con riduzioni

40 graduali e continue, per scendere a zero entro il 2050. In Germania e nei Paesi scandinavi

importanti amministrazioni pubbliche hanno invertito da tempo la rotta, realizzando piani

per ri-naturalizzare, anziché cementificare. «In Italia è un disastro, c’è un consumo di suolo

continuo e insensato, che distrugge le ricchezze naturali, il paesaggio, la nostra identità

territoriale», commenta il professor Paolo Pileri, che insegna Pianificazione urbanistica al

45 Politecnico di Milano e fa parte del comitato scientifico che ha curato il rapporto dell’Ispra:

«Purtroppo siamo un Paese fondato sulla speculazione edilizia, che è una rendita parassitaria,

utile a pochissimi e dannosa per tutti gli altri cittadini».

Il problema è politico. E legale. Un buon terreno agricolo può valere 20-30 euro al metro

quadrato. Se diventa edificabile, con l’aiuto di politici e funzionari compiacenti, lo si vende

50 ad almeno 200-300, senza fare niente. Spendi uno, incassi dieci: solo con la droga si guadagna

di più. […]

Ma come si può salvare, oggi, ciò che resta del Belpaese? […] Dunque, sarebbe una perfetta

attuazione della Costituzione varare una legge urbanistica nazionale, per imporre regole chiare

in tutta Italia. Una legge-catenaccio, con limiti inderogabili, in nome dell’ambiente: nelle aree

55 a rischio di frane o alluvioni, nelle oasi ecologiche o sulle coste dei mari, laghi e fiumi, i privati

non possono costruire più niente. Si fanno solo opere di difesa idrogeologica, depuratori,

acquedotti e lavori pubblici essenziali. […]

Una legge-catenaccio è invocata anche dagli urbanisti dell’Ispra, che definiscono il suolo

[…] «una risorsa limitata, non rinnovabile visti i tempi lunghi di formazione, che va preservata

60 per le generazioni future». Perché assicura «molti servizi vitali per l’esistenza umana: fornitura

di cibo, legno e materie prime, regolazione del clima, pulizia dell’aria e dell’acqua, controllo

dell’erosione, mitigazione dei fenomeni idrogeologici estremi, riserva di biodiversità». Secondo

i dati europei, il degrado dei suoli sta provocando «danni economici per oltre 50 miliardi di

euro all’anno».

65 In Italia però, con rare eccezioni, Comuni e Regioni continuano a cementificare […].

Per avere un’Italia più verde, forse una soluzione c’è: basta colorare di verde il cemento.

Note:

riga

04 · la svolta verde · der ökologische Wandel

04 · la transizione ecologica · die ökologische Wende

07 · gonfiarsi · sich ausdehnen

11 · la speculazione edilizia · Bauspekulation

13 · il fabbricato residenziale · Wohngebäude

16 · la fascia pedemontana · Gegend am Fuß der Alpen

17 · padano · von der Poebene

22 · il sacco edilizio · Bauspekulation

22 · l'Istat · Istituto nazionale di statistica (italienisches Amt für Statistik)

41 · invertire la rotta · den Kurs ändern

45 · il Politecnico di Milano · Technische Universität in Mailand

49 · edificabile · bebaubar

53 · varare una legge · ein Gesetz verabschieden

54 · una legge-catenaccio · ein Gesetz, das Veränderungen verhindert

54 · inderogabile · unumgänglich, unerlässlich

56 · le opere di difesa idrogeologica · Baumaßnahmen zum Schutz vor Schäden, die mit Grundwasser im Zusammenhang stehen

Klausurteil B: Sprachmittlung isoliert

4.

Un'amica italiana vi ha contattato: la sua associazione ambientalista vorrebbe organizzare un convegno dedicato a start up innovative e sostenibili fondate da giovani in Europa.

Dopo aver letto l'articolo, scrivete alla vostra amica un'e-mail in cui illustrate come è nato e come si è sviluppato il progetto descritto nel testo. (mediazione) [18 Punkte]

Klausurteil B: Plastikmüll vermeiden: Jugendliche gründen Recycling-Firma

Plastik findet sich heute überall, sogar im Meer und menschlichen Körper. Zwei 16-Jährige aus Rheinland-Pfalz wollten das nicht länger hinnehmen und gründeten eine Recycling-Firma, um Plastikmüll zu vermeiden – unterstützt von der spendenfinanzierten Stiftung Bildung.

Müll am Strand? Für Milan von dem Bussche war es der Grund, aktiv zu werden. „Jeden Tag häuften sich bei uns zuhause die angespülten Plastikberge“, sagt der 16-jährige Schüler vom Oppenheimer Gymnasium zu St. Katharinen. Er wuchs auf Malta auf und erlebte dort hautnah, wie das Meer zum „Abfalleimer“ wurde. Erst wollte er Plastik boykottieren. Heute ist er Mitgründer einer Schülerfirma, die auf Plastik sogar spezialisiert ist.

Zusammen mit Mitschüler Paul Nehme, 16, fing Milan Mitte 2018 an, Handyhüllen aus recyceltem Plastikmüll herzustellen. Besser gesagt: zu drucken. Denn die Schutzkappen für Handyrückseiten kommen aus dem 3D-Drucker. Ein kostspieliges Gerät, das Paul in die Partnerschaft eingebracht hat. Er ist der Techniker von beiden. Als die Hülle seines Smartphones zerbrach, beschloss er, sich einfach eine neue zu drucken. Denn Selbermachen fasziniert ihn seit Kindesbeinen. „Von Maker-Magazinen konnte ich schon damals nicht die Finger lassen“, erzählt Paul.

Maker, also Tüftler oder Bastler, sind die beiden im wahrsten Sinne des Wortes. Plastik ist für sie heute ein nützlicher Werkstoff. Entscheidend ist, woher er stammt und wo er bleibt. Bei Milan und Paul kam er anfangs durch eigenhändiges Sammeln, Waschen und Zerkleinern von Verpackungsmüll zusammen. Letzteres mit Gartenschere und Küchenmixer in der heimischen Garage. Das Ziel: so viel Plastikmüll vermeiden wie möglich.

„Nach vielen schlaflosen Nächten, durchgebrannten Kabeln und zerstörten Bohrern, stand dann die erste Version unserer selbst entwickelten Plastik-Schmelze“, schildern die beiden ihre ersten Gehversuche. Die Schmelze braucht man auf dem Weg vom Müll zur Handyhülle. Und das geschmolzene Plastik muss dazu perfekt sein. Nur fein säuberlich zu einer Rolle aufgedrehte Plastikschnur kann Pauls Hochleistungsdrucker verarbeiten.

