Aufgabe HT 2 - Compito 2 · Abitur NRW Italienisch LK · Haupttermin · fortgeführt 2023
Thema: Analyse literarischer Texte (Figuren, Erzählweise, Sprache) · Aus der Prüfung LK · Haupttermin · fortgeführt (2023)
Aufgabenstellung
Klausurteil A
Conversazione romana
L’orologio segna le nove e mezza, di mattina: sono finalmente arrivato alla Stazione Termini. Ho dodici ore di treno alle spalle. L’architettura di questo luogo è cambiata. I lavori sono stati eseguiti molti anni fa, ma devo ancora farci l’occhio. Le cose si trasformano in fretta e io vengo troppo poco a Roma per riuscire ad abituarmi ai suoi cambiamenti.
5 Manco dall’Italia da otto mesi. La frequenza delle mie visite non è molto più che questa,
da quando vivo all’estero. Sette, otto, nove mesi. Due visite negli anni dispari, una negli anni pari, lo zig e lo zag. Non ho alcun rispetto per le festività, che anzi evito. Non fosse per mia madre e pochissimi amici, non verrei più. Nei primi ventotto anni della mia vita, Roma – in particolare il mio quartiere – ha fatto in tempo a sfinirmi, a farmi passare per sempre la voglia
10 di tornare.
A Termini cammino piano, mi dico che la fretta fa perdere tempo, sovrapponendosi all’esperienza. Compro il giornale, non tento di evitare gli abbordaggi dei taxisti abusivi e di quelli che offrono camere d’albergo. È la prima volta che mi fermo a osservarli. Sono una confraternita: tabagisti, età approssimativa cinquant’anni, abiti di cattiva fattura comprati
15 nelle boutique intorno alla stazione. Uccelli che setacciano l’umanità chicco a chicco. Il mio
sguardo incuriosito li inganna per un istante, poi mi respingono a gestacci quando capiscono che non porto soldi.
Al bancomat vengo avvicinato di lato da un uomo basso con le dita e le vesti imbiancate di calcina. Mi fissa le mani mentre estraggo il contante dalla macchina, mi domanda: «Dove
20 bilieti treno?». Dietro di me ce n’è un altro. Temo che sia in corso un tentativo di rapina ai
miei danni. Non mi scompongo, faccio sparire i soldi alla svelta, mi volto di centottanta gradi e incrocio le braccia sul petto. Quello sporco di calcina dice qualcosa all’altro, che adesso mi sta di fronte con le braccia allargate nella posa di un portiere prima del calcio di rigore e mi osserva il corpo. Mi accorgo di essere una specie di albero della cuccagna. Ho scarpe nuove,
25 portachiavi d’argento, portafoglio in pelle, orologio, denaro, carte di credito. «La biglietteria
è là», dico a quello che mi studia come se fossi una sagoma da esercitazioni per borseggiatori. Lo tocco perfino con un dito. Mi sgrana in viso gli occhioni arrossati, si volta verso il compare. Parlottano, sbirciano la mia valigia, vanno via.
No, non avevano cattive intenzioni. Solo che la vita a Roma non me la ricordo tranquilla
30 e così mi spavento facilmente. Del resto questa città non la capisco più. Non l’ho mai capita.
Gli animi qui sono esasperati, mi sembrano sempre ostili.
Sul Novanta, l’autobus express che mi porterà al quartiere Tufello/Val Melaina, c’è Giggetto. Per camminare si aiuta con le grucce, si fa strada sbraitando attraverso la folla. […]
«Ragazzo, me faresti mette a sede, lo vedi, so’ Giggetto.»
35 Pronunciare il proprio nome per lui significa additare la propria condizione, mostrarne la
miseria. Mi alzo per fargli posto, chissà perché gli dico che lo conosco, che l’ho riconosciuto. Lui mi guarda meglio.
«Ma sì, io pure te conosco, tu sei der quartiere mio.»
[…]
40 Ho lasciato Val Melaina trent’anni fa, quando mi sono iscritto all’università. Dieci anni
dopo sono emigrato. Eppure Giggetto non l’ho mai perso di vista del tutto. […]
Scendo alla fermata alla fine di via Isole Curzolane. Giggetto dorme raggomitolato sul posto che gli ho lasciato.
La strada che forma la spina dorsale del quartiere mi ha sempre ricordato la schiena di un
45 dinosauro: una discesa e una salita brevi, poi, dopo la piazza del mercato, ancora una discesa
lunga che precipita verso via Monte Cervialto, con le case di Mussolini a destra e a sinistra.
Su via Isole Curzolane e sulle sue traverse la mia gioventù si è giocata come le eliminatorie di un campionato. Mi accorgo che per le ultime tre fermate l’autobus è diventato la capsula di un viaggio nel tempo. […]
50 Decido di bere un cappuccino al bar di via Monte Cervialto prima di andare da mia madre.
Mi soffermo a studiare le paste, opto per un danese. Dietro al banco c’è una ragazza bionda, straniera. Qualche metro alla sua destra un signore di cinquant’anni, italiano, curvo e obeso, torvo. Dev’essere il nuovo proprietario, penso.