Bald überholten sich die Schüler quasi selbst. Für ihre Testversuche verbrauchten sie mehr Plastik, als sie sammeln konnten. Die Jungen beschlossen, ihr Projekt „Plastikmüll vermeiden“ öffentlich zu machen. Zunächst auf Instagram, „wo wir in kurzer Zeit weit über tausend Follower bekamen“, schwärmt Paul. Dann stellten sie ihre Pläne in der Schule vor – und auch hier blieb der Erfolg nicht aus. Mit anderen starteten die Tüftler eine Müllsammelaktion in der Nachbarschaft. „Angespornt dadurch fingen Mitschüler/-innen plötzlich an, auch zuhause Plastikmüll zu sammeln“, sagt Milan. Mittlerweile steht in der Schule sogar ein selbst gebauter Sammelcontainer.

Das Ergebnis war viel vorsortierter Plastikmüll. Oder, wie Milan und Paul es nennen, „ein starkes Fundament für weitere Projekte“. Denn für die beiden Jungunternehmer war der nächste Schritt bald klar: „Wir schrieben einen Businessplan und starteten in den Bundeswettbewerb Jugend gründet“. Und dort belegten sie Ende Juni 2019 prompt den ersten Platz. Für ihren Infostand beim Wettbewerbsfinale bekamen sie das nötige Geld von der spendenfinanzierten Stiftung Bildung. Den Bau des Standes haben sie stolz mit einem kleinen Film im Zeitraffer verewigt.

[...]

„Die Hochs und Tiefs bei der Entwicklung der Maschinen haben immer wieder unser Durchhaltevermögen getestet“, sagen Paul und Milan. Aber die Hilfe von allen Seiten habe sie beflügelt. Angefangen bei der Schulleitung und dem Schulförderverein bis hin zu den Mitschüler*innen, die beim Plastiksammeln helfen. Für sie soll jetzt sogar ein computergestützter Sammelautomat gebaut werden. Bei technischen Fragen geholfen haben ihnen engagierte Lehrer/-innen, ihre Robotik-AG und die AG „Jugend forscht“. Sogar der Hausmeister war mit dabei.

[...] Um die Mitschüler/-innen zum Müllsammeln zu bringen, hatten sie im Rahmen eines Projektes zunächst Unterrichtseinheiten zum Thema Plastikmüll durchgeführt. Die Idee zog Kreise und das ist genau das, was sich die Jungen wünschen: Sie wollen, dass andere ihren Plan aufgreifen und aus Plastikmüll innovative neue Produkte machen. Dazu werden sie eigens Kurzvideos herstellen, in denen sie ihren Herstellungsprozess und die einzelnen Maschinen genau erklären: Industriespionage erwünscht – je mehr, desto besser. Damit Plastik im Meer irgendwann der Vergangenheit angehört.

[...]

Aufgabe HT 2 - Compito 1 · Textverständnis: Inhalte wiedergeben (Riassumete)

Klausurteil A

Conversazione romana

L’orologio segna le nove e mezza, di mattina: sono finalmente arrivato alla Stazione Termini. Ho dodici ore di treno alle spalle. L’architettura di questo luogo è cambiata. I lavori sono stati eseguiti molti anni fa, ma devo ancora farci l’occhio. Le cose si trasformano in fretta e io vengo troppo poco a Roma per riuscire ad abituarmi ai suoi cambiamenti.

5 Manco dall’Italia da otto mesi. La frequenza delle mie visite non è molto più che questa,

da quando vivo all’estero. Sette, otto, nove mesi. Due visite negli anni dispari, una negli anni pari, lo zig e lo zag. Non ho alcun rispetto per le festività, che anzi evito. Non fosse per mia madre e pochissimi amici, non verrei più. Nei primi ventotto anni della mia vita, Roma – in particolare il mio quartiere – ha fatto in tempo a sfinirmi, a farmi passare per sempre la voglia

10 di tornare.

A Termini cammino piano, mi dico che la fretta fa perdere tempo, sovrapponendosi all’esperienza. Compro il giornale, non tento di evitare gli abbordaggi dei taxisti abusivi e di quelli che offrono camere d’albergo. È la prima volta che mi fermo a osservarli. Sono una confraternita: tabagisti, età approssimativa cinquant’anni, abiti di cattiva fattura comprati

15 nelle boutique intorno alla stazione. Uccelli che setacciano l’umanità chicco a chicco. Il mio

sguardo incuriosito li inganna per un istante, poi mi respingono a gestacci quando capiscono che non porto soldi.

Al bancomat vengo avvicinato di lato da un uomo basso con le dita e le vesti imbiancate di calcina. Mi fissa le mani mentre estraggo il contante dalla macchina, mi domanda: «Dove

20 bilieti treno?». Dietro di me ce n’è un altro. Temo che sia in corso un tentativo di rapina ai

miei danni. Non mi scompongo, faccio sparire i soldi alla svelta, mi volto di centottanta gradi e incrocio le braccia sul petto. Quello sporco di calcina dice qualcosa all’altro, che adesso mi sta di fronte con le braccia allargate nella posa di un portiere prima del calcio di rigore e mi osserva il corpo. Mi accorgo di essere una specie di albero della cuccagna. Ho scarpe nuove,

25 portachiavi d’argento, portafoglio in pelle, orologio, denaro, carte di credito. «La biglietteria

è là», dico a quello che mi studia come se fossi una sagoma da esercitazioni per borseggiatori. Lo tocco perfino con un dito. Mi sgrana in viso gli occhioni arrossati, si volta verso il compare. Parlottano, sbirciano la mia valigia, vanno via.

No, non avevano cattive intenzioni. Solo che la vita a Roma non me la ricordo tranquilla

30 e così mi spavento facilmente. Del resto questa città non la capisco più. Non l’ho mai capita.

Gli animi qui sono esasperati, mi sembrano sempre ostili.

Sul Novanta, l’autobus express che mi porterà al quartiere Tufello/Val Melaina, c’è Giggetto. Per camminare si aiuta con le grucce, si fa strada sbraitando attraverso la folla. […]

«Ragazzo, me faresti mette a sede, lo vedi, so’ Giggetto.»

35 Pronunciare il proprio nome per lui significa additare la propria condizione, mostrarne la

miseria. Mi alzo per fargli posto, chissà perché gli dico che lo conosco, che l’ho riconosciuto. Lui mi guarda meglio.

«Ma sì, io pure te conosco, tu sei der quartiere mio.»

[…]

40 Ho lasciato Val Melaina trent’anni fa, quando mi sono iscritto all’università. Dieci anni

dopo sono emigrato. Eppure Giggetto non l’ho mai perso di vista del tutto. […]

Scendo alla fermata alla fine di via Isole Curzolane. Giggetto dorme raggomitolato sul posto che gli ho lasciato.

La strada che forma la spina dorsale del quartiere mi ha sempre ricordato la schiena di un

45 dinosauro: una discesa e una salita brevi, poi, dopo la piazza del mercato, ancora una discesa

lunga che precipita verso via Monte Cervialto, con le case di Mussolini a destra e a sinistra.

Su via Isole Curzolane e sulle sue traverse la mia gioventù si è giocata come le eliminatorie di un campionato. Mi accorgo che per le ultime tre fermate l’autobus è diventato la capsula di un viaggio nel tempo. […]

50 Decido di bere un cappuccino al bar di via Monte Cervialto prima di andare da mia madre.

Mi soffermo a studiare le paste, opto per un danese. Dietro al banco c’è una ragazza bionda, straniera. Qualche metro alla sua destra un signore di cinquant’anni, italiano, curvo e obeso, torvo. Dev’essere il nuovo proprietario, penso.

Mentre mi serve, la ragazza mi chiede se sono di zona. Le dico di sì. Cioè, sono nato e

55 cresciuto qui a Val Melaina. Anzi no, le dico, nato al Tufello e trasferito a Val Melaina a

dodici anni.

«Ma che differenza c’è tra il Tufello e Val Melaina?», mi interrompe. Il proprietario le dedica un’occhiata storta ma non interviene.

«Mah, non so esattamente», le confesso osservando l’uomo con la coda dell’occhio e

60 cercando di non far prendere al discorso una piega che possa irritarlo. «Cioè, tutti gli abitanti

lo sanno, ma non credo che ci sia un confine esatto.»

«Ah, ok. E tu dove abiti?»

Mi dà del tu. Forse adesso si fa così. Oppure è perché è straniera.

«Sono andato via», rispondo. «Abito in Germania.»

65 «Ah, bella la Germania, ho un’amica lì. Si sta bene, no? Soldi, lavoro. Qui in Italia tutto

è fermo.» […]

«Eh, sì, c’è la crisi», commento genericamente […]

«Uno schifo», fa lei. «C’è più lavoro da noi in Polonia.»

A questo punto mi domando come mai il proprietario del locale non intervenga, non le

70 dica di tornarsene a casa sua. Forse l’ho valutato male, forse in fondo è un brav’uomo che

non ama offendere gli altri, forse la ragazza è un’ottima lavoratrice e non vuole privarsene…

«Solo che adesso ho comprato il bar», aggiunge la ragazza. «C’ho le rate da pagare, come faccio?»

«Ah, cioè… Il bar è tuo?», farfuglio mentre mi va di traverso un pezzo di danese.

75 «Certo che è mio.» La ragazza guarda ancora una volta l’uomo silenzioso che adesso

protende in avanti la mandibola e il labbro inferiore. «Ma c’ho sempre problemi col personale. Con questa gente.»

[…]

Note

riga

12 · l’abbordaggio · das Anquatschen

14 · la confraternita · Bruderschaft

14 · il tabagista · Raucher

14 · la fattura · hier: Qualität; Anfertigung

19/20 · «Dove bilieti treno?» · Frage in gebrochenem Italienisch

21 · scomporsi · eine Miene verziehen

24 · l’albero della cuccagna · hier: Schlaraffenland

26 · la sagoma · Silhouette

26 · il borseggiatore · Taschendieb

27 · sgranare gli occhi · jdn. anstarren

27 · il compare · Kumpel

34 · me faresti mette a sede · römischer Dialekt: kannst du mir deinen Platz frei machen

34 · so’ · römischer Dialekt: sono

38 · der · römischer Dialekt: del

46 · le case di Mussolini · Häuser, die in der Zeit des Faschismus gebaut wurden

51 · il danese · hier: Gebäck aus Blätterteig

59 · con la coda dell’occhio · aus dem Augenwinkel

60 · far prendere una piega · eine Wendung geben

72 · c’ho · ugs.: ho

74 · farfugliare · murmeln, stammeln

1. Riassumete come il protagonista trascorre la giornata a Roma. (comprensione) [12 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 2 · Analyse literarischer Texte (Figuren, Erzählweise, Sprache)

Klausurteil A

Conversazione romana

L’orologio segna le nove e mezza, di mattina: sono finalmente arrivato alla Stazione Termini. Ho dodici ore di treno alle spalle. L’architettura di questo luogo è cambiata. I lavori sono stati eseguiti molti anni fa, ma devo ancora farci l’occhio. Le cose si trasformano in fretta e io vengo troppo poco a Roma per riuscire ad abituarmi ai suoi cambiamenti.

5 Manco dall’Italia da otto mesi. La frequenza delle mie visite non è molto più che questa,

da quando vivo all’estero. Sette, otto, nove mesi. Due visite negli anni dispari, una negli anni pari, lo zig e lo zag. Non ho alcun rispetto per le festività, che anzi evito. Non fosse per mia madre e pochissimi amici, non verrei più. Nei primi ventotto anni della mia vita, Roma – in particolare il mio quartiere – ha fatto in tempo a sfinirmi, a farmi passare per sempre la voglia

10 di tornare.

A Termini cammino piano, mi dico che la fretta fa perdere tempo, sovrapponendosi all’esperienza. Compro il giornale, non tento di evitare gli abbordaggi dei taxisti abusivi e di quelli che offrono camere d’albergo. È la prima volta che mi fermo a osservarli. Sono una confraternita: tabagisti, età approssimativa cinquant’anni, abiti di cattiva fattura comprati

15 nelle boutique intorno alla stazione. Uccelli che setacciano l’umanità chicco a chicco. Il mio

sguardo incuriosito li inganna per un istante, poi mi respingono a gestacci quando capiscono che non porto soldi.

Al bancomat vengo avvicinato di lato da un uomo basso con le dita e le vesti imbiancate di calcina. Mi fissa le mani mentre estraggo il contante dalla macchina, mi domanda: «Dove

20 bilieti treno?». Dietro di me ce n’è un altro. Temo che sia in corso un tentativo di rapina ai

miei danni. Non mi scompongo, faccio sparire i soldi alla svelta, mi volto di centottanta gradi e incrocio le braccia sul petto. Quello sporco di calcina dice qualcosa all’altro, che adesso mi sta di fronte con le braccia allargate nella posa di un portiere prima del calcio di rigore e mi osserva il corpo. Mi accorgo di essere una specie di albero della cuccagna. Ho scarpe nuove,

25 portachiavi d’argento, portafoglio in pelle, orologio, denaro, carte di credito. «La biglietteria

è là», dico a quello che mi studia come se fossi una sagoma da esercitazioni per borseggiatori. Lo tocco perfino con un dito. Mi sgrana in viso gli occhioni arrossati, si volta verso il compare. Parlottano, sbirciano la mia valigia, vanno via.

No, non avevano cattive intenzioni. Solo che la vita a Roma non me la ricordo tranquilla

30 e così mi spavento facilmente. Del resto questa città non la capisco più. Non l’ho mai capita.

Gli animi qui sono esasperati, mi sembrano sempre ostili.

Sul Novanta, l’autobus express che mi porterà al quartiere Tufello/Val Melaina, c’è Giggetto. Per camminare si aiuta con le grucce, si fa strada sbraitando attraverso la folla. […]

«Ragazzo, me faresti mette a sede, lo vedi, so’ Giggetto.»

35 Pronunciare il proprio nome per lui significa additare la propria condizione, mostrarne la

miseria. Mi alzo per fargli posto, chissà perché gli dico che lo conosco, che l’ho riconosciuto. Lui mi guarda meglio.