Mentre mi serve, la ragazza mi chiede se sono di zona. Le dico di sì. Cioè, sono nato e
55 cresciuto qui a Val Melaina. Anzi no, le dico, nato al Tufello e trasferito a Val Melaina a
dodici anni.
«Ma che differenza c’è tra il Tufello e Val Melaina?», mi interrompe. Il proprietario le dedica un’occhiata storta ma non interviene.
«Mah, non so esattamente», le confesso osservando l’uomo con la coda dell’occhio e
60 cercando di non far prendere al discorso una piega che possa irritarlo. «Cioè, tutti gli abitanti
lo sanno, ma non credo che ci sia un confine esatto.»
«Ah, ok. E tu dove abiti?»
Mi dà del tu. Forse adesso si fa così. Oppure è perché è straniera.
«Sono andato via», rispondo. «Abito in Germania.»
65 «Ah, bella la Germania, ho un’amica lì. Si sta bene, no? Soldi, lavoro. Qui in Italia tutto
è fermo.» […]
«Eh, sì, c’è la crisi», commento genericamente […]
«Uno schifo», fa lei. «C’è più lavoro da noi in Polonia.»
A questo punto mi domando come mai il proprietario del locale non intervenga, non le
70 dica di tornarsene a casa sua. Forse l’ho valutato male, forse in fondo è un brav’uomo che
non ama offendere gli altri, forse la ragazza è un’ottima lavoratrice e non vuole privarsene…
«Solo che adesso ho comprato il bar», aggiunge la ragazza. «C’ho le rate da pagare, come faccio?»
«Ah, cioè… Il bar è tuo?», farfuglio mentre mi va di traverso un pezzo di danese.
75 «Certo che è mio.» La ragazza guarda ancora una volta l’uomo silenzioso che adesso
protende in avanti la mandibola e il labbro inferiore. «Ma c’ho sempre problemi col personale. Con questa gente.»
[…]
Note
riga
12 · l’abbordaggio · das Anquatschen
14 · la confraternita · Bruderschaft
14 · il tabagista · Raucher
14 · la fattura · hier: Qualität; Anfertigung
19/20 · «Dove bilieti treno?» · Frage in gebrochenem Italienisch
21 · scomporsi · eine Miene verziehen
24 · l’albero della cuccagna · hier: Schlaraffenland
26 · la sagoma · Silhouette
26 · il borseggiatore · Taschendieb
27 · sgranare gli occhi · jdn. anstarren
27 · il compare · Kumpel
34 · me faresti mette a sede · römischer Dialekt: kannst du mir deinen Platz frei machen
34 · so’ · römischer Dialekt: sono
38 · der · römischer Dialekt: del
46 · le case di Mussolini · Häuser, die in der Zeit des Faschismus gebaut wurden
51 · il danese · hier: Gebäck aus Blätterteig
59 · con la coda dell’occhio · aus dem Augenwinkel
60 · far prendere una piega · eine Wendung geben
72 · c’ho · ugs.: ho
74 · farfugliare · murmeln, stammeln
2. Analizzate come il protagonista si pone nei confronti di Roma e delle persone che vi incontra, tenendo conto anche degli strumenti stilistici utilizzati dall’autore. (analisi) [14 Punkte]

Lösung
Nach den offiziellen Korrekturhinweisen
2. Analizzate come il protagonista si pone nei confronti di Roma e delle persone che vi incontra, tenendo conto anche degli strumenti stilistici utilizzati dall’autore.
Lösung: L'analisi deve approfondire: - Il rapporto con Roma e la biografia: senso di estraniamento e distacco («questa città non la capisco più», «ha fatto in tempo a sfinirmi»), mutamento del paesaggio urbano e memoria del passato. - Prima reazione a Termini: sguardo curioso ma critico verso i procacciatori abusivi, definiti ironicamente «confraternita» (r. 14) e descritti con la metafora «Uccelli che setacciano l'umanità chicco a chicco» (r. 15). - Pregiudizi e loro revisione: la paura dell'aggressione al bancomat evidenziata dalle similitudini «essere una specie di albero della cuccagna» (r. 24) e «come se fossi una sagoma da esercitazioni per borseggiatori» (r. 26); l'incontro al bar con la ragazza polacca, dove il pregiudizio sui ruoli sociali (ritenuta dipendente) viene smentito dal discorso diretto («Certo che è mio»). - Atteggiamento verso Giggetto: affetto, rispetto e memoria delle proprie origini popolari, evidenziate dal gesto cortese di cedere il posto e dall'uso del dialetto romanesco nei dialoghi («me faresti mette a sede», «tu sei der quartiere mio»).
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