«Ma sì, io pure te conosco, tu sei der quartiere mio.»

[…]

40 Ho lasciato Val Melaina trent’anni fa, quando mi sono iscritto all’università. Dieci anni

dopo sono emigrato. Eppure Giggetto non l’ho mai perso di vista del tutto. […]

Scendo alla fermata alla fine di via Isole Curzolane. Giggetto dorme raggomitolato sul posto che gli ho lasciato.

La strada che forma la spina dorsale del quartiere mi ha sempre ricordato la schiena di un

45 dinosauro: una discesa e una salita brevi, poi, dopo la piazza del mercato, ancora una discesa

lunga che precipita verso via Monte Cervialto, con le case di Mussolini a destra e a sinistra.

Su via Isole Curzolane e sulle sue traverse la mia gioventù si è giocata come le eliminatorie di un campionato. Mi accorgo che per le ultime tre fermate l’autobus è diventato la capsula di un viaggio nel tempo. […]

50 Decido di bere un cappuccino al bar di via Monte Cervialto prima di andare da mia madre.

Mi soffermo a studiare le paste, opto per un danese. Dietro al banco c’è una ragazza bionda, straniera. Qualche metro alla sua destra un signore di cinquant’anni, italiano, curvo e obeso, torvo. Dev’essere il nuovo proprietario, penso.

Mentre mi serve, la ragazza mi chiede se sono di zona. Le dico di sì. Cioè, sono nato e

55 cresciuto qui a Val Melaina. Anzi no, le dico, nato al Tufello e trasferito a Val Melaina a

dodici anni.

«Ma che differenza c’è tra il Tufello e Val Melaina?», mi interrompe. Il proprietario le dedica un’occhiata storta ma non interviene.

«Mah, non so esattamente», le confesso osservando l’uomo con la coda dell’occhio e

60 cercando di non far prendere al discorso una piega che possa irritarlo. «Cioè, tutti gli abitanti

lo sanno, ma non credo che ci sia un confine esatto.»

«Ah, ok. E tu dove abiti?»

Mi dà del tu. Forse adesso si fa così. Oppure è perché è straniera.

«Sono andato via», rispondo. «Abito in Germania.»

65 «Ah, bella la Germania, ho un’amica lì. Si sta bene, no? Soldi, lavoro. Qui in Italia tutto

è fermo.» […]

«Eh, sì, c’è la crisi», commento genericamente […]

«Uno schifo», fa lei. «C’è più lavoro da noi in Polonia.»

A questo punto mi domando come mai il proprietario del locale non intervenga, non le

70 dica di tornarsene a casa sua. Forse l’ho valutato male, forse in fondo è un brav’uomo che

non ama offendere gli altri, forse la ragazza è un’ottima lavoratrice e non vuole privarsene…

«Solo che adesso ho comprato il bar», aggiunge la ragazza. «C’ho le rate da pagare, come faccio?»

«Ah, cioè… Il bar è tuo?», farfuglio mentre mi va di traverso un pezzo di danese.

75 «Certo che è mio.» La ragazza guarda ancora una volta l’uomo silenzioso che adesso

protende in avanti la mandibola e il labbro inferiore. «Ma c’ho sempre problemi col personale. Con questa gente.»

[…]

Note

riga

12 · l’abbordaggio · das Anquatschen

14 · la confraternita · Bruderschaft

14 · il tabagista · Raucher

14 · la fattura · hier: Qualität; Anfertigung

19/20 · «Dove bilieti treno?» · Frage in gebrochenem Italienisch

21 · scomporsi · eine Miene verziehen

24 · l’albero della cuccagna · hier: Schlaraffenland

26 · la sagoma · Silhouette

26 · il borseggiatore · Taschendieb

27 · sgranare gli occhi · jdn. anstarren

27 · il compare · Kumpel

34 · me faresti mette a sede · römischer Dialekt: kannst du mir deinen Platz frei machen

34 · so’ · römischer Dialekt: sono

38 · der · römischer Dialekt: del

46 · le case di Mussolini · Häuser, die in der Zeit des Faschismus gebaut wurden

51 · il danese · hier: Gebäck aus Blätterteig

59 · con la coda dell’occhio · aus dem Augenwinkel

60 · far prendere una piega · eine Wendung geben

72 · c’ho · ugs.: ho

74 · farfugliare · murmeln, stammeln

2. Analizzate come il protagonista si pone nei confronti di Roma e delle persone che vi incontra, tenendo conto anche degli strumenti stilistici utilizzati dall’autore. (analisi) [14 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 3.1 · Stellungnahme und Kommentar (Commentate)

Klausurteil A

Conversazione romana

L’orologio segna le nove e mezza, di mattina: sono finalmente arrivato alla Stazione Termini. Ho dodici ore di treno alle spalle. L’architettura di questo luogo è cambiata. I lavori sono stati eseguiti molti anni fa, ma devo ancora farci l’occhio. Le cose si trasformano in fretta e io vengo troppo poco a Roma per riuscire ad abituarmi ai suoi cambiamenti.

5 Manco dall’Italia da otto mesi. La frequenza delle mie visite non è molto più che questa,

da quando vivo all’estero. Sette, otto, nove mesi. Due visite negli anni dispari, una negli anni pari, lo zig e lo zag. Non ho alcun rispetto per le festività, che anzi evito. Non fosse per mia madre e pochissimi amici, non verrei più. Nei primi ventotto anni della mia vita, Roma – in particolare il mio quartiere – ha fatto in tempo a sfinirmi, a farmi passare per sempre la voglia

10 di tornare.

A Termini cammino piano, mi dico che la fretta fa perdere tempo, sovrapponendosi all’esperienza. Compro il giornale, non tento di evitare gli abbordaggi dei taxisti abusivi e di quelli che offrono camere d’albergo. È la prima volta che mi fermo a osservarli. Sono una confraternita: tabagisti, età approssimativa cinquant’anni, abiti di cattiva fattura comprati

15 nelle boutique intorno alla stazione. Uccelli che setacciano l’umanità chicco a chicco. Il mio

sguardo incuriosito li inganna per un istante, poi mi respingono a gestacci quando capiscono che non porto soldi.

Al bancomat vengo avvicinato di lato da un uomo basso con le dita e le vesti imbiancate di calcina. Mi fissa le mani mentre estraggo il contante dalla macchina, mi domanda: «Dove

20 bilieti treno?». Dietro di me ce n’è un altro. Temo che sia in corso un tentativo di rapina ai

miei danni. Non mi scompongo, faccio sparire i soldi alla svelta, mi volto di centottanta gradi e incrocio le braccia sul petto. Quello sporco di calcina dice qualcosa all’altro, che adesso mi sta di fronte con le braccia allargate nella posa di un portiere prima del calcio di rigore e mi osserva il corpo. Mi accorgo di essere una specie di albero della cuccagna. Ho scarpe nuove,

25 portachiavi d’argento, portafoglio in pelle, orologio, denaro, carte di credito. «La biglietteria

è là», dico a quello che mi studia come se fossi una sagoma da esercitazioni per borseggiatori. Lo tocco perfino con un dito. Mi sgrana in viso gli occhioni arrossati, si volta verso il compare. Parlottano, sbirciano la mia valigia, vanno via.

No, non avevano cattive intenzioni. Solo che la vita a Roma non me la ricordo tranquilla

30 e così mi spavento facilmente. Del resto questa città non la capisco più. Non l’ho mai capita.

Gli animi qui sono esasperati, mi sembrano sempre ostili.

Sul Novanta, l’autobus express che mi porterà al quartiere Tufello/Val Melaina, c’è Giggetto. Per camminare si aiuta con le grucce, si fa strada sbraitando attraverso la folla. […]

«Ragazzo, me faresti mette a sede, lo vedi, so’ Giggetto.»

35 Pronunciare il proprio nome per lui significa additare la propria condizione, mostrarne la

miseria. Mi alzo per fargli posto, chissà perché gli dico che lo conosco, che l’ho riconosciuto. Lui mi guarda meglio.

«Ma sì, io pure te conosco, tu sei der quartiere mio.»

[…]

40 Ho lasciato Val Melaina trent’anni fa, quando mi sono iscritto all’università. Dieci anni

dopo sono emigrato. Eppure Giggetto non l’ho mai perso di vista del tutto. […]

Scendo alla fermata alla fine di via Isole Curzolane. Giggetto dorme raggomitolato sul posto che gli ho lasciato.

La strada che forma la spina dorsale del quartiere mi ha sempre ricordato la schiena di un

45 dinosauro: una discesa e una salita brevi, poi, dopo la piazza del mercato, ancora una discesa

lunga che precipita verso via Monte Cervialto, con le case di Mussolini a destra e a sinistra.

Su via Isole Curzolane e sulle sue traverse la mia gioventù si è giocata come le eliminatorie di un campionato. Mi accorgo che per le ultime tre fermate l’autobus è diventato la capsula di un viaggio nel tempo. […]

50 Decido di bere un cappuccino al bar di via Monte Cervialto prima di andare da mia madre.

Mi soffermo a studiare le paste, opto per un danese. Dietro al banco c’è una ragazza bionda, straniera. Qualche metro alla sua destra un signore di cinquant’anni, italiano, curvo e obeso, torvo. Dev’essere il nuovo proprietario, penso.

Mentre mi serve, la ragazza mi chiede se sono di zona. Le dico di sì. Cioè, sono nato e

55 cresciuto qui a Val Melaina. Anzi no, le dico, nato al Tufello e trasferito a Val Melaina a

dodici anni.

«Ma che differenza c’è tra il Tufello e Val Melaina?», mi interrompe. Il proprietario le dedica un’occhiata storta ma non interviene.

«Mah, non so esattamente», le confesso osservando l’uomo con la coda dell’occhio e

60 cercando di non far prendere al discorso una piega che possa irritarlo. «Cioè, tutti gli abitanti

lo sanno, ma non credo che ci sia un confine esatto.»

«Ah, ok. E tu dove abiti?»

Mi dà del tu. Forse adesso si fa così. Oppure è perché è straniera.

«Sono andato via», rispondo. «Abito in Germania.»

65 «Ah, bella la Germania, ho un’amica lì. Si sta bene, no? Soldi, lavoro. Qui in Italia tutto

è fermo.» […]

«Eh, sì, c’è la crisi», commento genericamente […]

«Uno schifo», fa lei. «C’è più lavoro da noi in Polonia.»

A questo punto mi domando come mai il proprietario del locale non intervenga, non le

70 dica di tornarsene a casa sua. Forse l’ho valutato male, forse in fondo è un brav’uomo che

non ama offendere gli altri, forse la ragazza è un’ottima lavoratrice e non vuole privarsene…

«Solo che adesso ho comprato il bar», aggiunge la ragazza. «C’ho le rate da pagare, come faccio?»

«Ah, cioè… Il bar è tuo?», farfuglio mentre mi va di traverso un pezzo di danese.

75 «Certo che è mio.» La ragazza guarda ancora una volta l’uomo silenzioso che adesso

protende in avanti la mandibola e il labbro inferiore. «Ma c’ho sempre problemi col personale. Con questa gente.»

[…]

Note

riga

12 · l’abbordaggio · das Anquatschen

14 · la confraternita · Bruderschaft

14 · il tabagista · Raucher

14 · la fattura · hier: Qualität; Anfertigung

19/20 · «Dove bilieti treno?» · Frage in gebrochenem Italienisch

21 · scomporsi · eine Miene verziehen

24 · l’albero della cuccagna · hier: Schlaraffenland

26 · la sagoma · Silhouette

26 · il borseggiatore · Taschendieb

27 · sgranare gli occhi · jdn. anstarren

27 · il compare · Kumpel

34 · me faresti mette a sede · römischer Dialekt: kannst du mir deinen Platz frei machen

34 · so’ · römischer Dialekt: sono

38 · der · römischer Dialekt: del

46 · le case di Mussolini · Häuser, die in der Zeit des Faschismus gebaut wurden

51 · il danese · hier: Gebäck aus Blätterteig

59 · con la coda dell’occhio · aus dem Augenwinkel

60 · far prendere una piega · eine Wendung geben

72 · c’ho · ugs.: ho

74 · farfugliare · murmeln, stammeln

3.1 «Nei primi ventotto anni della mia vita, Roma – in particolare il mio quartiere – ha fatto in tempo a sfinirmi, a farmi passare per sempre la voglia di tornare.» (r. 8 – 10)

Prendendo spunto da questa citazione, commentate le difficoltà della vita a Roma e i lati positivi che la distinguono dalle altre città. (commento) [16 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 3.2 · Adressatenbezogenes Schreiben: Leserbrief, Blog, Brief, Artikel

Klausurteil A

Conversazione romana

L’orologio segna le nove e mezza, di mattina: sono finalmente arrivato alla Stazione Termini. Ho dodici ore di treno alle spalle. L’architettura di questo luogo è cambiata. I lavori sono stati eseguiti molti anni fa, ma devo ancora farci l’occhio. Le cose si trasformano in fretta e io vengo troppo poco a Roma per riuscire ad abituarmi ai suoi cambiamenti.

5 Manco dall’Italia da otto mesi. La frequenza delle mie visite non è molto più che questa,

da quando vivo all’estero. Sette, otto, nove mesi. Due visite negli anni dispari, una negli anni pari, lo zig e lo zag. Non ho alcun rispetto per le festività, che anzi evito. Non fosse per mia madre e pochissimi amici, non verrei più. Nei primi ventotto anni della mia vita, Roma – in particolare il mio quartiere – ha fatto in tempo a sfinirmi, a farmi passare per sempre la voglia

10 di tornare.

A Termini cammino piano, mi dico che la fretta fa perdere tempo, sovrapponendosi all’esperienza. Compro il giornale, non tento di evitare gli abbordaggi dei taxisti abusivi e di quelli che offrono camere d’albergo. È la prima volta che mi fermo a osservarli. Sono una confraternita: tabagisti, età approssimativa cinquant’anni, abiti di cattiva fattura comprati

15 nelle boutique intorno alla stazione. Uccelli che setacciano l’umanità chicco a chicco. Il mio

sguardo incuriosito li inganna per un istante, poi mi respingono a gestacci quando capiscono che non porto soldi.

Al bancomat vengo avvicinato di lato da un uomo basso con le dita e le vesti imbiancate di calcina. Mi fissa le mani mentre estraggo il contante dalla macchina, mi domanda: «Dove

20 bilieti treno?». Dietro di me ce n’è un altro. Temo che sia in corso un tentativo di rapina ai

miei danni. Non mi scompongo, faccio sparire i soldi alla svelta, mi volto di centottanta gradi e incrocio le braccia sul petto. Quello sporco di calcina dice qualcosa all’altro, che adesso mi sta di fronte con le braccia allargate nella posa di un portiere prima del calcio di rigore e mi osserva il corpo. Mi accorgo di essere una specie di albero della cuccagna. Ho scarpe nuove,

25 portachiavi d’argento, portafoglio in pelle, orologio, denaro, carte di credito. «La biglietteria

è là», dico a quello che mi studia come se fossi una sagoma da esercitazioni per borseggiatori. Lo tocco perfino con un dito. Mi sgrana in viso gli occhioni arrossati, si volta verso il compare. Parlottano, sbirciano la mia valigia, vanno via.

No, non avevano cattive intenzioni. Solo che la vita a Roma non me la ricordo tranquilla

30 e così mi spavento facilmente. Del resto questa città non la capisco più. Non l’ho mai capita.

Gli animi qui sono esasperati, mi sembrano sempre ostili.

Sul Novanta, l’autobus express che mi porterà al quartiere Tufello/Val Melaina, c’è Giggetto. Per camminare si aiuta con le grucce, si fa strada sbraitando attraverso la folla. […]

«Ragazzo, me faresti mette a sede, lo vedi, so’ Giggetto.»

35 Pronunciare il proprio nome per lui significa additare la propria condizione, mostrarne la

miseria. Mi alzo per fargli posto, chissà perché gli dico che lo conosco, che l’ho riconosciuto. Lui mi guarda meglio.

«Ma sì, io pure te conosco, tu sei der quartiere mio.»

[…]

40 Ho lasciato Val Melaina trent’anni fa, quando mi sono iscritto all’università. Dieci anni

dopo sono emigrato. Eppure Giggetto non l’ho mai perso di vista del tutto. […]

Scendo alla fermata alla fine di via Isole Curzolane. Giggetto dorme raggomitolato sul posto che gli ho lasciato.

La strada che forma la spina dorsale del quartiere mi ha sempre ricordato la schiena di un

45 dinosauro: una discesa e una salita brevi, poi, dopo la piazza del mercato, ancora una discesa

lunga che precipita verso via Monte Cervialto, con le case di Mussolini a destra e a sinistra.

Su via Isole Curzolane e sulle sue traverse la mia gioventù si è giocata come le eliminatorie di un campionato. Mi accorgo che per le ultime tre fermate l’autobus è diventato la capsula di un viaggio nel tempo. […]

50 Decido di bere un cappuccino al bar di via Monte Cervialto prima di andare da mia madre.

Mi soffermo a studiare le paste, opto per un danese. Dietro al banco c’è una ragazza bionda, straniera. Qualche metro alla sua destra un signore di cinquant’anni, italiano, curvo e obeso, torvo. Dev’essere il nuovo proprietario, penso.

Mentre mi serve, la ragazza mi chiede se sono di zona. Le dico di sì. Cioè, sono nato e

55 cresciuto qui a Val Melaina. Anzi no, le dico, nato al Tufello e trasferito a Val Melaina a

dodici anni.

«Ma che differenza c’è tra il Tufello e Val Melaina?», mi interrompe. Il proprietario le dedica un’occhiata storta ma non interviene.

«Mah, non so esattamente», le confesso osservando l’uomo con la coda dell’occhio e

60 cercando di non far prendere al discorso una piega che possa irritarlo. «Cioè, tutti gli abitanti

lo sanno, ma non credo che ci sia un confine esatto.»

«Ah, ok. E tu dove abiti?»

Mi dà del tu. Forse adesso si fa così. Oppure è perché è straniera.

«Sono andato via», rispondo. «Abito in Germania.»

65 «Ah, bella la Germania, ho un’amica lì. Si sta bene, no? Soldi, lavoro. Qui in Italia tutto

è fermo.» […]

«Eh, sì, c’è la crisi», commento genericamente […]

«Uno schifo», fa lei. «C’è più lavoro da noi in Polonia.»

A questo punto mi domando come mai il proprietario del locale non intervenga, non le

70 dica di tornarsene a casa sua. Forse l’ho valutato male, forse in fondo è un brav’uomo che

non ama offendere gli altri, forse la ragazza è un’ottima lavoratrice e non vuole privarsene…

«Solo che adesso ho comprato il bar», aggiunge la ragazza. «C’ho le rate da pagare, come faccio?»

«Ah, cioè… Il bar è tuo?», farfuglio mentre mi va di traverso un pezzo di danese.

75 «Certo che è mio.» La ragazza guarda ancora una volta l’uomo silenzioso che adesso

protende in avanti la mandibola e il labbro inferiore. «Ma c’ho sempre problemi col personale. Con questa gente.»

[…]

Note

riga

12 · l’abbordaggio · das Anquatschen

14 · la confraternita · Bruderschaft

14 · il tabagista · Raucher

14 · la fattura · hier: Qualität; Anfertigung

19/20 · «Dove bilieti treno?» · Frage in gebrochenem Italienisch

21 · scomporsi · eine Miene verziehen

24 · l’albero della cuccagna · hier: Schlaraffenland

26 · la sagoma · Silhouette

26 · il borseggiatore · Taschendieb

27 · sgranare gli occhi · jdn. anstarren

27 · il compare · Kumpel

34 · me faresti mette a sede · römischer Dialekt: kannst du mir deinen Platz frei machen

34 · so’ · römischer Dialekt: sono

38 · der · römischer Dialekt: del

46 · le case di Mussolini · Häuser, die in der Zeit des Faschismus gebaut wurden

51 · il danese · hier: Gebäck aus Blätterteig

59 · con la coda dell’occhio · aus dem Augenwinkel

60 · far prendere una piega · eine Wendung geben

72 · c’ho · ugs.: ho

74 · farfugliare · murmeln, stammeln

3.2 Dopo la lettura del testo mettetevi in contatto con l’autore per comunicargli, da studenti, il vostro parere sul futuro di Roma.

Scrivete una lettera a Marco Montemarano, in cui esponete le vostre considerazioni sulle difficoltà della capitale e proponete alcune idee per renderla più interessante per i giovani. (produzione libera) [16 Punkte]

Aufgabe HT 2 - Compito 4 · Sprachmittlung Deutsch → Italienisch

Klausurteil A

Conversazione romana

L’orologio segna le nove e mezza, di mattina: sono finalmente arrivato alla Stazione Termini. Ho dodici ore di treno alle spalle. L’architettura di questo luogo è cambiata. I lavori sono stati eseguiti molti anni fa, ma devo ancora farci l’occhio. Le cose si trasformano in fretta e io vengo troppo poco a Roma per riuscire ad abituarmi ai suoi cambiamenti.

5 Manco dall’Italia da otto mesi. La frequenza delle mie visite non è molto più che questa,

da quando vivo all’estero. Sette, otto, nove mesi. Due visite negli anni dispari, una negli anni pari, lo zig e lo zag. Non ho alcun rispetto per le festività, che anzi evito. Non fosse per mia madre e pochissimi amici, non verrei più. Nei primi ventotto anni della mia vita, Roma – in particolare il mio quartiere – ha fatto in tempo a sfinirmi, a farmi passare per sempre la voglia

10 di tornare.

A Termini cammino piano, mi dico che la fretta fa perdere tempo, sovrapponendosi all’esperienza. Compro il giornale, non tento di evitare gli abbordaggi dei taxisti abusivi e di quelli che offrono camere d’albergo. È la prima volta che mi fermo a osservarli. Sono una confraternita: tabagisti, età approssimativa cinquant’anni, abiti di cattiva fattura comprati

15 nelle boutique intorno alla stazione. Uccelli che setacciano l’umanità chicco a chicco. Il mio

sguardo incuriosito li inganna per un istante, poi mi respingono a gestacci quando capiscono che non porto soldi.

Al bancomat vengo avvicinato di lato da un uomo basso con le dita e le vesti imbiancate di calcina. Mi fissa le mani mentre estraggo il contante dalla macchina, mi domanda: «Dove

20 bilieti treno?». Dietro di me ce n’è un altro. Temo che sia in corso un tentativo di rapina ai

miei danni. Non mi scompongo, faccio sparire i soldi alla svelta, mi volto di centottanta gradi e incrocio le braccia sul petto. Quello sporco di calcina dice qualcosa all’altro, che adesso mi sta di fronte con le braccia allargate nella posa di un portiere prima del calcio di rigore e mi osserva il corpo. Mi accorgo di essere una specie di albero della cuccagna. Ho scarpe nuove,

25 portachiavi d’argento, portafoglio in pelle, orologio, denaro, carte di credito. «La biglietteria

è là», dico a quello che mi studia come se fossi una sagoma da esercitazioni per borseggiatori. Lo tocco perfino con un dito. Mi sgrana in viso gli occhioni arrossati, si volta verso il compare. Parlottano, sbirciano la mia valigia, vanno via.

No, non avevano cattive intenzioni. Solo che la vita a Roma non me la ricordo tranquilla

30 e così mi spavento facilmente. Del resto questa città non la capisco più. Non l’ho mai capita.

Gli animi qui sono esasperati, mi sembrano sempre ostili.

Sul Novanta, l’autobus express che mi porterà al quartiere Tufello/Val Melaina, c’è Giggetto. Per camminare si aiuta con le grucce, si fa strada sbraitando attraverso la folla. […]

«Ragazzo, me faresti mette a sede, lo vedi, so’ Giggetto.»

35 Pronunciare il proprio nome per lui significa additare la propria condizione, mostrarne la

miseria. Mi alzo per fargli posto, chissà perché gli dico che lo conosco, che l’ho riconosciuto. Lui mi guarda meglio.

«Ma sì, io pure te conosco, tu sei der quartiere mio.»

[…]

40 Ho lasciato Val Melaina trent’anni fa, quando mi sono iscritto all’università. Dieci anni

dopo sono emigrato. Eppure Giggetto non l’ho mai perso di vista del tutto. […]

Scendo alla fermata alla fine di via Isole Curzolane. Giggetto dorme raggomitolato sul posto che gli ho lasciato.

La strada che forma la spina dorsale del quartiere mi ha sempre ricordato la schiena di un

45 dinosauro: una discesa e una salita brevi, poi, dopo la piazza del mercato, ancora una discesa

lunga che precipita verso via Monte Cervialto, con le case di Mussolini a destra e a sinistra.

Su via Isole Curzolane e sulle sue traverse la mia gioventù si è giocata come le eliminatorie di un campionato. Mi accorgo che per le ultime tre fermate l’autobus è diventato la capsula di un viaggio nel tempo. […]

50 Decido di bere un cappuccino al bar di via Monte Cervialto prima di andare da mia madre.

Mi soffermo a studiare le paste, opto per un danese. Dietro al banco c’è una ragazza bionda, straniera. Qualche metro alla sua destra un signore di cinquant’anni, italiano, curvo e obeso, torvo. Dev’essere il nuovo proprietario, penso.

Mentre mi serve, la ragazza mi chiede se sono di zona. Le dico di sì. Cioè, sono nato e

55 cresciuto qui a Val Melaina. Anzi no, le dico, nato al Tufello e trasferito a Val Melaina a

dodici anni.

«Ma che differenza c’è tra il Tufello e Val Melaina?», mi interrompe. Il proprietario le dedica un’occhiata storta ma non interviene.

«Mah, non so esattamente», le confesso osservando l’uomo con la coda dell’occhio e

60 cercando di non far prendere al discorso una piega che possa irritarlo. «Cioè, tutti gli abitanti

lo sanno, ma non credo che ci sia un confine esatto.»

«Ah, ok. E tu dove abiti?»

Mi dà del tu. Forse adesso si fa così. Oppure è perché è straniera.

«Sono andato via», rispondo. «Abito in Germania.»

65 «Ah, bella la Germania, ho un’amica lì. Si sta bene, no? Soldi, lavoro. Qui in Italia tutto

è fermo.» […]

«Eh, sì, c’è la crisi», commento genericamente […]

«Uno schifo», fa lei. «C’è più lavoro da noi in Polonia.»

A questo punto mi domando come mai il proprietario del locale non intervenga, non le

70 dica di tornarsene a casa sua. Forse l’ho valutato male, forse in fondo è un brav’uomo che

non ama offendere gli altri, forse la ragazza è un’ottima lavoratrice e non vuole privarsene…

«Solo che adesso ho comprato il bar», aggiunge la ragazza. «C’ho le rate da pagare, come faccio?»

«Ah, cioè… Il bar è tuo?», farfuglio mentre mi va di traverso un pezzo di danese.

75 «Certo che è mio.» La ragazza guarda ancora una volta l’uomo silenzioso che adesso

protende in avanti la mandibola e il labbro inferiore. «Ma c’ho sempre problemi col personale. Con questa gente.»

[…]

Note

riga

12 · l’abbordaggio · das Anquatschen

14 · la confraternita · Bruderschaft

14 · il tabagista · Raucher

14 · la fattura · hier: Qualität; Anfertigung

19/20 · «Dove bilieti treno?» · Frage in gebrochenem Italienisch

21 · scomporsi · eine Miene verziehen

24 · l’albero della cuccagna · hier: Schlaraffenland

26 · la sagoma · Silhouette

26 · il borseggiatore · Taschendieb

27 · sgranare gli occhi · jdn. anstarren

27 · il compare · Kumpel

34 · me faresti mette a sede · römischer Dialekt: kannst du mir deinen Platz frei machen

34 · so’ · römischer Dialekt: sono

38 · der · römischer Dialekt: del

46 · le case di Mussolini · Häuser, die in der Zeit des Faschismus gebaut wurden

51 · il danese · hier: Gebäck aus Blätterteig

59 · con la coda dell’occhio · aus dem Augenwinkel

60 · far prendere una piega · eine Wendung geben

72 · c’ho · ugs.: ho

74 · farfugliare · murmeln, stammeln

Klausurteil B: Sprachmittlung isoliert

Compito:

4. Una vostra amica italiana si interessa al funzionamento della formazione professionale in Germania. Ha trovato questo articolo della serie “Berufseinstieg als …” e vi chiede di aiutarla a capirlo.

Scrivete alla vostra amica un’e-mail in cui le illustrate le informazioni relative al percorso formativo di Omar. (mediazione) [18 Punkte]

Klausurteil B · Testo di partenza (tedesco)

Berufseinstieg als Postzusteller

»Montage liebe ich am meisten«

Vor drei Jahren flüchtete Omar Said aus Somalia. Jetzt trägt der 24-Jährige Briefe aus – und wundert sich über die Begeisterung mancher Kunden für Werbebroschüren.

»Wenn ich meine Postkleidung trage, sprechen mich viel häufiger Menschen an. Sie fragen mich, woher ich komme und wie es ist, Post auszutragen. Letztens stand ich nach der Arbeit im Supermarkt an der Kasse – und wurde wegen meiner Dienstkleidung vorgelassen.

5 Früher habe ich nicht davon geträumt, Postzusteller zu werden. Ich stellte mir vor, Elektriker zu werden, am liebsten für Solarzellen. Doch 2014 flüchtete ich aus meiner Heimat Somalia vor dem Krieg. Als ich in Deutschland ankam, konnte ich die Sprache nicht, begann sie erst in einem Sprachkurs zu lernen. Auf einer Ausbildungsmesse in Düsseldorf traf ich einen Ausbilder der Deutschen Post, so kam ich mit dem Beruf in Kontakt.

10 Vor der Ausbildung machte ich ein fünfwöchiges Praktikum und begleitete einen Postzusteller auf seiner Tour. Es gefiel mir: Viel draußen unterwegs sein und dabei Sport machen. Obwohl ich mit dem Elektrofahrrad unterwegs bin, muss ich mich viel bewegen. Ich liebe Fußballspielen – Kondition brauche ich für beides. Nur wenn es im Sommer draußen sehr heiß ist, komme ich ins Schwitzen.

Fachkraft für Kurier-, Express- und Postdienstleistungen

15 Viele sagen Postbote, aber die richtige Bezeichnung ist Fachkraft für Kurier-, Express- und Postdienstleistungen. Die Ausbildung dauert zwei Jahre und war für mich als Nichtmuttersprachler manchmal eine Herausforderung. Es gibt viele postalische Fachbegriffe, ›Postzustellungsurkunde‹ etwa. In der Berufsschule hatte ich zwei Tage lang Fächer wie Deutsch, Sozialkunde und berufsspezifische Inhalte wie Auslieferung und Zahlungsverkehr. An den 20 anderen Tagen lernte ich im Betrieb den Arbeitsablauf kennen.

Nach der Ausbildung bekam ich eine Stelle als Springer hier in Düsseldorf, ich werde also eingesetzt, wenn der Stammzusteller für eine Tour fehlt. Dafür bekomme ich das Einstiegsgehalt von 2400 Euro brutto monatlich für eine 38,5-Stunden-Woche. Ein 13. Gehalt und Urlaubsgeld erhalte ich auch. Die Bezahlung finde ich in Ordnung, aber später möchte ich 25 Teamleiter werden und mehr verdienen.

Postzusteller zu sein bedeutet viel mehr als nur Briefe in Briefkästen zu werfen. Es gibt unterschiedliche Arten von Briefen: Einwurf-Einschreiben oder Übergabe-Einschreiben etwa. Das Einwurf-Einschreiben darf ich in den Briefkasten werfen, das reguläre Einschreiben muss dem Empfänger persönlich übergeben werden.

30 Mein Tag beginnt um 7.15 Uhr damit, im Verteilerzentrum die besonderen Briefe wie Einschreiben zu scannen und einzusortieren. Um 9.15 Uhr fahre ich los. Auf mein Fahrrad passen mehrere Kisten mit Post. Ich stelle aber mehr Briefe zu, als ich mit einer Fahrradladung transportieren kann. Unterwegs gibt es mehrere Stellen mit Postverteilerkästen – das sind diese grauen Metallkästen am Straßenrand, die ein wenig an Stromzählerkästen erinnern. […]

Als Springer in der Stadt unterwegs

35 Als Springer habe ich keine Stammbezirke, sondern fahre unterschiedliche Touren. Das ist schwieriger als eine Stammstrecke, weil ich mich nicht auskenne und oft Briefkästen suchen muss. Manchmal sind sie so versteckt, dass ich sie nicht finde. In solchen Fällen versuche ich einen Kollegen zu erreichen, der die Strecke kennt. Oder ich nehme den Brief mit zurück und 40 sortiere ihn wieder ein, damit der eigentliche Zusteller ihn am nächsten Tag einwirft. Einen Vorteil hat es aber, Springer zu sein: Ich kenne mich inzwischen sehr gut in Düsseldorf aus und brauche auch in meiner Freizeit fast nie Google Maps.

Montage liebe ich am meisten. Dann gibt es sehr wenig Post, weil die meisten Firmen am Samstag nichts verschicken. Dafür sind Freitage und Samstage besonders anstrengend: Da 45 wird EA verteilt, so kürzen wir ›Einkauf Aktuell‹ ab. Das sind mehrere verpackte Werbebroschüren. Die bekommen alle Haushalte, außer auf dem Briefkasten klebt ›Werbung einwerfen verboten‹. Manchmal kommen mir auf der Tour schon Leute entgegen, um sich ihre Ausgabe abzuholen. Oft sind es ältere Leute. Sie freuen sich darauf, die Schnäppchen für die nächste Woche zu entdecken.

50 […]

In ein paar Jahren möchte ich meinen eigenen Stammbezirk haben. Und irgendwann zum Teamleiter aufsteigen. Dann würde ich Dienstpläne organisieren, die Briefzusteller:innen anleiten und mich darum kümmern, dass die Post pünktlich in allen Briefkästen landet.«

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